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9 aprile 1948, Deir Yassin: il massacro perfetto

By admin • Apr 8th, 2008 • Categoria: Articoli, [Ri]Letture

 

Fin dal 1941 l‘Agenzia Ebraica aveva approntato piani specifici per la conquista del territorio considerato vitale per il nuovo Stato «esclusivamente ebraico». Il fatto che dovesse trattarsi di un Israele esclusivamente ebraico comportava implicitamente l’idea che i palestinesi ne dovessero essere espulsi, almeno in gran parte. Ma ciò non era contemplato in alcun modo, e anzi era escluso, nella raccomandazione di spartizione formulata dall’ONU.

Sul finire della seconda guerra mondiale, questi piani assunsero una caratteristica operativa, via via aggiornati a seconda dell’evolversi della situazione. Vi fu un piano A, un piano B, un piano C ed infine un piano D, quello definitivo.

Il piano «A», elaborato nel febbraio del 1945, era basato sulla convinzione dei ­capi sionisti che dopo la guerra in Inghilterra si sarebbe avuto un governo laburista più favorevole alla nascita di uno Stato ebraico in Palestina di quello conservatore che nel 1939 aveva «tradito» gli ebrei con il famoso libro bianco filoarabo. Il piano prevedeva la conquista di tutta la Palestina con l’instaurazione di un governo sionista definito «governo transitorio di minoranza» che avrebbe avuto il compito di promuovere una grande immigrazione di massa. Per ciò che riguardava i Palestinesi prevedeva puramente e semplicemente l’annullamento della loro capacità di resistenza. Non prendeva neppure in considerazione la possibilità di uno scontro con i paesi arabi, partendo dal presupposto che la Gran Bretagna, che li dominava, li avrebbe «neutralizzati».

Nel maggio del 1947, quando il governo di Londra portò la questione palestinese all’esame dell’ONU, il piano «A» fu sostituito da un piano «B» che teneva conto dei mutamenti intervenuti nella situazione internazionale e nei rapporti di forza in Palestina. La conquista della Palestina era divenuta un obiettivo realistico e prossimo.

La novità era costituita dal fatto che non solo gli Stati Uniti, ma anche l’Unione Sovietica si era manifestata d’accordo nel principio della spartizione, cosa che spianava definitivamente la strada al raggiungimento della meta finale; ma nel frattempo si era palesata in pieno l’ostilità dei paesi arabi e si era profilata l’eventualità di un loro intervento in soccorso dei palestinesi. Un intervento inglese per neutralizzare gli arabi non era più prevedibile, anzi era da escludere. Il piano «B» prevedeva mezzi e tattiche per respingere gli eventuali attacchi dei paesi arabi confinanti.

Il piano «C», elaborato nel novembre del 1947, dopo il voto dell’O­NU, fu un perfezionamento operativo dei piani precedenti e definì le direttive pratiche per le diverse organizzazioni combattenti ufficiali in vista dell’allargamento dei confini assegnati dall’ONU allo Stato ebraico. Esso riservava un ruolo di punta al Palmach (sigla derivante da Plugot Machaz, squadre d’assalto, prodotto dalla trasformazione delle Special Night Squad […]) e alla Jewish Settlement Police, Polizia della colonizzazione ebraica […]. Il piano «C» non contemplava ufficialmente l’impiego delle formazioni terroristiche Irgun e banda Stern, il che era ovvio in quanto queste ufficialmente non potevano avere alcun contatto con l’Agenzia Ebraica e con l’Haganah.

Ma il piano operativo finale fu il quarto, il piano «Dalet» (cioè «D»). Esso entrò in applicazione nella prima settimana dell’aprile 1948, quan­do le truppe britanniche iniziarono l’evacuazione lasciando spazio per l’occupazione di basi militari, caserme, posti di polizia, edifici pubblici. Era il piano che doveva portare i sionisti al controllo del territorio. Prevedeva il dispiegamento di tutta la forza militare sionista per l’occu­pazione della maggior porzione possibile della Palestina. L’ordine im­partito ai comandanti delle brigate dell’Haganah e degli altri organismi militari sionisti fu in primo luogo di consolidare la difesa delle proprie zone, bloccare tutte le strade di accesso alla zona ebraica, occupare tutti i punti fortificati, i presìdi e le caserme precedentemente tenuti dagli inglesi a mano a mano che questi li abbandonavano, prendere possesso di tutti i villaggi palestinesi situati nelle vicinanze delle colonie sioniste, stabilire il controllo di tutte le vie di comunicazione, stringere d’assedio le località abitate da arabi, e di annientare i centri di resistenza palestine­si. Il colonnello Igal Yadin, estensore del piano Dalet (e futuro vice primo ministro del governo di Tel Aviv) aveva previsto diversi tipi di azioni «per garantire la sicurezza della rete di difesa ebraica» quali ad esempio la distruzione dei villaggi che non potevano essere occupati, o l’occupazione di località con espulsione integrale degli abitanti, pro­gramma che fu applicato su vasta scala.

L’Haganah, il Palmach, l’Irgun e la banda Stern uniti, scatenarono un’offensiva che, inglobando come elemento favorevole alla strategia sionista la presenza passiva delle truppe britanniche fino alla fine del mandato (14 maggio 1948), portò all’espulsione in massa della popola­zione palestinese. Fu data carta bianca ai comandanti dei reparti sionisti per «ripulire» il territorio e fu autorizzata l’evacuazione forzata dei villaggi e dei quartieri arabi «ostili» o «potenzialmente ostili» (cioè tutti, perché ovviamente non esisteva un villaggio o un casolare arabo che potesse essere favorevole al proprio annientamento).

Nelle città, alla partenza dei soldati inglesi, che avvenne senza che se ne desse preavviso ai cittadini arabi, seguivano il bombardamento e l’attacco per spingere la popolazione alla fuga. Nelle campagne i reparti sionisti, travolta ogni resistenza, entravano nei villaggi e lanciavano l’avvertimento con il megafono: entro poche ore l’abitato doveva essere deserto. Gli arabi rischiavano altrimenti di saltare in aria con le loro case. Soltanto nel periodo fra il 1° aprile e il 15 maggio 1948, nel quadro del piano Dalet le forze militari sioniste attuarono 13 vaste operazioni offen­sive, le 8 principali delle quali si svolsero fuori dalle frontiere ebraiche fissate dal piano di spartizione, interamente nel territorio attribuito in linea di principio ai palestinesi.

Il massacro di Deir Yassin, il 9 aprile 1948, fu un episodio clamoroso di questa tattica del terrore, che riempì di sgomento il mondo. L’Haganah conquistò il villaggio, poi si ritirò lasciando agli uomini della banda Stern e dell’Irgun il compito di massacrare 254 fra uomini, donne, vecchi e bambini palestinesi. Quando la radio diffuse la notizia di questo atto barbaro, la popolazione araba terrificata comprese che non aveva alcun mezzo per proteggersi. Menahem Begin, all’epoca capo dell’Irgun (che fu poi primo ministro di Israele negli anni ‘80), disse in seguito: «Il massacro non solo fu giustificato, ma non ci sarebbe stato Israele senza la vittoria di Deir Yassin».

L’importanza esemplare di Deir Yassin consistette nel mostrare ai palestinesi l’enormità del pericolo che li sovrastava e nell’indicare che la resistenza poteva causare la ripetizione all’infinito di carneficine di que­sto genere. Dopo Deir Yassin, il «fattore atrocità» ebbe un ruolo decisi­vo per diffondere il panico e indurre la popolazione all’esodo. 474 centri abitati arabi furono occupati dai sionisti, 385 dei quali, rasi al suolo, scomparvero letteralmente dalla carta geografica.

(Filippo Gaja, Le frontiere maledette del Medio Oriente, Maquis editore, Milano 1991, pp. 194-196)


1 Commento »

  1. […] giunse a tanto, fu perché il cammino su questa strada era iniziato da tempo. Lo spiega lucidamente Filippo Gaja, che così […]

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