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Ariel Toaff, tra “vendetta” culturale e ambigua accettazione

By admin • Set 29th, 2008 • Categoria: Articoli, Recensioni

di Davide D’Amario

 

Ariel Toaff, Ebraismo virtuale - Rizzoli 2008 - pp. 137 - € 12,00

 

 

Ariel Toaff torna sul panorama dell’editoria italiana con un saggio sicuramente destinato a suscitare un dibattito all’interno della cultura italiana: Ebraismo Virtuale, pubblicato per la Rizzoli.

A una prima sommaria lettura, il libro sembra poter essere inquadrato come piccola vendetta nei confronti dell’ebraismo della diaspora, in particolare quello romano ed italiano (sicuramente ha influito la gazzarra che portò a ritirare “Pasque di sangue”). In questa polemica ben visibile, si inseriscono anche definizioni e parentesi storico-culturali interessanti, che coinvolgono anche dinamiche perverse interne al mondo ebraico (“sulla shoah c’è stata troppa memoria?”; “è stato un evento che ha alterato l’identità ebraica?”), come la mitizzazione del genocidio ebraico nella seconda guerra mondiale.

In tutto lo scritto Toaff figlio gioca in maniera ambigua sulla concezione della storia del popolo ebraico, criticando aspramente la rotta intrapresa dagli storici e dai politici dell’entità sionista nell’impostazione generale seguita al fatto epocale, universalizzante della storia umana cioè il cosiddetto olocausto. Certamente, da questa posizione traspare l’identità degli studi personali di Toaff, delle sue ricerche, del suo percorso universitario, quindi della sua critica competente: esiste una storia generale del popolo ebreo, svoltasi nell’arco di secoli, quindi il collocare la shoah al centro di tutta quella storia mette a repentaglio la stessa identità storica degli ebrei, per sostituirla con una identità “religiosa” e di sofferenza, che incanala l’ebreo nella dimensione della vittima. Rimangono utili anche ad un anti-sionista (gli anti-sionisti sono definiti antisemiti in tutto il saggio), le frecciate lanciate qua e là a storici dell’antisemitismo, e aneddoti sul prostrarsi delle università israeliane al proliferare e all’imposizione di corsi sulla Shoah…

Vale la pena di riportare alcuni passi interessanti, per le posizioni espresse, di “Ebraismo Virtuale”.

Già nella prima pagina Toaff si chiede ovvero chiede retoricamente ad un amico come mai Pasque di sangue avesse innescato tali e tante polemiche. Sintomatica la risposta del collega: «Sei stato imprudente! Perché sei andato a impelagarti nella Shoah?»; Toaff risponde che in quel libro non parlava dell’olocausto, bensì di fatti avvenuti addirittura prima della scoperta delle Americhe. La replica del collega non si fa attendere: «In un modo o nell’altro la Shoah c’entra sempre. Ogni libro di storia ebraica si apre e si chiude con un capitolo sulla Shoah, che viene usata in dosi massicce come fosse un deodorante». Al di là dell’umoristica risposta (sarà poi veritiera la ricostruzione?), la domanda che stimola tale botta e risposta pone a sua volta un interrogativo di fondo: tutto questo deodorante cosa copre?

Insomma, anche andando con i piedi di piombo nel giudizio del testo, rimangono certe (non nuove, ma sintomatiche!) affermazioni degne di nota: «Oggi sembra che i suoi eredi, soprattutto quelli della diaspora, abbiano deciso di inventarsi un altro ebraismo, con l’aureola della santità incorporata all’origine. Un ebraismo senza macchia, ma con molta paura. Anzi, ossessionato dalla paura, e alla continua ricerca di difensori a buon mercato o di apologeti ignoranti…», tra i quali sembra proprio di poter annoverare, soprattutto dopo il recente teatrino, Gianfranco Fini.

Al di là del messaggio reale che sottende il testo, rimangono nero su bianco frasi come queste: «Una impasse che si crede di poter eludere anche riscrivendo la storia ebraica in modo che sia sempre immacolata, celeste e ammonitrice. È questa la storia per forza di cose censurata, dove lo stesso tipo di fonti è di volta in volta utilizzato o respinto, a seconda dell’immagine relativa agli ebrei che fa emergere. È una storia dove non c’è posto per ladri, mostri e assassini, come per le altre genti, ma solo per i santi, i martiri, gli eroi e i virtuosi…». «Prima di tutto ho inteso affrontare il tema controverso della Shoah, la cui memoria sempre più ingigantita, onnipresente e clamorosa ha paralizzato il dibattito nel mondo ebraico e di fatto trasformato la sua storia in mito edificante».

Affermazioni sfumate, ma che nel quadro della feroce discussione interna al mondo ebraico italiano segnano un punto nella polemica con i supersionisti. Toaff infatti scrive: «… non si può fare ricorso costante al ricordo e alla memoria per giustificare l’atteggiamento sempre più uniforme e acritico della diaspora ebraica nei confronti dello Stato di Israele e delle decisioni, anche le più controverse, da loro adottate. L’ebraismo diasporico [è] ancora alla ricerca di un equilibrio impossibile sul problema assolutamente reale e serio della doppia lealtà o […] assalito da complessi di colpa per non aver tradotto in pratica la propria adesione al sionismo…». E le polemiche indirette verso la deputata di AN Fiamma Nirenstein, presenti anche nel libro, segnano un dato informativo importante, dove balena anche quella famosa e riconosciuta doppia lealtà, che sembra contraddistinguere gran parte della diaspora ebraica … insomma uno squarcio, se pur pacato e mai lesivo della identità imperialista del sionismo di casa nostra e dell’Occidente, da valutare ed acquisire nel bagaglio informativo di chi vuol vivere il suo tempo.

Altra chicca, questa però inerente alla nascita ufficiale della cultura e della storiografia sterminazionista, è il ricordo che Toaff riporta, nero su bianco, di quando nel 1971 approdò all’Università Bar-Ilan di Ramat Gan in Israele, per insegnare al dipartimento di storia ebraica. All’epoca, testimonia Toaff, di Shoah si parlava poco: «Solo una decina di anni più tardi, sembrò presentarsi l’esigenza di rafforzare questo insegnamento e fu presentata al consiglio di facoltà la proposta di renderlo obbligatorio e di affidarlo a un giovane accademico, Dan MichmanNasceva così il corso Dall’odio allo sterminio, dapprima obbligatorio soltanto per gli studenti della laurea in storia, poi per tutti gli studenti dell’università, a qualunque facoltà fossero iscritti». E a partire da qui Ariel Toaff descrive come agli inizi degli anni ’80 si moltiplicarono gli istituti di ricerca in gran parte finanziati dalle famiglie degli “scampati”, si assisté al fiorire di centri di documentazione, ed ebbe inizio la carovana delle visite ad Auschwitz. In pratica, dice Toaff tra le righe, sembra quasi che questo lavoro di propaganda dell’Olocausto avesse quale fine principale di togliere studenti ed interesse alla storia ebraica in generale, per far sì che tutte le energie fossero incanalate verso un solo periodo storico.

Questo passo del libro risulta particolarmente importante, perché sottolinea l’imporsi, nelle facoltà universitarie e nelle scuole d’Israele, di quella che l’autore chiama (con le parole dello storico Salo Baron della Columbia University) «una concezione piagnucolosa della storia ebraica», ed è in questo contesto che Toaff quasi denuncia la consegna del racconto di tutta la storia ebraica nelle «mani compassionevoli degli storici dell’antisemitismo»: «… è nato così — prosegue Toaff — il mito della storia virtuale di un popolo virtuale, sempre positivo e silenzioso, perennemente angosciato dal pericolo costante che qualcuno lo spinga nel baratro e in perenne attesa di una mano amica, quando non quella stessa di Dio».

Conclusioni forti, che sembrano però talvolta pericolosamente in bilico tra il detto e il non detto. Il libro resta comunque un testo da leggere e possibilmente sviscerare, là dove al di là delle intenzioni dell’autore e del suo committente possono acquisirsi anche notizie, racconti e testimonianze utili ad una maggiore comprensione della galassia ebraica.


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