Katsuhiro Otomo | Akira
By admin • Mar 20th, 2008 • Categoria: Articoli, RecensioniA cura di Daniele Pastori
Titolo: Akira
Regia: Katsuhiro Otomo
Animazione: Takashi Nakamura
Sceneggiatura: Katsuhiro Otomo, Hizo Hashimoto
Direttore della fotografia: Katsuji Misawa
Musiche: Shoji Yamashiro
Produzione: “The Akira Committee” ( Kodansha, Mainichi Hosho, Bandai, Toho, Laser Disc Corporation, Tokyo Movie Shinsaha e molte altre)
Nazionalità: Giappone, 1987
Durata: 124′
Trama:
Bande motorizzate di ribelli sfrecciano nella Neo-Tokio post-bomba atomica del 2019, lasciando una colorata scia nell’imbrunire di una grigia metropoli illuminata da fredde insegne al neon e sirene della polizia. Tetsuo, il più giovane della sua banda finisce per investire uno strano bambino dal colorito azzurro e dal viso rigato come quello di un vecchio, appena scampato dalle forze dell’ordine che lo ricercavano per chissà quale motivo, facendo mostra dei suoi poteri ESP. La moto finisce a brandelli con un’esplosione e lo strano ragazzino con il volto corrugato non riceve nemmeno un graffio. Accorrono subito Kaneda (il capobanda) e gli altri ragazzi, appena usciti dallo scontro con i “clown” (i motociclisti che difendono la zona confinante con la loro), ma vengono fermati da una squadra dell’esercito, che porta via Tetsuo ed il bambino, in un ospedale militare, dove verranno sottoposti a diversi test.
La città è preda ogni sera di esplosioni, attentati e moti di rivolta, nella notte impazzano bande di ragazzi devoti alla distruzione, di fanatici religiosi che invocano il ritorno del misterioso “Akira”, di terroristi, di pazzi isolati, ma anche di gruppi organizzati che, con l’aiuto di politici doppiogiochisti, vengono a sapere del cosiddetto “progetto Akira”, per il quale sono stanziati fondi incredibili che rallentano la ricostruzione del paese il quale, a 30 anni dall’esplosione, non ha ancora un governo saldo. Tra questi gruppi milita la giovane Kay, per la quale Kaneda proverà una forte attrazione, che lo porterà a partecipare alle missioni di questo gruppo di sovversivi, con lo scopo di ritrovare Tetsuo, che nel frattempo perde il controllo e manifesta poteri simili a quelli del ragazzino con la pelle azzurra (Takashi), ma molto più forti. Assieme a Takashi, altri due bambini presenti nel laboratorio cercano di fermare il potente Tetsuo per impedire la rinascita dell’oscuro Akira. E pian piano il mistero si svela. Si scopre che la nuova struttura olimpica non è altro che una copertura per nascondere il progetto Akira che potrebbe essere stato la causa della grande guerra che ha devastato il Giappone trent’anni prima.
Il colonnello dei militari (che presiede il progetto Akira), conscio della decadenza del paese causata dai politici che vorrebbero togliergli il posto, ribalta il governo, creando un provvisorio stato di autorità militare, che verrà presto spazzato dalle bande di ribelli “capitanati” da Tetsuo, che in realtà è spinto soltanto dalla sete di distruzione e di conoscere il potente Akira. Dopo una spettacolare battaglia tra Kaneda e Kay contro Tetsuo (dove il corpo di quest’ultimo subisce spettacolari mutazioni) a colpi di fucile laser e poteri ESP, Akira viene finalmente risvegliato dai bambini, con lo scopo di fermare Tetsuo, dando inizio al meraviglioso finale esplosivo, nel quale, in mezzo ad una colossale distruzione, riecheggiano le parole:
“IO SONO TETSUO!!”.
Riflessioni:
Akira, il cartone animato per il quale è stato speso un milione di yen nel lontano 1987, per il quale fu creato l’”Akira Committee”, che riunì in un solo progetto le dieci maggiori compagnie giapponesi, che collaborò assieme ad oltre 5000 artisti in 50 diversi studi d’animazione (con un piccolissimo aiuto della computer graphic, quasi inesistente) può decisamente essere considerato il migliore cartone animato di tutti i tempi, sia per realizzazione che per trama. Trama presa dal fumetto omonimo del mangaka/regista/sceneggiatore Katsuhiro Otomo, che a mio parere, nonostante tutto, supera di gran lunga il film in quanto a completezza, complessità e significato, grazie ad una presentazione più dettagliata dei personaggi e a risvolti colossali non presenti nel film, nonché al circoscrivere eventi di dimensioni gigantesche in confronto agli spazi del lungometraggio. Il film conserva comunque la sua genialità e resta capace di incuriosire (come minimo) e stupire. Diverso è anche il finale, a mio avviso più enigmatico ed esauriente rispetto alla versione cartacea. Consiglio comunque la lettura del manga a chiunque sia piaciuta la trasposizione cinematografica.
Per la creazione del film sono state impiegate 327 tonalità di colore (contro le 200 di norma per i cartoni animati), 50 delle quali create apposta per esso. Predominano i colori cupi e freddi, anche nelle luci dei neon che sovrastano la città, per fare eccezione in poche scene nel sangue dei personaggi, colorato di un rosso acceso che sembra uscire dalla pellicola e nella quiete finale, quando rispunta il sole.
Interessanti anche le musiche che sottolineano le parti cruciali, musiche che trascendono il tempo, a volte simili a composizioni tradizionali, a volte provenienti dal futuro, o entrambe insieme. Somigliano a suoni, voci o stridii, di grande effetto, essenziali ed efficaci al tempo stesso. Lo stesso Otomo ha così commentato: “L’aspetto musicale fu il più complesso e difficoltoso da affrontare. Decidemmo di rendere la musica di AKIRA una vera e propria presenza… La musica può sostituire la normale comunicazione verbale tra la gente, i “colpi musicali” creati per AKIRA assomigliano talvolta a suoni realistici… Io ero deliziato dalle musiche della Geinoh Yamashirogumi ancor prima della produzione di AKIRA… Le loro musiche sono corali, valorizzano la voce e le sonorità tradizionali non sono influenzate da contaminazioni occidentali… “.
Le prime scene del lungometraggio rappresentano il nichilismo delle bande senza meta che aspirano alla completa distruzione, esplicata all’esterno in danneggiamenti di automobili e risse tra gruppi e all’interno in assunzione di droghe e corse in moto nel centro urbano al limite della velocità. Questi gruppi, vittime della modernità post-atomica e della cattiva gestione del paese da parte dei politici, cercano una rivolta istintiva (in seguito sarà appoggiata dalla maggioranza della popolazione), non ponderata, che viene perennemente fermata dai modi brutali dei poliziotti. Si trova un sentimento fin troppo espansivo da una parte ed una repressione spietata dall’altra. Tutto questo al di sotto dei giochi politici che, nonostante il caos cittadino, fanno girare una quantità incredibile di denaro per creare progetti galattici, tra cui il potenziamento dei poteri paranormali di alcuni ragazzini e la creazione di un satellite-arma chiamato SOL.
Tra queste bande milita Tetsuo, un giovane ragazzo che frequenta un istituto per giovani delinquenti che vive succube dell’amico Kaneda. Si sente inferiore a lui e, grazie agli esperimenti per la creazione di un nuovo uomo, impazzisce, fino a non riconoscere più il proprio io e finire preda dei poteri che in lui si erano sviluppati. Infatti quei poteri, risvegliati con un’operazione al laboratorio militare, inizialmente venivano tenuti a bada per mezzo di potenti droghe, finendo però per divorare la personalità di Tetsuo che dovrà lottare per tenere a bada il proprio corpo.
Veniamo ora a considerare il punto centrale della narrazione: nel film Akira ci viene presentato come un’entità immateriale che prende il nome da uno dei bambini sottoposti ad esperimenti nel laboratorio militare, più precisamente dal bambino che fece scoppiare il terzo conflitto mondiale (o forse soltanto l’esplosione su Tokio, il fatto è stato insabbiato, proprio come in Evangelion –fumetto con molte somiglianze a questo), nel lontano 1988. Akira è l’energia pura presente in ogni essere ed in ogni particella, o meglio è l’uno da cui deriva tutta questa energia che, se liberata in un individuo non preparato, può finire per divorare tutto ciò che gli sta attorno, come accade a Tetsuo. L’energia liberata, nell’esplosione finale viene riassorbita dallo stesso Akira che, distruggendo ogni cosa porta il seme della rinascita, mentre i bambini con poteri paranormali pronunciano le emblematiche parole: “Un giorno anche noi saremo… Quel giorno è già arrivato”. Infatti loro hanno seguito il loro percorso e, gettandosi nell’esplosione, sono tornati nell’uno immanifesto, assieme a Tetsuo, per fermarsi nell’essere senza altra supposizione alcuna. Diverso è il caso del povero Tetsuo, che resta ancorato ai suoi ricordi e grida “Io sono Tetsuo” prima di scomparire, segno di attaccamento all’io e alla vita. Il suo non è però un grido di disperazione o di dolore, bensì un urlo forte, pieno di potenza, come di colui che, dopo essere scomparso, ha finalmente trovato il proprio centro in sé stesso. Nell’esplosione Kaneda afferma invece di essere tratto in salvo dalla voce dell’amata Kay, che l’avrebbe richiamata nel mondo materiale (nell’esplosione si è in una specie di dimensione parallela dove appaiono i ricordi fondamentali per il cammino della vita e dove l’io sfuma per diventare una parte dei molti). Lui si ferma quindi, per amore, nella vita terrena.
Il film finisce con una serie di esplosioni ed implosioni di colore (nero, bianco e rosso), che creano dei cerchi nello schermo. Potrebbero essere immagini di una diversa dimensione parallela, c’è chi sostiene sia la forma astratta che assume Tetsuo dopo l’esplosione (soprattutto nell’immagine finale che ricorda un occhio), ma a me sembra di vedere nei movimenti centrifughi e centripeti il continuo mostrarsi e riassorbirsi della manifestazione, tema che potrebbe essere il punto centrale della narrazione “tra le righe” (a conferma di ciò, dopo la distruzione di Tetsuo e di Tokio, rispunta il sole, un sole caldo e luminoso, simbolo di rinascita, come non si era mai visto durante il film, mentre i ritmi frenetici della città di Neo-Tokio sembrano rallentare e tornare alla normalità).


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Vero culto.
Sento di apprezzare maggiormente la versione cinematografica,proprio per il suo finale maggiormente “mistico” ,allegorico e intimista,rispetto alle soluzioni del fumetto originale.
Tra le cose piu belle mai uscite dal Giappone.
Da segnalare anche “Memories” sempre di Otomo
Racconta un professore universitario giapponese, citato nel bel libro “La bambola e il robbottone” di Gomarasca (edito da Einaudi), che durante una visita alla città di Sarajevo, in piena guerra, aggirandosi tra case devastate, palazzi a colabrodo, cadaveri disseminati sul selciato, si trovò davanti una scena che avrebbe realmente cambiato la sua vita e la sua percezione del reale; su un muro, recinzione di un impianto industriale bombardato, troneggiava la scritta So It’s Begun tracciata in vernice rossa ed accompagnata da un murales raffigurante Akira ed i suoi compagni. Il professore rimase immobile, a guardarlo, inebetito. Come se una porzione occulta della sua fantasia avesse fatto irruzione nel mondo reale.
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