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Fenomenologia dell’Ordine (I)

By admin • Set 25th, 2008 • Categoria: Articoli, [Ri]Letture

di Luca Valentini

Quando un raggruppamento umano si costituisce, non per mero interesse economico o pragmatistico che sia, è perché un’idealità comune caratterizza tutti i suoi componenti, perché, nel caso di un raggruppamento politico e tradizionale, vi è un superiore orientamento, un centro anagogico che lo differenzia. Come nella Politeia Platonica, un’identità deve contraddistinguere Idea Trascendente, Comunità e singolo componente della stessa: ogni elemento, gerarchicamente investito, deve essere lo specchio di ciò che vi è in Alto, come di ciò che vi è in Basso. Platone poneva come collante della Politeia l’aretè della Giustizia, intesa come Ordine, come aderenza al Divino che dà forma al manifestato, che trasmuta l’informe nella polis, come nel cittadino, che in entrambi infonde il senso del Sacro, del giusto agire, della natura propria.

Se dal dopoguerra in poi sempre più vane ed illusorie si sono palesate le esperienze movimentistiche, le agitazioni per la pura azione materializzata ispirate da un confuso misticismo, se non addirittura da uno spurio idealismo, obbligata ai nostri occhi si manifesta la strada da seguire, quella dell’INTRANSIGENZA dell’IDEA, quella dell’Ordine e non del movimento, come organizzazione ferrea, quasi militare, che non concede giustificazioni, né cedimenti, né ammiccamenti alla sovversione. Esamineremo l’idea di Ordine, quindi, prima in relazione alla dimensione comunitaria, per, poi, trasporla in quella individuale, per accennare, infine, come spunto aristocratico, a quella che è la concezione esoterico-iniziatica della medesima idea.

Riteniamo, pertanto, fondamentale qualificare la radicale differenza tra ciò che è un movimento, un comune centro di aggregazione, da ciò che deve essere ed è sempre stato un Ordine: se il primo si realizza come coincidenza degli interessi, delle opinioni dei singoli, come forma contrattualistica di coesistenza, il secondo pone una visione ontologica come riferimento primo e prioritario, come Centro e come Vertice, a cui la “società di uomini” ed il singolo aderente devono conformarsi organicamente. L’Ordine deve, in tale ottica, essere rappresentazione e bastione difensivo di una Weltanschauung, di un’Idea, di una Fides che non va compromessa per alcuna ragione profana o d’opportunità, perché il cedimento intellettuale e di dottrina minerebbe alla base il senso stesso della sua esistenza.

Alto è l’insegnamento di Servio che ci ricorda come magna erat apud majores cura Fidei, che rispecchia tutta la virtù guerriera di Roma, ma non l’unico ed isolato nel tempo:”La Fides significa personalità e gerarchia. In essa è il vero superamento di tutto ciò che è servizio anodino, ordine macchinistico, vile conformismo, routine, superstruttura ed anche violenza. In essa è una forza vivificante di virile spiritualità, una forza romana e fascista, al cessar della cui tensione ogni organizzazione, ogni legge e ogni istituzione diviene una creatura priva di sostegno interiore, che il primo urto farà crollare”(1).

Negli ordini monastico-guerrieri, nel periodo delle Crociate, come i Templari, la saggezza, la disciplina, segnavano l’aderenza ad una regola spirituale, ad un connubio vitale, tra Azione e Contemplazione: il crociato rompeva con la cavalleria laica, egli aveva il Sacro come riferimento esistenziale, il combattimento per il suo Dio, la cavalleria profana, comune essendo stigmatizzata duramente, essendo i suoi membri vanitosi, mondani, succubi della collera e dell’irrazionalità. L’Ordine diveniva, quindi, comunità d’élite, una corporazione tradizionalmente intesa, con una missione, con un’ideologia, con i propri valori: nella mitica corte di Re Artù vi era una ragion d’essere, un codice d’onore che accumunava tutti i cavalieri, come, per esempio, la disapprovazione assoluta di colpire alle spalle il proprio avversario. Qui si evidenzia un sentire, una vibrazione, un modus vivendi comune, ma regolato dall’Alto, questo il senso dell’Ordine.

Non è un caso, infatti, che, alla fine del XII secolo, Chrétien de Troyes esprimesse nei suoi romanzi tutta la chiarezza e tutta la dignità della cavalleria:”Gli ha detto che gli ha conferito il più alto ordine, con la spada, che Dio abbia fatto e stabilito, è l’ordine di cavalleria, che dev’essere senza villania”(2). Vi era, vi deve essere la riproposizione di un’etica virile, su immagine del patriziato romano, in cui i milites devono coordinarsi organicamente coi magister, ed insieme, univocamente aderire alla Fides per l’Idea, per la Tradizione. È l’esplicitazione massima della differenza, della diversità tra l’umanità moderna, tecnologica, psicanaliticamente scissa e ciò che sentiamo, ciò che vogliamo fortemente essere, perché lo siamo interiormente: alma fides, fides sancta, sacra, casta, incorrupta! In tale direzione nessuno senso può essere attribuito alla volontà partecipativa dell’individuo, volontà razionale, se non emozionale ed irrazionale; l’aderenza interna deve significare identità con lo spirito dell’Ordine, che è identità con l’Archetipo di riferimento.

Nell’ambito di un sano sentire militante vogliamo riferirci all’antico concetto di humanitas, come essenza della civiltà elleno-romana, anche se con forme simili ha potuto manifestarsi in diverse popolazioni di origine indoeuropea, come oggettivazione di una comunanza noetica e di stirpe. La megalopsichìa per i Greci e la magnanimitas per i Romani, cioè la rispettabilità civile e la personale grandezza d’animo, sono i presupposti irrinunciabili di ciò che si realizza quasi come un fine da raggiungere, cioè uno status tanto ontologico quanto pubblico, lo spirito incorrotto delle origini, la sua forza vitale, la manifestazione del proprio demone, che si incarna nella visione di nobilità solare, di drittura spirituale e guerriera, di antica grandezza, di primordiale superiorità, nel mondo greco-romano, ma anche nell’intera cultura indo-germanica. Tale virtù con lo Stoicismo forgiò la figura del sapiente, riservato e severo, tradizionalmente distaccato dalla massa, che sapesse porre un limes, un distacco tra una superiore condotta di vita e la volgarità del demos: tale è l’essenza numenica del limes, del limite, dell’Ordine interno, ma anche pubblico, di cui l’espressione territoriale è solo una manifestazione simbolica di una dimensione che supera il fattore naturalistico, puramente materialistico, (non è questo l’articolo adatto per trattare anche la dimensione magica di tale argomento, la strana relazione alchemica, però, che vi è tra un mandala ed il solco di fondazione di Roma potrà servire da spunto interessante a qualche ricercatore scaltro e mercuriale!) che ovviamente viene fraintesa da chi non possiede in sé una visione UNITARIA del Cosmo, del Sacro.

 

 

Note:

1) Julius Evola, Corporazione e romana fedeltà in “La Nobiltà della Stirpe”, aprile-maggio 1938.

2) Chrétien de Troyes, Le Conte du Graal ou le roman de Perceval, v. 1588.

 

[tratto da Orientamenti n. 1/2, gennaio-aprile 2007]

 

(1. – continua)


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