Elezioni USA: plus ça change, plus c’est la même chose
By admin • Nov 4th, 2008 • Categoria: Editorialedi Alessandra Colla
Ci siamo. Ancora poche ore, e sapremo il nome del quarantaquattresimo presidente degli Stati Uniti d’America.
Qualche ingenuo in questi giorni si è lamentato per il peso mediatico attribuito alle elezioni presidenziali d’oltreoceano, chiedendosi seriamente “siamo forse una colonia americana?”. La domanda è evidentemente stupida o retorica, perché sì, siamo una colonia americana. Non da ora, of course.
E facciamo benissimo a tenere d’occhio le presidenziali Usa e il loro esito, perché quello che accadrà laggiù si ripercuoterà inevitabilmente sul resto del mondo e a maggior ragione su di noi, sudditi troppo spesso inconsapevoli di quella che in molti, ormai, non considerano più la superpotenza planetaria.
Bisogna ammettere che questa volta la posta in gioco è alta, per l’immaginario americano ed americanocentrico: l’ipotesi che un giovane semisconosciuto di colore possa insediarsi alla Casa Bianca sembra in grado di sconvolgere parecchie persone. Una presenza rampante, nera e democratica ai vertici dell’amministrazione Usa significa per molti un deciso colpo di spugna all’egemonia del radicalismo teocon repubblicano: il che suggerisce a molti l’idea che con Barack Obama gli Stati Uniti riuscirebbero una buona volta a sfilarsi dal pantano iracheno.
Potrebbe anche essere così, ma non se ne ha la certezza: così come non è certo che la vittoria di Obama sia preferibile a quella di McCain. Il quale, in caso di vittoria, avrebbe come vice Sarah Palin; la quale a sua volta, in caso di decesso o grave impedimento fisico/psichico di Mc Cain, si troverebbe in men che non si dica dietro la scrivania del famoso studio ovale. L’eventualità è da allarme rosso — la signora Palin sembrando la versione in gonnella del peggior Bush jr.
D’altro canto, Obama ha dichiarato abbastanza apertamente la sua amicizia con Israele: il che (pietra dello scandalo e ciliegina sulla torta in egual misura) farebbe ragionevolmente pensare a un ristagno della situazione mediorientale — nella più rosea delle ipotesi; nella più cupa, a un suo aggravarsi (al momento riesce difficile immaginare una situazione peggiore di quella attuale, ma grazie alle moderne tecnologie e alle comprovate doti creative degli israeliani possiamo fiduciosamente aspettarci di tutto).
In buona sostanza, dunque, non sembra che la vittoria di Obama possa rivoluzionare il corso degli eventi statunitensi e del loro riverberarsi su questo infelice pianeta: proprio come McCain, infatti, neanche lui mette minimamente in discussione il ruolo-guida degli Stati Uniti e la loro missione nel mondo. Di conseguenza, la politica estera americana (e di riflesso quella economica) si limiterebbe a mantenere il medesimo orientamento lasciando spazio, forse, soltanto a qualche diversa manifestazione epifenomenica: meri accidenti di una sostanza immutabile.
Comunque vadano le cose, non saremo i primi a saperlo ma ce ne accorgeremo presto.


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