Il lavoro rende liberi?
By admin • Ago 20th, 2008 • Categoria: Articoli, Nero su BiancoLa parola lavoro deriva dal latino labor, fatica. Suo sinonimo era opus, diventato poi opera. Lavorare è dunque faticare per raggiungere uno scopo o per costruire qualcosa. Nell’accezione moderna il lavoratore è colui che fa qualcosa ed è stipendiato per farlo [1]. Adoperarsi per sviluppare attività di cui possa la società goderne senza avere un datore di lavoro è invece volontariato.
Ora lo scopo del lavoro è il guadagno, ma ancor prima del guadagno è la sopravvivenza. Chi non lavora non fa soldi e chi non fa soldi non ha da vivere. Si sacrifica, dunque, parte della giornata per metterla a disposizione di un datore, ottenendo in cambio il denaro per procurarsi i beni primari o di prima necessità: casa, alimenti, etc. Lavorare e cercare di progredire nel proprio lavoro diventa assieme mezzo e scopo della vita. Così, tutti trovano un impiego, a seconda delle richieste di ogni settore, del proprio percorso di studi e della fortuna.
Nelle società arcaiche divise in caste, i lavoratori intesi come al giorno d’oggi erano la maggior parte delle persone, ma erano ben divisi da guerrieri e sacerdoti (anch’essi lavoratori secondo il vecchio significato, in quanto faticavano per raggiungere obiettivi e per il bene della comunità) e sapevano già da giovani quale sarebbe stato, probabilmente, il loro futuro. Niente scuole a metà tra il generico e lo specialistico, niente agenzie interinali e niente code di disoccupazione. Ognuno faceva quello che da piccolo aveva imparato, poiché dall’infanzia veniva insegnato il lavoro che la famiglia portava avanti. Guerrieri e sacerdoti potevano invece godere dell’otium per studiare o apprendere un’arte, mettendo così a frutto la propria indole. Cosa che ora è impossibile, se non sotto corpi speciali o gruppi scientifici che non puntano certo alla ricerca. Se al giorno d’oggi può sembrare assurdo che poche persone possano sviluppare le loro facoltà mentre i molti lavorano è perché siamo abituati ad avere in vista soltanto il massimo guadagno e perché bruciamo di invidia. I lavoratori sono sufficienti a mantenere tutti e ogni casta contribuisce a modo suo, organizzando la vita politica, difendendo i confini, esplorando le vie del divino, ricercando la conoscenza nella materia. Ma tutti cooperando per il bene comune.
Nel mondo delle grandi fabbriche tutto questo è andato distrutto, l’operaio deve compiere un lavoro, di cui probabilmente non ha interesse, che produrrà un pezzo destinato a finire sul mercato, senza portare giovamento se non ad una persona o ad un gruppo ristretto. Non diventerà certo un esperto in un mestiere, ma si accontenterà magari di passare di grado o prendere qualche soldo in più.
Si instaura così un rapporto di dipendenza, per il quale la persona non può fare a meno del lavoro e ha difficoltà a costruirsi obiettivi diversi e seguire altri interessi. L’unico interesse che conta è quello dell’azienda, mentre quello personale o della comunità passa in secondo piano.
Una forma più sana di lavoro è quello svolto per il raggiungimento di un obiettivo, per costruire qualcosa per una comunità. Questo lavoro, privo di interessi malati e alienanti, se ben realizzato, può portare alla crescita sia personale che comunitaria e permettere di spezzare la suddetta dipendenza.
Nella difficoltà di riuscire a mantenersi con questo metodo, la cosa più intelligente da farsi è costruirsi una forte esperienza in un determinato campo e portarla in seguito all’interno della comunità, quando la situazione lo richiede. Approfittare, quindi, del mondo del lavoro, apprendere le tecniche e riportarle “in famiglia” per costruire qualcosa di solido.
Solo così si può veramente diventare liberi, poiché maggiore è il potenziale della comunità e maggiore è il potenziale di ogni singolo al suo interno, e si sa che la libertà esiste soltanto in base alla potenza.
[1] Da Wikipedia: “Un lavoratore (operaio o impiegato) è una persona che svolge un’attività manuale o intellettuale a scopo produttivo, in cambio di un compenso; generalmente il termine è riferito a coloro che prestano l’attività lavorativa alle dipendenze di un datore di lavoro.”


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Il problema del lavoro riguarda il fatto che non esiste più alcuna distinzione e differenziazione qualitativa dei ruoli. Siamo appiattiti e solo una enorme ed estenuante fatica spesso permette di godere del proprio “rango”, per così dire. L’indipendenza economica, insomma.
Un problema fondamentale delle società castali era però l’eccessiva fissità. Perchè il figlio di un rigattiere doveva per forza continuare il lavoro del padre, senza magari puntare a una qualcosa di diverso? Le società del passato erano meno “mobili” e per questo meno soggette o disponibili a mutamenti, ma non vedo necessariamente qualcosa di negativo nella possibilità di scegliersi un impiego a seconda delle proprie capacità e aspirazioni. L’uomo storico è portato a mettersi alla prova.
Spengler nel lavoro delle cosmopoli vede l’espressione di una vita quasi nomadica a sradicata, mentre nelle città l’economia e il lavoro hanno, specie per i dirigenti (che sostituiscono nobiltà e sacerdotalità), una funzione di mezzo per la potenza. Il guadagno fine a se stesso finisce col logorare, mentre, come dici giustamente, si deve lavorare per una scopo e penso che quello preferibile sia la potenza. Intesa come espansione delle capacità storiche e tecniche di uno Stato e di una popolazione.
La questione della libertà è poi davvero scottante. Junger dice che si può fare qualsiasi lavoro senza venirne intaccati interiormente, se si è all’altezza. Ma il problema è il tempo che il lavoro ci priva alle nostre attività “non-produttive”. Ancora non abbiamo trovato la formula per affrancarci da questa dipendenza. Il fenomeno dei freeter ci prova senza grande successo. Forse la migliore soluzione, per ora, è un’organizzazione precisa del tempo libero.