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Intervista | Valerio Cutonilli, La Strage di Bologna

By admin • Mar 20th, 2008 • Categoria: Articoli, Interviste

a cura di Alessandra Colla

Nell’immaginario collettivo dell’Italia democraticamente stretta attorno alle istituzioni la strage consumatasi alla stazione di Bologna è una strage fascista, nonostante la mole di prove a discarico che emerge dalle sentenze e dagli atti processuali: esiste a Suo avviso un motivo razionale per questa convinzione così diffusa?

A mio avviso, tale convinzione non è poi così diffusa. Credo anzi che la maggior parte delle persone informate sulla vicenda, a prescindere dalle inclinazioni politiche, ritengano Luigi Ciavardini e le altre due persone condannate estranei all’attentato del 2 agosto 1980.

Gli elementi che comprovano la loro innocenza sono talmente evidenti da essere riconosciuti persino da quanti hanno un’opinione ormai “attempata” sul fenomeno stragista manifestatosi in Italia nei cosiddetti anni di piombo. Ritengo piuttosto che l’assioma delle bombe nere conservi la sua maldestra efficacia in altri casi, come ad esempio quello dell’attentato di Piazza Fontana.

L’etichetta “fascista” appiccicata sbrigativamente alla strage del 2 agosto 1980 dovette far comodo a molti, non crede?

Ritengo di sì. Ma per alcuni fu più un’esigenza pratica che una mera convenienza ideologica. Nel libro ho cercato di distinguere due momenti fondamentali, quello politico e quello giudiziario. La partita politica, probabilmente, è stata giocata nelle ore successive alla strage. L’etichetta “fascista”, imposta per “diritto divino” sin dal primo giorno dell’inchiesta, ha consentito forse di lasciare inesplorato il contesto in cui la strage ebbe a consumarsi. Mandanti, moventi ed esecutori dell’attentato avrebbero rivelato uno scenario che non poteva essere offerto all’opinione pubblica. Prevalse quindi la ragion di Stato, la cui linea di demarcazione con le “deviazioni” del potere – bisognerebbe avere il coraggio di ammetterlo - appare quanto meno incerta e sfumata. Il ruolo del “capro espiatorio” venne assegnato alla parte politica all’epoca più delegittimata, quella invisa a tutte le forze dell’arco costituzionale. La tesi della bomba nera ricuciva dissidi e poteva mettere tutti d’accordo.

Il momento giudiziario, a mio avviso, andrebbe interpretato diversamente. Nel corso degli anni, garantita la copertura al “contesto inconfessabile”, i rappresentanti delle istituzioni smarrirono le vesti degli inquisitori. L’accanimento inutile, contro un palese “capro espiatorio”, non è mai stata prerogativa dei saggi democristiani. La vicenda personale di Cossiga appare emblematica. Da sostenitore ufficiale dell’esclusività della pista nera, divenne il più convinto assertore dell’innocenza di Fioravanti e Mambro. La fine della guerra fredda mutò atteggiamenti e strategie. Chi conservò lo stesso atteggiamento sino alla fine, in ossequio ad un’ottusa coerenza e ad una visione giacobina della giustizia, fu il Pci. In fondo, il grado di esposizione su Bologna dei comunisti era stato tale che Botteghe Oscure non poteva fare altrimenti.

E alla fine le condanne sono arrivate…

Sì ma la ciambella non è uscita con il buco. Fallito il teorema dei cerchi concentrici – la regia di Gelli nell’attentato e l’unità della galassia neofascista sotto le insegne della reazione e della massoneria – la ricostruzione dei fatti sostenuta dai comunisti ha perso il suo fascino suggestivo. E soprattutto il suo sostrato logico.

Stando alla ricostruzione giudiziaria, i Nar – con un diciassettenne al seguito – avrebbero compiuto il più grave atto di terrorismo della storia europea, almeno sino ad allora. Un attentato che rimane però senza movente e senza mandanti, compiuto da un Fioravanti così astuto da vestirsi da tirolese, nonostante i quaranta gradi all’ombra, tanto per non dare nell’occhio. Un Fioravanti così scaltro da munirsi di un documento falso, intestato non ad un austriaco o ad un alto atesino ma ad un dipendente del tribunale di Milano dalle marcate origini napoletane: Flavio Caggiula! A raccontare questa bizzarra “verità” fu un delinquente comune, prossimo a quella formidabile holding degli inquinamenti processuali che fu la banda della Magliana. Un testimone così credibile da sopravvivere per oltre venti anni ad un tumore che non ha mai avuto ma che gli consentì un’illecita scarcerazione dal penitenziario di Pisa. Peccato, poi, che colf, suocera, moglie e figlio lo smentiscano da un quarto di secolo!

A mio avviso, una ricostruzione giudiziaria basata su tali elementi è destinata a trasformarsi in un clamoroso boomerang. Chi ha un minimo di conoscenza della vicenda processuale sposa apertamente la tesi dell’innocenza. E’ ormai diffusa la consapevolezza che i fatti andarono diversamente, che la strage si consumò in uno scenario ben più complesso, le cui effettive responsabilità suscitano interrogativi inquietanti. Questo spiega, ad esempio, perché la parte del mio libro che ha riscosso più interesse è quella relativa all’inchiesta “mancata”. Le piste inesplorate diventano sempre più evidenti, chi si ostina ad ignorarle deve arroccarsi su una chiave di lettura storica ai limiti del grottesco.

Poco più di un mese prima della strage di Bologna si era verificata la tragedia di Ustica, che all’epoca venne fatta passare in secondo piano di fronte alla drammaticità dell’attentato alla stazione: anche per questo sono stati in molti a pensare che i due eventi fossero in qualche modo collegati…

In realtà, la strage di Ustica passò inizialmente in secondo piano per una ragione precisa. Si parlò di cedimento strutturale, venne cioè fatto credere che il Dc9 dell’Itavia fosse caduto da solo. Ciò comportò la revoca delle licenze di volo e quindi il fallimento della compagnia aerea dell’avvocato Davanzali. L’Itavia sta ad Ustica come i neofascisti stanno a Bologna…

Insisto su questo aspetto perché ritengo insostenibile la tesi per cui l’attentato di Bologna sarebbe una copertura della strage di Ustica. Non si compie un eccidio per coprirne un altro. Al contrario, la strage di Bologna rese più evidente, almeno a chi possedeva strumenti conoscitivi adeguati, lo scenario di crisi in atto nello scacchiere mediterraneo.

Se esiste un legame tra le due stragi, ed io ritengo probabile che vi sia, la questione va posta in altri termini. O la strage di Bologna costituì la reiterazione di un messaggio non percepito la sera di Ustica, come ebbe a sostenere il Prefetto Parisi dinnanzi alla commissione Stragi. Oppure essa rappresentò la vendetta di chi il 27 giugno 1980 si sentì tradito e minacciato mortalmente. Tengo a precisare, come più volte ho fatto nel libro, che si tratta di semplici ipotesi.

Però, cosa può essere accaduto realmente quel 27 giugno 1980, nei cieli di Ustica, lo sta raccontando in modo sempre più dettagliato il Presidente Cossiga. Qualcuno sostiene che si tratta delle solite farneticazioni. A mio avviso, le dichiarazioni dello statista sardo sono invece del massimo interesse. A ben vedere, esse coincidono perfettamente con le conclusioni rassegnate dal Giudice Priore all’esito dell’istruttoria sull’inabissamento del Dc9.

I conti iniziano a tornare. La scomparsa di Moro incise profondamente nella politica estera del nostro paese, alterandone profondamente gli equilibri. Rapporti consolidati di amicizia si trasformarono improvvisamente in atteggiamenti ambigui, se non sostanzialmente ostili. E’ quindi verosimile che qualcuno, nell’estate del 1980, si sia sentito tradito.

A propositodi Moro, Lei scrive testualmente (a p. 207): «nel 2004 si è appresa una notizia rimasta riservata per tre decenni. Maria Fida Moro ha rivelato che suo padre — all’epoca ministro degli Esteri — sarebbe stato fatto scendere dall’Italicus a pochi minuti dalla partenza dalla stazione di Roma». Non mi risulta che a questa rivelazione clamorosa sia stato dato il dovuto risalto…

Temo proprio di no. Mi aspettavo secche smentite, a fronte di affermazioni di tale gravità. Ed invece il silenzio. Ritengo Maria Fida Moro persona meritevole della massima credibilità.

Per trent’anni di è parlato dell’Italicus come strage fascista, prodromica ad un golpe che però, guarda caso, non c’è mai stato. Oggi scopriamo che l’obiettivo dell’attentato poteva essere il nostro Ministro degli Esteri, in un periodo di grave crisi nell’area mediterranea.

Si tende spesso a banalizzare la figura di Moro, indicandolo solo come il fautore del “compromesso storico” tra Dc e Pci. In realtà, lo statista pugliese era un autentico anticomunista, la sua impostazione dottrinaria appariva ben più rigida di quella di Andreotti. Credo quindi che abbia ragione un eccellente politologo come Giorgio Galli, quando sostiene che la strategia di Moro fosse quella di indurre i comunisti ad assumersi le responsabilità scomode della maggioranza, nel loro periodo di massimi consensi elettorali, tenendoli però nel guado, lontani dai gangli essenziali del governo del paese. Nel 1979 Moro era scomparso. Eppure credo che nel tracollo elettorale del Pci debba riconoscersi il suo ultimo capolavoro politico.

Tengo a precisare questi aspetti perché bisogna comprendere che Moro era anche, soprattutto, il terminale della politica mediterranea del nostro paese. Dopo via Fani, tale politica subì un progressivo sconvolgimento che sembrò trovare il suo culmine proprio nell’estate tragica del 1980.

Posta questa premessa, gli scenari delle grandi stragi italiane appaiono meno incomprensibili. Superata la teoria delle “bombe reazionarie”, funzionali ad una mai avvenuta involuzione autoritaria del sistema politica italiano, la chiave interpretativa che sembra assumere maggiore consistenza è un’altra. La strage cioè potrebbe aver rappresentato un segnale, un avvertimento lanciato al nostro paese, anche dell’esterno. Conoscere a fondo la politica estera del nostro paese, le sue pericolose contraddizioni, potrebbe aiutare a capire Piazza Fontana, l’Italicus, Ustica e Bologna. Sempre a patto che non ci si innamori di uno e un solo colpevole ma che si ammetta uno scenario complesso e multiforme.

Giochiamo per un attimo con la fantapolitica, o con l’ucronia, se preferisce: come sarebbe stata l’Italia senza le stragi? Come sarebbe il nostro Paese senza Piazza Fontana, senza Brescia, senza l’Italicus, senza Bologna, senza il rapido 904?

Provo a rispondere facendo io una domanda. Se l’Italia non fosse stata attraversata al suo interno da tutte le contraddizioni della guerra fredda. Se nel nostro paese non fossero entrati in rotta di collisione due diversi indirizzi di politica estera. Se tali indirizzi non avessero ulteriormente indebolito i nostri apparati di sicurezza. Se l’Italia non fosse collocata in una posizione nevralgica dello scacchiere mediterraneo. Se vi fosse stata la forza politica per tutelare la nazione da interferenze straniere sistematiche nella vita del paese, avremmo patito ugualmente la lunga scia di sangue inaugurata a Piazza Fontana, il 12 dicembre 1969, e proseguita sino al 23 dicembre 1984, data della cosiddetta strage di Natale?

 

 

 


1 Commento »

  1. Sì, ma l’emerito Esternator continua a fornire “verità” a gocce. Senza mai poi indicare i personaggi coinvolti nei sedicenti depistaggi. Io attendo ancora dal 1991 da lui risposta alla mia richiesta (pubblica) di dire che cosa intendesse per apparati “legati a lobbies politico-finaziarie” che l’avrebbero “suggestionato” al punto di fargli affermare il 4 agosto 1980 che la strage alla stazione era fascista. Strano, poi, che non si parli mai del Mossad che pure fu responsabile dell’abbattimento dell’Argo 16: l’unico attentato degli anni delle stragi che ha visto condannati i responsabili. E non per esigenza di “lapide” come a Bologna…
    Sempre in alto! Paolo Signorelli

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