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Foglio di via per il Sardus Pater?

By admin • Ott 16th, 2008 • Categoria: Articoli, Nero su Bianco

di Fabrizio Maullu

Pochi, pazzi e disuniti: così ci definì Carlo V, anche se sembra che in realtà non abbia mai pronunciato quella frase, che esprimeva comunque perfettamente il parere della dinastia spagnola su quella popolazione ostile entrata a far parte dei loro possedimenti per i soliti, intricati, giochi di potere. Nonostante siano passati circa sette secoli, però, si tratta di un giudizio che ancora oggi definisce abbastanza bene noi sardi.

In realtà di definizioni ce ne sarebbero anche parecchie altre, oltre alle tre famose, ma non è il caso di scender troppo nel dettaglio, per cui citarne solo un’altra mi sembra più che sufficiente: orgogliosi. Orgogliosi nel senso buono, e purtroppo anche in quello meno buono del termine, ma sicuramente orgogliosi del nostro grandioso, e per certi versi ancora piuttosto misterioso, passato nuragico, che rimane ancora vivo nel nostro sentire nonostante i millenni di dominazioni straniere, e che non divide, ma unisce da nord a sud, dalle coste alle montagne.

Il nuraghe è sempre al suo posto, intatto nonostante secoli di maestrale, di pioggia, di stranieri invasori e invadenti, ingombrante monito di un tempo in cui eravamo davvero padroni a casa nostra. Sbrodolamenti pseudo retorici a parte, in tempi in cui è lecito parlare di “supermercato diffuso”, anche il nuragico, in un certo senso “tira”, per cui perché non proporre un marchio (o un “brand” come direbbero quelli abituati a vendersi anche l’anima, pur non avendola) che a quel glorioso passato si richiami in maniera inequivocabile? E quale marchio potrà mai essere più efficace dell’eroe eponimo della nostra amata (ma tanta volte pure odiata) Isola, e cioè il celebre e mitico “Sardus Pater”?

Ecco allora le magliette, che trasformano anche il più stupido dei turisti in un viaggiatore attento alle tradizioni dei luoghi che visita, gadget di ogni forma accomunati dal loro essere sempre e comunque imbarazzanti, e pure un vino (un discreto Carignano del Sulcis, a voler essere precisi), estasi dei neo sommelier allo sbaraglio (quelli, per intenderci, che sono diventati intenditori di vini dopo un corso di otto ore divise in sei mesi).

Fermi tutti! State già pensando che ora parta il pistolotto moralizzatore contro la mercificazione del nostro eroe nazionale, vero?

Errore grossolano, mi dispiace: certe “espressioni commerciali” sortiscono in me lo stesso effetto della Coca Cola, oppure del cibo del Mc Donalds, o persino della televisione. Di certo non le amo, anzi, nell’ordine mi infastidiscono rispettivamente il sapore, l’odore e il rumore, ma piuttosto che lanciarmi in una qualche sterile e stucchevole polemica contro questi frutti avariati del nostro tempo utilizzo una tattica decisamente più rilassante: semplicemente li ignoro.

Cos’è allora che mi provoca così tanto fastidio?

Presto detto: Il Sardus Pater non è, non può e non deve essere considerato, nella maniera più assoluta, l’eroe eponimo delle genti sarde. Si tratta in realtà di un “dio” di origine libica, pertanto geograficamente molto vicino alla Sardegna, ma sicuramente non autoctono.

Sono passati più di quarant’anni da quando Giovanni Lilliu, il massimo esperto di Sardegna nuragica lo smascherò in maniera inequivocabile in poche righe:

“Sardus, dalla tradizione letteraria, è fatto venire in Sardegna dalla Libia, con uno stuolo di coloni, e gli si fa occupare, per primo fra gli invasori, l’Isola che ne prende il nome. Stando ai testi antichi, dunque, Sardus sarebbe un eroe “libico” diventato l’eponimo dei sardi, il loro Pater, o Dio. Se l’iconografia sopra citata non lo indicasse chiaramente come una divinità con vesti semitiche, e il nome stesso di Pater non traducesse quello cartaginese di Baal, verrebbe fatto di considerare il Sardus Pater una divinità sardi indigeni, dei sardi nuragici. (…) Oggi preferiamo togliere Sardus dal pantheon protostorico, e farne uno dei tanti dei di nazioni, regioni, luoghi, città che i cartaginesi solevano fabbricare nei paesi di conquista, solleticando con la parvenza del nome il favore dei popoli assoggettati.”[1]

Appare evidente che abbiamo di fronte un clandestino a tutti gli effetti, e pure con documenti contraffatti: sarebbe bene, pertanto, procedere ad un rimpatrio forzato. Occorre un foglio di via che lo allontani dal pantheon sardo, nel quale è, a tutti gli effetti, un usurpatore.

Non si preoccupino però i miei conterranei che del Sardus Pater fanno quotidiano commercio, non sono così crudele da tagliare una fetta dei loro guadagni per una questione di principio, anzi per loro ho in regalo un’idea alternativa: utilizzino pure la figura di Maimone, demone (o genio) dell’acqua venerato dai sardi di epoca nuragica. O magari quelle del “dio- toro” e della “grande madre”, archetipi della forza creatrice della natura e, loro si, legittimi abitanti del pantheon nuragico.

Invadano pure il mercato con magliette dedicate a loro: non le comprerò lo stesso, ma almeno mi danno un po’ meno fastidio.



 

[1] G. Lilliu, La civiltà dei sardi, Eri edizioni Rai, Torino 1967, p. 337.


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