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IANVA - L’intervista (2)

By admin • Ago 27th, 2008 • Categoria: Articoli, Interviste

di VKK

“Deleghiamo ogni cosa, anche l’esser violenti, / ma la guerra dei ventri ci scopre impotenti. / Sempre sotto tutela di un corretto pensare / che ci castra quel tanto da tirare a campare”: parole molto forti, che evidenziano una stasi tutta attuale, peculiare di un contesto sociale annichilito e raggrumato come una specie di fanghiglia, apparentemente incapace di slancio vitale e di orgoglio comunitario. È una visione radicalmente pessimista la vostra o riuscite a concepire nonostante tutto una rinascita, a medio o lungo termine, della comunità nazionale?

Bella domanda. Siamo in parecchi a farcela. E con qualche inquietudine, aggiungo. Come SFS che si chiede in “Richiamo Delle Masse” come, dove e quando arriverà, che faccia avrà, sotto quale simbolo chiamerà a raccolta un nuovo, ipotetico catalizzatore di una lotta di popolo. E soprattutto se, accertata la sua valenza “di massa”, non produrrà istintiva repulsa in individualità da sempre attestate, come tratto temperamentale, sull’essere “contro” sempre e comunque. Io propendo per uno scenario, se possibile, ancora più frustrante. Il punto è che bisogna chiedersi fino a che punto l’ingegneria sociale dei grandi apparati ha, nel corso dei decenni, modificato la percezione comunitaria nella gente comune. Stiamo assistendo a un fenomeno epocale, del tutto inedito nella Storia, e mi pare che nessuno si stia attrezzando, anche solo psicologicamente, per cercare di concepire qualche disperata contro-mossa. Da un lato abbiamo il rapido passaggio di fasce sempre più larghe della società a uno stadio di proletarizzazione, quando non di miseria autentica. Dall’altro permane negli individui la forma mentis dell’Occidente “avanzato” in base alla quale non esiste una coscienza, un sentire comunitario, un senso dell’onorabilità collettiva. Esiste un darwinismo da due centesimi, una percezione della realtà come eterna competizione tra singoli individui, una disponibiltà, nei fatti se non nelle intenzioni conclamate, alla lotta senza esclusione di colpi di tutti contro tutti. Nel nostro Paese poi, che nelle anomalie ci sguazza da sempre, la cosa assume connotazioni ad un tempo drammatiche e grottesche. Alleviamo pochi figli, belluinamente ignoranti, narcisisti, arroganti, vili e smidollati. Li proteggiamo dall’insegnante “autoritario” che contemplerebbe la possibiltà di assegnare un’insufficienza o di svolgere il proprio lavoro, se non nel rispetto, almeno non in un casino. Dal questurino che li rimprovera perché, magari, pestano un disabile o taglieggiano un compagno “sfigato”. Li lasciamo in balìa di mode atroci. Ricordiamoci che viviamo TUTTI in un Paese dove chi dispone di quattro soldi mena gran vanto dell’insegnare ai propri rampolli il disprezzo del “morto di fame”, fosse pure un luminare della Cultura, un genio dell’Arte, un uomo dalla coscienza civile esemplare. Siamo un Paese di CAFONI che tiene in gran conto i gadget e gli status-symbol esattamente come certe tribù della Papuasia adoravano le merci che vedevano sbarcare dai carghi aerei. Stiamo perdendo a ritmo vertiginoso capacità tecniche, estro, competenze, senso estetico, capacità di provare amore per quello straordinario patrimonio ereditario che abbiamo ricevuto dai nostri predecessori. Da qui il degrado dell’ambiente, la dipendenza dilagante, come sorci e parassiti, da lobby, caste e logge che, di quando in quando, si degnano di gettare qualche briciola ai loro manutengoli. Questo Paese avrebbe bisogno di una rieducazione di massa, da attuare a partire dalla scuola, impostata secondo criteri che sono diametralmente opposti alla pedagogia vigente. La vedo dura.

“Santa Luce dei Macelli”, brano in un certo senso innovativo per IANVA, spira Sud da tutti i pori: l’appello ideale alla tradizione musicale del Sud Italia è palese ma ancor più manifesto è il richiamo al Sacro, così come declinato specialmente dalla Campania in giù. Colpisce un’immagine su tutte: la serenità olimpica dell’oplite morente nel sacrificio impersonale contrapposta al dolore e allo psicodramma inscenato dal vattiènte. Cosa possiamo dire in proposito, sono a vostro avviso due visioni del mondo nettamente separate da uno spartiacque o ipoteticamente conciliabili?

Trovo che siano conciliabilissime. Esse affondano nel medesimo humus arcaico e la sovrapposizione cristiana avvenuta in tempi relativamente recenti, si parla di qualche secolo, non intacca la sostanza del cerimoniale che è, ricordiamolo, una metaforizzazione della disponibilità al sacrificio. Chiunque abbia conosciuto qualcuno di questi “vattienti” nella vita di tutti i giorni può testimoniare che essi sono tutt’altro che dei beghini fanatizzati come sostiene la vulgata progressista, compresa quella della Chiesa post-conciliare che tollera, obtorto collo, questa manifestazione, ma di certo non la considera un fiore all’occhiello. Il rito dell’offerta del proprio sangue, da effondersi ostentando tranquillità interiore, noncuranza della pena fisica, in remissione del malato, del carcerato, del dolore della vedova dei quali vengono segnati gli stipiti delle porte, rimanda a una manifestazione rituale di coesione comunitaria che si stringe attorno ai propri membri in difficoltà. La metaforizzazione del sacrificio di Cristo è una componente di origine medievale, ma la pratica affonda con ogni probabilità alla prisca Magna Grecia. Un modo per rassicurare la comunità sul fluire incessante di sangue fresco, vigoroso e sulla disponibilità dei suoi giovani uomini ad offrirlo serenamente.

“Santa Luce dei Macelli” si chiude con la frase: “di nuovo è tempo che gli Dei si onorino in piedi”. È una constatazione o una esortazione?

E’ un pio desiderio. Ma chi lo esprime lo formula osservando delle anziane donne che si trascinano ginocchioni e, a seguito di qualche strana associazione istintiva, la mano gli corre a sincerarsi della rassicurante presenza di un revolver occultato in qualche tasca. Come dire che chi vorrà guadagnarsi il previlegio di parlare con gli Dei a testa alta dovrà prima essere disposto a battersi contro tutti gli uomini che vogliono fargliela chinare. Fuori dalla suggestione “romanzesca”, la nostra posizione è un po’ più articolata. E’ curioso che anche il più rigido materialista non può non non ammettere un dato fondamentale: se è vero che il Tutto è formato da Materia ed Energia, l’Uomo è la sola componente di queste attraverso la quale il Tutto ha preso coscienza di sé. Questo indurrebbe una serie di riflessioni che ci porterebbero troppo lontano, ma resta in bella evidenza l’aspetto che qui ci interessa. Ossia che la forma mentis pagana e più specificatemente indoeropea doveva essere naturalmente orientata a questo consapevole “stare in mezzo alle cose”. L’idea stessa, fondamento dei monoteismi, della remissione del peccato, della contrizione o della sottomissione ad una volontà trascendente, finisce per svilire quello che è il vero fondamento della auto-regolamentazione umana e, dunque, di ogni effettiva libertà: l’assunzione di responsabilità. Nel momento stesso in cui l’uomo arcaico si rivolge ai suoi Dei da pari, lo fa nella piena consapevolezza di occupare un ruolo decisivo nel creato in quanto soggetto attraverso il quale il creato “si pensa”. Ma è consapevole di non esserne il culmine né, tantomeno, il fine. Che la responsabilità del suo agire non riguarda solo il destino individuale della sua anima quanto il Tutto. Per contro l’egotismo contemporaneo va di pari passo con una sempre crescente de-responsabilizzazione, degli individui come delle società. Laddove si radica la convinzione che tutto inizi e termini con la nostra esistenza individuale non solo non è possibile alcun senso del Sacro, ma, a breve termine, si arriva all’infantilizzazione collettiva e all’uscita dallo status di civiltà. Credo che tra breve toccheremo il culmine di questo processo.

(2. - continua)


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