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America: una psicopatologia?

By admin • Giu 3rd, 2008 • Categoria: Editoriale

di Alessandra Colla

 

Giusto oggi l’ayatollah Ali Khamenei, Guida suprema iraniana, parlando al mausoleo dell’ayatollah Ruhollah Khomeini nel 19esimo anniversario della morte del fondatore della Rebubblica islamica, ha dichiarato che «I politici americani e il loro presidente parlano come psicopatici. A volte minacciano, altre volte chiedono aiuto, perché sono incapaci di raggiungere i loro obiettivi, e intanto continuano a prendere di mira la sicurezza di una nazione […] A volte vanno in una direzione, altre volte nell’altra - proprio come psicopatici, e non politici saggi. In gran parte si devono proprio a questo i loro fallimenti in diverse aree di crisi, come l’Iraq e la Palestina». Quello che si dice “parlar chiaro”.

In realtà, a parte le facili battute su George Dubya Bush che ormai sono patrimonio comune del consorzio civile planetario, dubbi sulla sanità mentale dell’homo americanus sono stati sollevati da tempo e da più parti. E non a torto.

Nel 2006, per esempio, la Lettre d’Analyse dedefensa.org si soffermava su di un articolo assai significativo di Tim Golden, apparso il 30 aprile di quell’anno sullo Herald Tribune e poi ripreso il giorno seguente dal New York Times. In esso si prendevano in esame le perplessità, giudicate legittime, degli Stati Uniti in merito all’opportunità di restituire ai rispettivi paesi di appartenenza un centinaio di “terroristi” o presunti tali detenuti a Guantanamo. Scrive dedefensa.org:

«Gli Stati Uniti vogliono davvero rimpatriare un certo numero di prigionieri che essi detengono illegalmente, a Guantanamo e altrove; e che essi sottopongono a trattamenti inumani, in condizioni di tortura fisica e psicologica, di umiliazione etc. Le loro ferme esigenze morali rendono queste negoziazioni di restituzione ai paesi d’origine estremamente difficili. Gli Stati Uniti pretendono infatti che questi detenuti siano trattati decentemente dai loro paesi d’origine e di destinazione, vale a dire che non siano in alcun modo soggetti “a trattamenti inumani, in condizioni di tortura fisica e psicologica, di umiliazione etc.”».

E dedefensa.org continua invitando a tralasciare insulti e battutine per soffermarsi invece sull’analisi strutturata di quello che viene definito il sentimento della non-incolpabilità annidato nell’animo americano, e approdare così a una felice sintesi di quelle che vengono individuate come le caratteristiche fondanti della psicologia americanista (ovvero dell’America religiosamente e quasi metafisicamente intesa, cioè come valore assoluto e pietra di paragone etico-morale) qua talis:

«l’idea che la forza americana è necessariamente giusta e rappresenta necessariamente il diritto; l’idea che l’America è, in grazia della propria non-incolpabilità, invulnerabile e di conseguenza invincibile; l’idea che l’America è, esclusivamente per sua stessa natura (nonché geografia) e non certo per ambizione, del tutto differente dal resto del mondo. Queste idee inerenti alla psicologia americanista danno ragione delle linee di fondo del comportamento americanista: lo sgomento profondo e irrimediabile dinanzi all’idea inconcepibile della disfatta (Vietnam, Irak odierno); l’incapacità, ugualmente irrimediabile, di adattarsi agli altri e di condurre vittoriose conquiste storiche; l’incapacità conclamata d’influenzare le altre culture (l’americanizzazione non è un’influenza in senso storico, come lo fu chiaramente la cultura romana: è piuttosto un tentativo di distruzione delle altre culture per sostituirvi l’americanismo); e così via. Alla luce di queste ipotesi, certe constatazioni s’impongono automaticamente».

dedefensa.org prosegue nella sua disamina, impossibile da riassumere qui, per arrivare a una conclusione forse azzardata ma certo affascinante: la necessità, cioè, di continuare a lavorare sull’ipotesi suggerita, al fine di comprendere se «l’azione generale di ciò che va identificato come un sistema socio-politico (la nozione di non-incolpabilità), e la cui essenza in fondo è psicologica in sommo grado, lasci nell’individuo una traccia a livello organico» — la necessità, insomma, di comprendere il Volkgeist americano, come se l’homo americanus costituisse realmente una bizzarra mutazione del già infelice homo occidentalis


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