L’ECONOMIA AMERICANA E WILLY IL COYOTE
By admin • Ott 20th, 2008 • Categoria: Articoli, Recensionidi Massimiliano Bartolozzi
Paolo C. Conti ed Elido Fazi, EUROIL – L
“Il dollaro è ormai simile a Willy, il celebre coyote dei cartoni animati. Nell’inseguimento del suo storico nemico Beep-Beep, varca l’orlo di un precipizio, continua per un po’ a correre in aria fin quando non si accorge di trovarsi nel vuoto e si schianta per terra. Sono anni che il dollaro corre nel vuoto. Il problema è capire se e quando si schianterà o se riuscirà a fare un atterraggio morbido. Tutti concordano su un punto: gli squilibri strutturali degli USA non sono sostenibili, a meno che non vengano difesi con una serie continua di guerre”. Questa similitudine tra l’economia USA e il personaggio di Willy il coyote, creata dall’economista americano Paul Krugman, è il punto di partenza ma anche di arrivo di “EUROIL – La borsa iraniana del petrolio e il declino dell’impero americano”.
Un libro breve, facile e veloce da leggere, ma utilissimo per comprendere alcune dinamiche della geopolitica e dell’economia degli USA soprattutto nel medio oriente.
Non è un libro complottistico, che vede nemici della pace o particolari organismi extra o sopranazionali che guidano gli USA nella propria politica imperialista. È piuttosto un libro che evidenzia una, se non la principale, causa di questa politica di “Perpetual War for Perpetual Peace” così come l’ha definita lo scrittore Gore Vidal.
E la principale causa dell’attuale atteggiamento degli USA nel Golfo Persico è costituita dal vincolo, finora indissolubile, che ha legato dal secondo dopoguerra ad oggi il dollaro al mercato delle fonti energetiche non rinnovabili: petrolio e gas.
In pratica i due autori fanno notare come gli USA abbiano creato la propria ricchezza sulle fortune altrui. Il giochino è tanto semplice quanto geniale: le uniche due borse del petrolio al mondo hanno sede a New York e Londra ed entrambe fissano il prezzo e le contrattazioni dell’oro nero e del gas in dollari. Qualsiasi Stato che decida quindi di comprare petrolio, soprattutto in medio oriente, si trova così a dover trattare la materia prima in dollari; questo comporta che quello stesso Stato debba rivolgersi agli USA i quali gli venderanno i dollari necessari alle contrattazioni. Tali dollari verranno profumatamente pagati, in pratica, con beni (materie prime o prodotti finiti) e verranno consegnati ai produttori di petrolio in cambio dell’oro nero. I produttori, che si ritrovano in mano centinaia di miliardi di dollari, finiranno ad investire gli stessi direttamente nell’economia americana: sotto forma di azioni, obbligazioni e titoli di Stato. In tal modo gli USA ci guadagnano due volte dalla vendita dei cosiddetti “petrodollari”: una prima volta con la vendita ed una seconda volta col rientro degli stessi sotto forma di investimenti esteri.
Ma, purtroppo per gli USA, c’è un “ma” ancora piccolo, però molto fastidioso, che si sta profilando all’orizzonte: il dollaro per la prima volta dal ’45 ad oggi ha un pericolosissimo concorrente, l’Euro.
L’Euro rappresenta un mercato di oltre 320 milioni di persone, ha dimostrato nei suoi primi cinque anni di vita di avere una propria forza e vitalità ed una spendibilità che le precedenti monete nazionali (marco tedesco, franco francese, ma anche sterlina inglese, yen e franco svizzero) non hanno mai avuto e non potranno avere in futuro. Proprio per tali motivi i principali oppositori degli americani (Iran e Venezuela in primis) hanno iniziato a paventare il più grave pericolo che potrebbe esserci per gli USA: pretendere il pagamento in Euro anziché in dollari.
Gli autori quindi parlano dell’iniziativa iraniana di creare una terza borsa mondiale del petrolio sull’sola di Kish nel Golfo Persico. Una borsa che trattasse e stabilisse il prezzo del petrolio in euro potrebbe rivelarsi fatale per gli USA, per i motivi che si possono intuire dalla descrizione sopra riportata del “giochino” che ha permesso agli americani di campare ben al di sopra delle proprie possibilità per tanti decenni. In realtà la creazione della borsa iraniana è ancora ben lontana dalla realizzazione, anche perché sono necessarie delle professionalità e della capacità di gestione che in pochi al mondo possiedono (se si pensa che esistono soltanto due Borse sull’intera faccia del globo non è difficile immaginarlo), ma è stato sufficiente l’annuncio del Presidente iraniano Ahmadinejad per scatenare gli USA e tutti i soliti cagnolini al guinzaglio, Italia naturalmente inclusa, per urlare “al lupo al lupo”. Dopo le armi di distruzione di massa di Saddam si è passati al programma di armamento nucleare dell’Iran. Programma seccamente smentito in un recente rapporto della CIA che stavolta non vuol vedersi scaricare addosso responsabilità non sue come nel caso dell’attacco all’Iraq.
Ed a proposito dell’Iraq gli autori, come nella favola del bambino che ebbe il coraggio di dire che il Re era nudo, evidenziano coraggiosamente in modo tanto palese quanto semplice il motivo per il quale Saddam fu detronizzato con una seconda guerra pur essendo chiaro a tutti che l’Iraq non costituiva più (sempre che mai l’avesse fatto) un pericolo per l’intera umanità. Il vero casus belli era sempre lo stesso per il quale, forse un giorno, verrà attaccato l’Iran: Saddam Hussein nel giugno 2001, nell’ambito del programma “Oil for Food” aveva stabilito di voler essere pagato in euro e non più in dollari. Il programma “Oil for food” per chi non se lo ricordasse era un programma di aiuti ONU all’Iraq, duramente colpito dall’embargo istituito dopo la prima guerra del Golfo, e che consisteva nella possibilità di vendere petrolio in cambio di cibo e medicine per la popolazione irakena. Per diversi anni tale programma, gestito dalla banca francese BNP Paribas, aveva funzionato in dollari, cioè Saddam vendeva petrolio in dollari, questi ultimi venivano versati sul conto della banca francese e utilizzati dai funzionari ONU per l’acquisto di materiale da spedire in Iraq. Fatto sta che Saddam pretese che i pagamenti non avvenissero più in dollari ma in euro creando così, per la prima volata i cosiddetti “petroeuro” da contrapporre ai “petrodollari”.
Guarda caso nemmeno due anni dopo da tale decisione Saddam era tornato ad essere nuovamente un pericolo insopportabile per tutta l’area medio orientale tanto da dover detronizzarlo immediatamente. La dichiarazione di vittoria di Bush (alla quale sono seguiti, almeno finora, oltre 3.000 morti ammazzati tra le sue truppe) non riguardava la vittoria militare ma quella economica-monetaria: il nuovo Iraq, con i suoi nuovi governanti, non avrebbe mai tradito il dollaro per l’euro.
Non solo, ma ormai che c’erano, gli USA stanno imponendo al governo irakeno anche un altro dazio senza precedenti in qualsiasi Paese produttore di petrolio: una legge denominata Hydrocarbon Act con la quale il governo irakeno da in concessione i pozzi di petrolio a società petrolifere statunitensi che controlleranno così, di fatto, quasi un decimo delle riserve petrolifere mondiali. Considerate che qualsiasi governo di una stato produttore di petrolio si è sempre guardato bene dall’abdicare da uno stretto controllo sui propri pozzi.
Il libro spiega in modo completo ed esauriente anche, e soprattutto, per i profani di economia tutto ciò e molto altro ancora, come aneddoti sulla visita dei due autori all’isola di Kish dove hanno incontrato e intervistato molti tecnici dell’Eni, da cui si sono avute notizie per le quali non intendiamo sciuparvi la sorpresa nella lettura del libro. Oppure come i “giochetti” che
Il punto debole ce l’ha eccome! Lo hanno capito


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