Ariel Toaff, Pasque di sangue. Ebrei d’Europa e omicidi rituali, (il Mulino, Bologna 2007)
By admin • Mar 23rd, 2008 • Categoria: Articoli, [Ri]LetturePrefazione
I processi per omicidio rituale costituiscono una matassa difficile da dipanare, dove chi intende esaminarli va in genere alla ricerca di conferme, più o meno convincenti, alle teorie che ha sviluppato in precedenza e in cui sembra credere fermamente. Gli elementi che non si attagliano al quadro sono spesso minimizzati nei loro significati, talvolta passati sotto silenzio. Stranamente in questo tipo di ricerca si dà già per assodato a priori quello che dovrebbe essere dimostrato. Chiara è la percezione che un diverso atteggiamento presenterebbe pericoli e implicazioni, che si intendono evitare a ogni costo. ò che viene definito con l’espressione generica di documentazione storica) costituiscono tracce deboli, spesso casuali, stringate nella forma e aride di particolari, che non consentono di lavorarci sopra. Quindi spesso quel che manca viene artificialmente aggiunto, supposto o postulato, in mancanza di elementi probanti espliciti nella direzione voluta, immerso in un bagno colorato, dove il quadro è per lo più impressionistico, avvolto in una nube di mistero emergente con tutto il suo armamentario da un passato lontano, che resta incomprensibile a chi si ostina ad affrontarlo applicando categorie interpretative anacronistiche. In genere questo sforzo, palesemente inattendibile, è compiuto in buona fede. O meglio, quasi sempre in buona fede. […] Fino a oggi la quasi totalità degli studi sugli ebrei e l’accusa del sangue si sono concentrati in modo pressoché esclusivo sulle persecuzioni e sui persecutori, sulla loro ideologia e sulle loro presumibili motivazioni, sul loro odio verso gli ebrei, sul loro cinismo politico o religioso, sul loro astio xenofobo e razzista, sul loro disprezzo per le minoranze. Nessuna o quasi nessuna attenzione è stata prestata agli atteggiamenti degli ebrei perseguitati e ai loro comportamenti ideologici, anche quando essi si confessavano colpevoli delle accuse specifiche di cui erano fatti oggetto. E ancor meno, ovviamente, sono sembrate degne di interesse e di indagine seria le motivazioni di quei comportamenti e di quegli atteggiamenti, che si liquidavano apoditticamente come inesistenti, inventati di sana pianta da menti malate di antisemiti e cristiani esaltati, ottusamente apologeti.bili motivazioni religiose, teologiche e storiche. Una cieca apologia vale quanto una cieca e apodittica condanna, che non può dimostrare quanto agli occhi di chi la esprime era già dimostrato. Proprio la possibilità di sfuggire a una definizione netta, precisa e univoca della realtà degli infanticidi, radicati nella fede religiosa, ha facilitato la cecità, intenzionale o involontaria, di studiosi cristiani ed ebrei, filosemiti e antisemiti. i che rendevano plausibile l’omicidio rituale all’interno di contesti storici e locali particolari, riscontrabili in successione nei territori di lingua tedesca al di qua e al di là delle Alpi, nel lungo periodo che va dalla prima crociata all’autunno del Medioevo.
In sostanza si dovrà indagare sull’eventuale presenza di credenze ebraiche negli infanticidi rituali, legati alla celebrazione della Pasqua, ricostruendone i significati. I protocolli dei processi, soprattutto quelli minuziosi e dettagliati relativi alla morte del piccolo Simone da Trento, non potranno essere liquidati con l’assunzione che rappresentino soltanto lo specchio deformante delle credenze dei giudici, i quali avrebbero raccolto confessioni dettate e pilotate con mezzi coercitivi perché si adeguassero alle teorie da tempo diffuse sull’argomento in odio agli ebrei.e nell’azione la vendetta sull’aborrito nemico, che si reincarnava continuamente nella storia di Israele (faraone, Amalek, Edom, Aman, Gesù). Paradossalmente in questo processo, complesso e tutt’altro che uniforme, elementi tipici della cultura cristiana rimbalzavano, talvolta capovolti, all’interno delle credenze ebraiche, in modo inconsapevole ma costante, e a loro volta le modificavano, prendendo nuove forme e significati. Questi finivano con il divenire simboli abnormi e deformati di un giudaismo profondamente permeato dagli elementi portanti e caratteristici della religione avversa e detestata, imposti in maniera non intenzionale dallo stesso irriducibile persecutore.
avulsi dalla realtà e privi di qualsiasi valore, se non quello di indici delle ossessioni di una società cristiana che vedeva negli ebrei lo specchio deformante delle proprie magagne. Ma questo compito è sembrato del tutto proibitivo a molti degli studiosi, anche illustri, dotti e pieni di buona volontà, che hanno inteso occuparsi di questo difficile tema. […]. Nell’ottica da loro adottata, gli interrogatori e le torture degli inquisiti non avrebbero avuto altro scopo che quello di portare a una piena e concorde confessione della loro colpevolezza, cioè di adesione a una verità che era già nella mente dell’inquisitore. L’uso di domande suggestive e di astuzie varie e, soprattutto, di tormenti fuor di misura era rivolto a costringere gli imputati ad ammettere che la vittima era stata rapita, sottoposta a tormenti secondo un rituale praticato dagli ebrei, e infine uccisa in odio alla fede cristiana. Le confessioni erano palesemente inverosimili, là dove il movente dell’omicidio era indicato nel consumo rituale del sangue cristiano, considerato che il divieto biblico di cibarsi di sangue era scrupolosamente osservato dagli ebrei. Ma a proposito delle torture è bene ricordare che, almeno dagli inizi del Duecento, nei comuni dell’Italia settentrionale il loro uso era disciplinato non solo dai trattati, ma anche dagli statuti. Come strumento per l’accertamento della verità, la tortura era ammessa in presenza di indizi gravi e fondati e in casi considerati da podestà e giudici di reale necessità. Successivamente le confessioni estorte in questo modo per essere ritenute valide andavano confermate dall’inquisito in condizioni di normalità, cioè non sotto la costrizione del dolore o della minaccia dei tormenti […]. Queste procedure, se pur inaccettabili oggi ai nostri occhi, erano quindi di fatto normali e sembra siano state osservate nel caso dei processi di Trento.a compiere una sanguinosa vendetta sui persecutori cristiani, approssimando così la redenzione […]. Volendo quindi concludere che gli omicidi, celebrati nel rito della Pasqua, non fossero soltanto miti, cioè credenze religiose diffuse e strutturate in maniera più o meno coerente, ma piuttosto riti effettivi propri di gruppi organizzati e forme di culto realmente praticate, saremo chiamati a una doverosa prudenza metodologica.
Il fenomeno, una volta provata inequivocabilmente la sua presenza, dovrà essere collocato nel contesto storico, religioso e sociale, oltre che nell’ambiente geografico, dove avrebbe trovato presumibilmente espressione, con le sue peculiari caratteristiche irripetibili altrove. In altri termini dovremo ricercare gli elementi eterogenei e le esperienze storico-religiose particolari, che con probabilità avrebbero reso possibile in un certo periodo e in una certa area geografica (quella dei territori transalpini e cisalpini di lingua tedesca, o dove comunque si apprezzava una forte presenza dell’elemento etnico di origine tedesca, tra Medioevo e prima età moderna) il manifestarsi del fenomeno dell’uccisione di infanti cristiani a scopi rituali, come espressione di adeguamento collettivo di gruppi ebraici a una presupposta volontà di Dio in questo senso o come irrazionale strumento di pressione per condizionarla, così come i suicidi e gli infanticidi di massa “per amor di Dio” nel corso della prima crociata.dobbiamo tener presente che nelle comunità ebraiche di lingua tedesca il fenomeno, quando attecchirà, sarà in genere limitato a gruppi presso i quali tradizioni popolari, che nel tempo avevano aggirato o sostituito le norme rituali della halakhah ebraica, e consuetudini radicate, impregnate di elementi magici e alchemici, si sposavano in un micidiale cocktail con un fondamentalismo religioso violento e aggressivo. Non mi pare inoltre che possa sollevarsi dubbio alcuno sul fatto che, una volta diffuso, lo stereotipo dell’infanticidio rituale commesso dagli ebrei avrebbe continuato inevitabilmente a camminare da solo. Di ogni infanticidio, molto più spesso a torto che a ragione, sarebbero stati incolpati gli ebrei, soprattutto se era scoperto a primavera […]. I verbali dei processi agli inquisiti di omicidio sacrale debbono essere esaminati con attenzione e con la dovuta cautela. Come avverte Carlo Ginzburg, occupandosi dei processi alle streghe, in questo tipo di giudizi pubblici «attraverso l’introiezione (parziale o totale, lenta o immediata, violenta o apparentemente spontanea) dello stereotipo ostile proposto dai persecutori, le vittime finivano col perdere la propria identità culturale; chi non voglia limitarsi a registrare i risultati di questa violenza storica deve cercare di far leva sui rari casi in cui la documentazione ha un carattere non solo formalmente dialogico; in cui cioè sono reperibili frammenti relativamente immuni da deformazioni della cultura che la persecuzione si proponeva di cancellare» [C. Ginzburg, Storia notturna. Una decifrazione del sabba, Torino 1989, p. XXVII].
I processi di Trento costituiscono un prezioso documento di questo tipo. Nei loro protocolli, infatti, gli scarti e le incrinature, che dividono e differenziano nella sostanza, oltre che nella forma, i racconti degli imputati dagli stereotipi degli inquisitori, sono di lampante evidenza. Questo dato di fatto non può essere sottaciuto né misinterpretato con scelte preliminari di natura ideologica e apologetica, intese a inficiarne la validità. In molti casi ciò che gli imputati dicevano era incomprensibile ai giudici, spesso perché il loro discorso era inzeppato di formule ebraiche (rituali e liturgiche) pronunciate alla tedesca, che erano loro proprie, e che neppure gli ebrei italiani avrebbero potuto intendere […]. Altre volte perché quel discorso sviluppava concetti legati a categorie mentali particolari, in un linguaggio ideologico del tutto estraneo a quello cristiano. È evidente che considerare quei fatti e quelle affermazioni alla stregua di astute fabbricazioni e artifiziosi suggerimenti appare del tutto inverosimile. Delegittimarli, presentandoli come invenzioni di santa pianta e creazioni estemporanee degli imputati, terrorizzati dalle torture e tutti proiettati a soddisfare le pretese degli inquisitori, non può essere accettato come prerequisito per questa ricerca. Ogni conclusione, in qualunque direzione si muova, dovrà essere dimostrata dopo aver vagliato e verificato sine ira et studio gli elementi che la sostengono con le fonti a disposizione, che siano in grado di confermarne o negarne l’evidenza in maniera persuasiva e cogente.


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