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IANVA - L’intervista (3)

By admin • Nov 7th, 2008 • Categoria: Articoli, Interviste

di VKK

La storia appassionata di Elettra Stavros e del Maggiore Renzi ha come scenario Fiume, bella come il cristallo e martoriata dai cannoni del Natale di Sangue. “Orion” si è occupata spesso, in passato, del “fenomeno Fiume”, dedicandovi analisi approfondite e monografie: come giudica IANVA l’impresa dannunziana, e come si può valutare un anno di Poesia al potere?

Il nostro giudizio è molto netto. L’Impresa, non solo fu una straordinaria esperienza insurrezionale nazional-comunitaria, lirica, struggente e incomparabile. Fu un’irripetibile occasione perduta. In primis di uscire con enorme anticipo sui tempi dal fetido dualismo Destra-Sinistra che ancora ci attanaglia e, di fatto, disarma psicologicamente un popolo già storicamente avezzo alla faziosità, alle logiche manichee, alle semplificazioni amorali. Dopo decenni in cui la storiografia ufficiale ha relegato ottusamente l’esperienza fiumana nelle pagine da esorcizzare in quanto pienamente inseribile in una logica nazionalista, pre-fascista (D’Annunzio come il Battista di Mussolini!), oggi si è fatta strada un’interpretazione che va franando verso lidi opposti. Veniamo così a sapere che Fiume sarebbe stata quasi unicamente un gran cancan di promiscuità e vizi assortiti. Che non v’era alcuna seria analisi politica a monte delle improvvisazioni “a braccio” del Comandante. Che la prospettiva esistenziale dei giovani che si affollarono nel movimento legionario non era molto più che l’eterna baldoria, con cornice di sporcizia, caos e irresponsabilità a vita. Ci mancano solo bonghi, piercing e dread così siamo a posto! Dato che, come dici, vi siete occupati a lungo e diffusamente di questo tema non è il caso che ritorniamo ad analizzare i fatti punto per punto. Ma è curioso che questi sdoganatori nuovi di zecca insistano tanto sull’aspetto della liberazione degli istinti, dei diritti delle “minoranze”, della comunità “psichedelica”, mentre sorvolano del tutto, o quasi, su altri aspetti ben più pregnanti. Per esempio sulla componente di analisi socio-economica, estremamente aguzza e profetica, che, debitamente svestita dai voli lirici, emerge in tutta evidenza dalla “Carta Del Carnaro”. In essa, con estrema chiarezza, si denuncia una logica in divenire di un certo liberal-capitalismo, se ne indica la precisa origine, se ne prevedono tempi, modi, scopi. Soprattutto vi si prevede l’esito a lungo termine dell’azione di queste “forze” e vi si suggeriscono possibili strategie di contrasto. Ancora oggi, anzi, oggi più che mai, sono pagine che potrebbero tornare di grande utilità. Non lo sostengo dall’altro ieri, ma già da svariati anni. Purtroppo il permanere di tic ideologici, sedimenti comportamentali correlati al ripugnante dualismo sopracitato, la preponderanza di interessi consolidati e di appetibili rendite di posizione che dipendono dallo status quo “antropologico” più ancora che politico ed economico, ci condannano al ripetersi dell’eternamente uguale. Sul ciglio del precipizio.


Alcuni testi di “Disobbedisco” esprimono giudizi molto netti nei confronti della politica di viltà che portò in definitiva all’onta di Versailles (la “mano che ordisce in sicurezza e con decoro, e strangola i popoli con catene d’oro”…): è una valutazione estendibile anche alla attuale situazione di dominio dei poteri forti dell’alta finanza apolide?

Questa è l’epoca che verrà ricordata, ammesso che resterà qualcuno per farlo, per quella in cui chi guidava le cose pubbliche perse ogni senso di responsabilità, ogni traccia di senno, ogni attributo etico. Un potere puramente criminale, teso unicamente a scremare profitti dal sangue di centinaia di milioni di lavoratori, di deboli, di non rappresentati. L’iper-liberismo ha significato anzitutto l’abbandono di ogni senso del dovere da parte delle classi dirigenti che si ritrovano, in un sistema di farsesca “democrazia”, a gestire unicamente i loro provilegi di casta, mentre le leve del meccanismo restano saldamente in mano a poteri sovranazionali, non eletti da nessuno. I quali non riconoscono altra autorità e altro interesse che i loro. Altro scopo che la retribuzione massima del capitale a spese della retribuzione del lavoro. Questo è il sistema che noi europei abbiamo voluto adottare alla fine del ventesimo secolo e non ricordo nessuna resistenza contro la globalizzazione ultra-liberista da parte della “Sinistra” e dei sindacati. Appurato questo, non sorprende che certi “recuperatori a sinistra” del Fiumanesimo fingano che tutto ciò non abbia una sua centralità nella vicenda. Infatti, a parte il riconoscere una sorta di Guevarismo ante-litteram, di per sé non disprezzabile, si troverebbero a dover smontare un tassello decisivo della loro impalcatura ideologica. E siamo arrivati al cuore del problema. Ovvero la pregiudiziale “antifascista”. Essa cozza contro un dato di fatto incontestabile che proprio i giorni che stiamo vivendo provvedono a sbattere sotto il muso di tutti. Ossia che il nemico naturale, il solo antidoto alla peste liberista è uno e uno solo: la lotta di popolo. Da qui ad arrivare al “populismo” e da lì al fascismo, nel cerebro di questi signori, il passo è breve. Essi insistono nel gabellare il caleidoscopio dell’internazionalismo proletario, della lotta di classe (quando non stanno al governo o non ricoprono cariche istituzionali). In realtà sono perfettamente consapevoli di essere del tutto impotenti a fronte di questi poteri e si accontentano di contrattare piccole concessioni “di costume” che non intaccano in nulla il monolito. Ma devono almeno fingere di mantenere un nucleo di pensiero forte, ed ecco l’antifascismo, possibilmente “militante”. Fingono di non sapere che il fascismo fu un movimento reducistico e combattentistico, esito della Grande Guerra, che si basò su milioni di uomini reduci delle trincee e avezzi alle armi, giovanilistico, interclassista e, a suo modo, ancora post-risorgimentale. Esattamente tutto ciò che non è più neppur lontanamente rintracciabile nella società italiana, manco con il microscopio. Una simile mancanza di serietà d’argomenti meriterebbe di essere liquidata con una risata, non fosse che fa ancora presa sulla buaggine di molti. Per quanto mi riguarda mi accontenterei che, in primo luogo, si trovassero le forme per indurre tre semplici e “rivoluzionarissime” cose, cioè:

“1) Una cultura nazionale dell’etica del lavoro, che significa precisamente la convinzione che qualunque cosa si faccia in seno alla collettività, dalla cosa più banale a quella più complessa, si ha il dovere di farla al meglio di sé sempre;

2) Sufficiente autostima nel singolo cittadino per sentirsi detentore di diritti inalienabili che nessuno può permettersi di calpestargli;

3) La capacità dei singoli di fare massa unita e solidale a fronte del sopruso subito da un qualunque membro della collettività”.

Aggiungo: anche e soprattutto ai soprusi che arrivano dall’esterno. I nemici dell’umanità, oggi, sono “esterni” a tutto. Ma all’“interno” abbiamo tanti di quei lacché, scherani, sgherri e mignatte che il solo fare un po’ di pulizia occuperebbe probabilmente lo spazio di più generazioni.

 

(3. - continua)


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