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Crisi presente, guerra imminente?

By admin • Ott 16th, 2008 • Categoria: Editoriale

di Alessandra Colla

Insomma tocca parlare di economia, in quest’Italia che si scopre terra di risparmiatori oltre che di eroi poeti navigatori e santi.
Tocca parlarne, e con entusiasmo, in barba a quelli che Marx non ha capito niente: perché in questo mondo globalizzato che il pensatore di Treviri mai avrebbe potuto immaginare in tutto il suo orrore, l’economia ha oltremodo dilatato la sua dimensione strutturale fino a fagocitare ingordamente ogni e qualsiasi sovrastruttura.

La crisi che dalla primavera scorsa ha iniziato ad attanagliare l’economia americana si è via via allargata a macchia d’olio arrivando a risucchiare con inarrestabile viscosità altri sistemi economici solo apparentemente lontani, geograficamente e culturalmente, dagli Stati Uniti.
In contemporanea con le borse occidentali, anche quelle asiatiche accusano il colpo: e fa un certo effetto vedere G.W. Bush, con l’aria più smarrita del solito, appellarsi al resto del mondo perché intervenga a liberare i liberatori di tante guerre dall’incubo di un nuovo e peggiore ‘29.
Strano, considerato che all’indomani della seconda guerra mondiale agli Usa non sembrò vero di potersi gettare a capofitto nell’applicazione del famigerato Piano Marshall col nobile intento di “salvare” economie che gli Usa stessi avevano fatto il possibile per rovinare; e che una decina d’anni fa, ai tempi delle “tigri asiatiche” rivelatesi puntualmente di carta e del loro crollo, gli States non mossero un dito ed anzi se ne stettero lì a godersi lo spettacolo.

Ora, infatti, non si capisce perché il pianeta dovrebbe provare pena per le sorti degli Stati Uniti d’America: al di là della legittima e motivata preoccupazione per l’andamento di un mercato planetario suo malgrado legato mani e piedi alle sorti del colosso a stelle e strisce, sono altri i sentimenti che dovrebbero accompagnare l’essere in atto della congiuntura americana. La quale, di per sé, rappresenta il prevedibile punto d’arrivo di una pluriennale gestione di economia interna e politica estera a dir poco discutibile. Naturalmente c’è sempre qualche inguaribile ottimista alla Bernanke che vede in questa corsa verso il baratro la cifra distintiva del dinamismo americano a fronte del vieto immobilismo europeo. Punti di vista, dirà qualcuno. Certo: il loro. Degli americani.

Perché l’economia statunitense, si sa, dà il suo meglio in tempo di guerra e non di pace. Gli States si sono dichiarati come potenza egemone nel corso della seconda guerra mondiale, e riconfermati tali all’indomani della sua conclusione.
Gore Vidal, nel suo La fine della libertà, riporta l’elenco di 194 interventi armati targati Uncle Sam sferrati in un lasso di tempo compreso fra il 1948 e il 2001, secondo le stime della Federation of American Scientists. Gli fa eco Zoltan Grossman (docente di geografia all’università del Wisconsin) che dal 1890 al 1948 ne elenca più di 66, precisando però che la lista

NON include le azioni antisommossa della polizia militare, le mobilitazioni della Guardia Nazionale, le dimostrazioni della forza navale fuori delle acque territoriali, i rinforzi al personale d’ambasciata, l’uso di personale non facente parte del Dipartimento della Difesa (come la DEA, l’agenzia per la lotta alla droga), le esercitazioni militari, le mobilitazioni non di combattimento (come la sostituzione dei dipendenti delle poste in sciopero), lo stazionamento permanente di forze armate, le azioni segrete in cui gli USA non hanno avuto un ruolo di comando e di controllo, l’uso di piccole unità di salvataggio per liberare ostaggi, la maggior parte dell’utilizzo di truppe per procura, il pilotaggio di aerei da guerra stranieri, l’assistenza in caso di disastro all’estero, i programmi d’addestramento e consulenza militare che non hanno implicato combattimento diretto, i programmi di aiuti e molte altre attività militari.

Fatto sta che gli Stati Uniti non sono riusciti a scatenare altri conflitti dopo quello che li vede ancora in difficoltà sul suolo iracheno: e questo, per gli standard americani, non è un buon segno. La riprova potrebbe essere proprio la crisi attuale: niente guerra = economia in crisi. Tutto sta a convincere il popolo americano della bontà di una nuova avventura bellica.

Il problema, adesso, è tutto nostro: conviene di più rallegrarsi per l’apparente declino di quella che non appare più come “la” superpotenza; o dobbiamo mettere in conto il più illustre precedente degli ultimi anni?

Che cosa può ridurre drasticamente il deficit delle partite correnti americane, e per questa via eliminare i rischi più significativi per l’economia degli Stati Uniti e per il dollaro? La risposta è: un atto di guerra. L’ultima volta che gli USA hanno registrato un surplus delle partite correnti è stato nel 1991, quando il concorso dei Paesi esteri ai costi sostenuti dall’America per la guerra del Golfo ha contribuito a generare un avanzo di 3,7 milioni di dollari.”

(report caricato sul sito internet di Morgan Stanley, martedì 11 settembre, 7.30-8.00 [ora di New York]).

Si vedrà.


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