OrionOnline

Alle radici della castrazione linguistica

By admin • Ott 3rd, 2008 • Categoria: Articoli, Nero su Bianco

di Fabrizio Maullu


L’ipocrisia lessicale portata alle sue estreme conseguenze: il politicamente corretto

I così detti “fenomeni di costume” che nel nostro Paese arrivano ai vertici della popolarità e della diffusione hanno solitamente tutti quanti una matrice comune: rappresentano un triste scimmiottamento delle ancor più tristi manie statunitensi, con l’aggravante di un ritardo quantificabile in almeno un lustro.

Si pensi solo a quanti film d’oltre Oceano abbiamo visto in cui il protagonista scende da un fuoristrada delle dimensioni di un autotreno e dalla cilindrata consona ad un piccolo aeroplano prima che le nostre città venissero popolate da simili veicoli, sicuramente utili per una escursione nel deserto ma palesemente in difficoltà in un qualunque centro storico italiano. Oppure a quanto ci hanno fatto sorridere le “sit com” in cui famiglie di ciccioni soddisfatti non riescono a sopportare l’oretta e mezza al cinema di una qualunque “Arma letale” senza il conforto di un secchio di pop corn dalla portata indefinibile, prima di renderci conto di come abbia preso piede anche da noi questo curioso fenomeno di “horror vacui”, dove il vuoto è ovviamente quello del già citato secchio.

Diciamolo senza tanti giri di parole: copiamo dagli americani, e lo facciamo pure male.

A questa regola non sfugge neppure quella che probabilmente è la più grossa perversione lessicale degli ultimi cinquanta anni, quella che va sotto l’inquietante nome di “politicamente corretto”.

Parlare di perversione lessicale può sembrare forse una forzatura, o, a voler essere generosi, una frase a effetto, ma di fronte a ciechi che come per incanto diventano “non vedenti”, a spazzini che si vedono promossi a “operatori ecologici”, e persino a nani che vedono sublimato il loro essere in uno spettacolare “verticalmente svantaggiati” non mi sembra proprio di esagerare.

Per capire come si possa essere arrivati a questo triste epilogo (sempre che di epilogo si possa parlare, e non piuttosto di una tappa intermedia verso esiti ancora imprevedibili) è utile la lettura di un testo uscito negli USA nel 1993, La cultura del piagnisteo – La saga del politicamente corretto, libro che nasce da un ciclo di conferenze tenute da Robert Hughes (giornalista australiano critico d’arte del “Time”) nel gennaio del 1992 presso la Biblioteca Pubblica di New York, pubblicato in Italia dalla Adelphi nel 1994.

Hughes fa partire la sua analisi (che come si può facilmente intuire è decisamente spietata) dall’osservazione di quella generazione di studenti protagonisti delle rivolte studentesche del ’68 che, rientrati nelle università come docenti, assistono allo sgretolarsi definitivo delle loro giovanili speranze di rivoluzione.

La reazione a questo trauma è l’abbandono delle teorie marxiste classiche, che si sono rivelate inattendibili nella loro previsione dell’avvento di una nuova società basata sulla dittatura del proletariato, e il conseguente accostarsi a quelle che Hughes definisce impietosamente come “eteree e paranoiche” teorie della scuola di Francoforte, i cui rappresentanti più autorevoli sono Theodor Adorno e Herbert Marcuse.

Parlare di teorie paranoiche non è sicuramente eccessivo, nel momento in cui si parte dall’assioma secondo il quale “tutta la vita umana è governata da meccanismi repressivi, insiti non nella politica manifesta, bensì nel linguaggio, nell’educazione, nel divertimento, insomma nell’intera struttura della comunicazione sociale.”

Ma il sublime si raggiunge quando alla scuola di Francoforte si affianca il “post-strutturalismo” francese che, attraverso gli scritti di Michel Foucault e di Jacques Derrida, spoglia il “soggetto” inteso come “singolo agente pensante” della possibilità di agire nella realtà e di modificarla. In questo modo ciò che resta è solamente il linguaggio.

L’uomo non ha nessun controllo sulla propria storia, né potrà mai averlo: in base a questa teoria la verità è inconoscibile, per cui dobbiamo diffidare di qualunque proposizione, tranne di quella secondo la quale tutte le proposizioni sono sospette.

L’intellettuale non può pertanto che prendere atto di questo stato di cose, e porsi a guardia della nuova ortodossia, quella linguistica.

Parafrasando i cultori del linguaggio rispettoso di tutte le minoranze vere e presunte si potrebbe tranquillamente affermare che seguendo questo ragionamento ci si trova in un vicolo “non vedente” davvero desolante, ma nutrendo un malcelato disprezzo per qualunque ipocrisia, inclusa quella lessicale, mi limito a rabbrividire al pensiero di sedicenti intellettuali che anziché cercare di volare alto, con l’elaborazione di un pensiero originale, strisciano nella desolante mediocrità della ricerca dell’espressione neutra. Non importa in fondo ciò che si dice, ciò che conta è che lo si dica in maniera tale da non offendere nessuno. Ma il modo migliore per essere sicuri di non urtare la sensibilità altrui con le parole non sarebbe forse tacere?

Qualunquismo della peggior specie, lo so, chiedo venia, ma le mie origini contadine mi rendono diffidente nei confronti di ragionamenti che si attorcigliano su se stessi in un crescendo di ipocrisia e conformismo da cui emerge prepotente una nuova e finora inedita figura di eroe, che si pone al centro dell’attenzione collettiva: la vittima.

Argutamente nota Hughes: “Poiché la nuova sensibilità decreta che i nostri eroi saranno solo le vittime, il rango di vittima comincia a essere reclamato anche dal maschio americano bianco. Di qui la fortuna di terapie che insegnano che siamo tutti vittime dei nostri genitori; che non è colpa nostra se siamo scriteriati, venali o francamente scellerati, perché veniamo da famiglie disfunzionali”.

Ma se è stato abbastanza agevole identificare i colpevoli (in questo caso i genitori) e addossargli qualunque nefandezza, decisamente più complicato è indicare una via d’uscita: se la nostra famiglia d’origine è per qualche insondabile motivo “disfunzionale” (qualunque cosa significhi), cosa possiamo fare per evitare di ricadere noi stessi nel medesimo errore?

Per i sacerdoti del politicamente corretto questo è un falso problema: squarciato il velo semantico che ricopre la realtà, rendendola triste e meschina, come per incanto cesseranno le ingiustizie, le disparità, e tutti vivremo felici e contenti.

Non si salva neppure il femminismo da questa ondata anomala di buone intenzioni linguistiche (pavimentazione ideale per il sentiero che conduce all’inferno della ragione), come ancora una volta esprime in maniera tanto stringata quanto ineccepibile Hughes: “ Intanto, la nuova ortodossia del femminismo sta abbandonando l’immagine della donna autonoma ed esistenzialmente responsabile a favore della donna vista come vittima inerme dell’oppressione maschile; trattarla da uguale di fronte alla legge significa aggravare la sua condizione di vittima”.

Si giunge pertanto ad un punto di non ritorno: “In questo e in una dozzina di altri modi veniamo creando un’infantilistica cultura del piagnisteo,dove c’è sempre un padre-padrone a cui dare la colpa e dove l’ampliamento dei diritti procede senza l’altra faccia della società civile: il vincolo degli obblighi e dei doveri.”

Se negli Stati Uniti nasce dalla crisi del marxismo, e probabilmente dalla ricerca di una nuova ortodossia in cui credere, nel nostro Paese l’ossessione per il politicamente corretto assume spesso dei connotati ben precisi di dissimulazione di realtà altrimenti sgradevoli: parlare di “esuberi”, per esempio, fa pensare ad astruse e asettiche pratiche aziendali, e non trasmette quella fastidiosa sensazione che invece sarebbe automatica parlando più concretamente di “licenziamenti”. Allo stesso modo “delocalizzazione” a tutto fa pensare, tranne che al trasferimento di un’industria in zone del mondo in cui sia più facile sfruttare i lavoratori e privarli dei più elementari diritti.

Da un altro punto di vista il politicamente corretto agisce in senso per così dire “orizzontale”: qualunque termine che possa richiamare concetti di inferiorità o di superiorità deve essere bandito, per cui un uomo costretto su una sedia a rotelle cessa di essere un handicappato per diventare “diversamente abile”, senza che questo contribuisca neppure in minima parte a rendere in qualche modo migliore la sua situazione.

Non è difficile ravvisare in questo fenomeno una pesante responsabilità da parte dei media che, scientemente, o per semplice “emulazione” (anche se sarebbe forse più corretto parlare di appiattimento culturale) tendono a perpetuare un’espressività tendente al neutro, e vistosamente ondeggiante verso un relativismo culturale che troppo spesso nasconde semplicemente la desolante mancanza di punti di riferimento.

Si passa perciò dal piano del linguaggio a quello del metalinguaggio che, proprio a causa della sua innata autoreferenzialità, tende non tanto a descrivere la realtà, quanto piuttosto a renderla espressivamente accettabile, occultando in questo modo quelli che sono i suoi aspetti più sgradevoli e meno “presentabili” (almeno secondo il suo discutibile metro di giudizio).

Ma per chi volesse andare a curiosare dietro le quinte, per chi volesse vedere con i propri occhi che cosa in realtà nasconde il politicamente corretto è in serbo una sorpresa decisamente amara: oltre la cortina fumogena dell’espressione neutra e “rispettosa delle minoranze” si cela un vuoto concettuale decisamente disarmante. Coloro i quali vengono, per qualche misterioso motivo, riconosciuti come i principali “intellettuali” italiani hanno poco o niente da dire, a parte poche e lodevoli eccezioni, ma cercano di dirlo nella maniera più edulcorata possibile.

Cercare di stabilire una scala di priorità in questo disastro è probabilmente impresa inutile oltre che proibitiva: occorrono sicuramente concetti, ma è anche indispensabile che vengano espressi senza ipocrisia. Partiamo dal basso, dalle piccole cose: se qualcuno a cui tagliate la strada in macchina abbassa il finestrino e vi da dell’imbecille oppure del pelato, o magari del ciccione, ringraziatelo: probabilmente lui non lo sa, ma vi sta regalando un bene dal valore inestimabile. Vi sta sbattendo in faccia la realtà, nuda e senza fronzoli, senza giri di parole inutilmente ridondanti, merce rara, merce pregiata.

E speriamo che non vi dia dell’intellettualmente svantaggiato, o dell’ipotricotico, oppure dell’obeso, altrimenti vuol dire che è veramente troppo tardi.


Lascia un commento