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L’economia mondiale verso il coma profondo?

By admin • Lug 1st, 2008 • Categoria: Articoli, Nero su Bianco

di Massimiliano Bartolozzi

C’è seriamente da chiedersi cosa passa nella mente dei tecnocrati della Banca Centrale Europea ed anche nella mente dei governanti italiani, ministro Tremonti in primis. C’è da chiederselo perché ne va del futuro dell’economia italiana e, di conseguenza, del popolo italiano.

Stiamo assistendo ad un’accelerazione del processo involutivo del capitalismo moderno, di quello cioè che negli ultimi dieci anni ha assunto il nome di turbo-capitalismo. Anche se gli esperti continuano a gettare acqua sul fuoco non c’è assolutamente da stare sereni, perché pare che coloro che hanno le leve del potere (economico-politico-finanziario) in mano abbiano deciso che il miglior modo per spengere l’incendio che sta divampando in mezzo mondo sia quello di gettare benzina sul fuoco.

Paradossalmente è proprio la benzina, o meglio il petrolio, uno degli acceleranti del processo involutivo. Tutta una serie di fattori sta causando un vertiginoso aumento del prezzo del petrolio (mentre sto scrivendo il barile ha superato i 140 dollari) ma è quasi patetico il voler accusare soltanto la speculazione come se fosse l’unica colpevole. Di certo è una delle principali imputate, perché sappiamo benissimo che i grandi finanzieri e le grandi banche d’affari internazionali appena fiutano la bolla speculativa ci si buttano a capofitto fino a quando questa non esplode lasciando danni e drammi in tutto il mondo. Così gli speculatori continuano ad acquistare petrolio a termine, allo scoperto, con la speranza di lucrare sull’aumento ulteriore del prezzo del greggio alla scadenza futura in cui dovranno essere regolate monetariamente le transazioni. Ecco perché il ministro Tremonti alla riunione del G8 sull’energia ha chiesto a gran voce che i depositi a garanzia per gli acquisti a termine fossero più che raddoppiati, proprio perché attualmente gli speculatori acquistano enormi quantità anticipando solo piccolissime quote ed attendono che il prezzo cresca per lucrare su una differenza che in realtà loro non hanno mai realmente investito e che, forse, non avevano nemmeno a disposizione.

Ma oltre alla speculazione c’è ben altro: la debolezza del dollaro è un altro dei fattori che ha scatenato la corsa al rialzo del prezzo del petrolio. I paesi produttori sono costretti a vendere il petrolio in dollari. Chi si è provato a cambiare le carte in tavola o è stato fatto fuori (vedi Saddam Hussein) oppure è nel centro del mirino (Iran e Venezuela). Il problema è che gli USA imponendo la propria moneta come unità di scambio acquistano il petrolio al costo di stampa della moneta verde. Alla lunga però il giochino presenta il conto: battere moneta senza vincolarla a qualche bene reale (come avveniva fino al 1971 con il “gold standard”) porta ad un’eccedenza di circolazione e quindi ad una perdita di valore della stessa. Così che si ritrova in mano i dollari, nella fattispecie gli sceicchi e gli altri produttori di petrolio, vedono le proprie ricchezze svalutarsi rispetto all’Euro (vera moneta forte del momento), dello Yen, della sterlina inglese e del franco svizzero. Questo significa che i paesi produttori di petrolio sono comunque svantaggiati nelle contrattazioni commerciali verso i Paesi europei e dell’estremo oriente. Ecco quindi che hanno fatto un ragionamento (dal loro punto di vista) condivisibile: la domanda di petrolio è in continuo aumento, la moneta con cui mi pagano è in continuo ribasso, allora io tengo ferma la quantità di petrolio estratto così per la legge della domanda e dell’offerta il prezzo aumenta e ciò che perdo nella svalutazione del dollaro lo riprendo con l’aumento del prezzo.

Un ragionamento che non fa una piega, nel breve termine, ma che nel medio-lungo periodo rischia di innescare una spirale inflazionistica ed una crisi produttiva su scala mondiale senza uguali nel passato. Ma di questo parleremo dopo, intanto pensiamo a quanto detto dal nuovo Presidente Russo, un mese fa quando ha accusato apertamente gli USA per la presente situazione di crisi del mercato petrolifero. “E’ colpa dell’egoismo americano” ha sostenuto, e non sono le parole di un tronfio dirigente del vecchio Partito Comunista Sovietico, bensì quelle del Presidente di uno Stato tra i più importanti produttori di petrolio e gas naturale dell’intero pianeta, convertito al libero mercato ormai da quasi venti anni. L’”egoismo americano”, proprio così. Molti avranno pensato ad una sparata propagandistica in cerca di consensi nazionalistici nostalgici, ma invece è la pura e semplice verità: gli USA con la loro economia vorace, che brucia tutto, che deve essere alimentata con sempre maggiori risorse per poter reggersi in piedi nell’utopia della crescita illimitata è una delle principali cause (se non la principale) della situazione attuale.

Alle prime due cause (speculazione e debolezza del dollaro) aggiungiamone anche altre due: la sviluppo sfrenato delle economie indiana e cinese e il rapido esaurimento delle riserve petrolifere mondiali. Lo sviluppo cino-indiano com’è logico è stato il detonatore dell’attuale crisi petrolifera. L’aumento esponenziale della domanda di oro nero per sostenere la crescente necessità di energia delle due nuove potenze economiche ha scatenato la bolla speculativa di cui parlavo prima, mentre l’esaurimento delle riserve petrolifere sta diventando il segreto di pulcinella. Secondo molti esperti indipendenti (cioè non a libro paga delle grandi compagnie petrolifere) si è già raggiunto, e superato, il picco di produzione. Cioè si estrae sempre meno greggio dai pozzi esistenti, a costi più alti e diminuiscono le probabilità di scoprire nuovi giacimenti di buona qualità e di grossa portata.

Come dicevo all’inizio il petrolio sta contribuendo ad accelerare il processo involutivo dell’attuale sistema economico, ed il modo è molto semplice: l’economia dipende dal petrolio come un organismo vivente dall’ossigeno. L’energia, le materie sintetiche, la chimica, i trasporti, qualsiasi campo produttivo dipende dal petrolio e i tentativi di raggiungere l’indipendenza dallo stesso rimangono per ora dei meri tentativi, lodevoli, ma sempre tentativi circoscritti ad ambiti ristretti. La crescita del prezzo dell’oro nero quindi si ripercuote sulle tasche dei cittadini che si trovano a pagare di più la bolletta della luce, la benzina, i prodotti in negozio perché i costi di produzione, di trasporto e conservazione aumentano. Si è innescata quindi una spirale inflazionistica dalla quale non si riesce ad uscire.

La conseguenza di tale spirale qual è? Semplice, i prezzi aumentano molto più degli stipendi quindi le disponibilità monetarie diminuiscono, i consumi diminuiscono, diminuisce quindi la produzione, pertanto aumenta la disoccupazione, che comporta un’ulteriore diminuzione del reddito imponibile e quindi dei consumi e così via in un circolo vizioso negativo.

E qui intervengono i “professori” della BCE che pensano di risolvere tutto con qualche bella soluzione preconfezionata e che, invece, a mio avviso servirà solo a dare il colpo di grazia ad una economia moribonda. Prima di vedere le soluzioni è bene fare una premessa: la BCE, sull’onda lunga della vecchia BundesBank tedesca, ha come obiettivo primario il contenimento dell’inflazione sulla scorta del processo iperinflattivo che colpì la Germania della Repubblica di Weimar, mentre negli USA, sulla base dell’esperienza della Grande Depressione degli anni ’30, hanno un approccio tendente a minimizzare la disoccupazione. Quindi mentre la BCE punta primariamente a contenere l’aumento dei prezzi e secondariamente il tasso di disoccupazione, la FED fa esattamente l’opposto occupandosi della disoccupazione prima che dell’inflazione. Non si può dire che in assoluto sia meglio l’una o l’altra delle due politiche, perché tutto deve essere sempre valutato sulla base del momento contingente, il problema è che in questo momento la BCE a mio avviso sta sbagliando tutto. Infatti sta cercando di contenere l’inflazione con un aumento dei tassi di interesse, cioè aumentando il costo del denaro. Tale soluzione andrebbe bene nel caso di economia in fase di espansione, cioè quando i prezzi salgono perché l’economia va bene, circolano più soldi, la disoccupazione diminuisce, la domanda di prodotti aumenta e il sistema produttivo non è in grado di soddisfare totalmente la domanda facendo aumentare i prezzi. Allora l’aumento del costo del denaro renderebbe meno conveniente prenderlo a prestito, ne circolerebbe relativamente di meno e così la domanda si riequilibrerebbe con l’offerta in un movimento di crescita meno tumultuoso. In questo caso però non siamo presenza di una fase espansiva dell’economia, anzi, siamo in una fase recessiva e l’inflazione dipende da fattori endogeni al sistema economico europeo: dipende dal prezzo del petrolio.

Aumentando i tassi la BCE non fa altro che svuotare ulteriormente le tasche degli europei (e degli italiani in particolare) determinando l’aumento delle rate dei mutui a tasso variabile e rendendo meno conveniente chiedere denaro in prestito da parte delle aziende che quindi avranno meno interesse ad investire, aumentare la propria capacità produttiva e di conseguenza i posti di lavoro.

A ciò si aggiunga la disposizione tassativa della Banca Centrale Europea ai governi europei di contenere gli aumenti salariali, come se questi fossero i veri responsabili dell’aumento inflazionistico. Ecco quindi che, a fronte di un’inflazione rilevata in Italia del 3,4%, di un’inflazione reale (sui beni di primo consumo) superiore ben oltre il 5%, il governo ha fissato il tetto dell’inflazione programmata per il 2009 all’1,7%. Cioè quel dato sarà il tetto massimo sul quale discutere in sede di trattative per i rinnovi dei contratti dei lavoratori. In pratica una barzelletta, una tragica barzelletta che rischia di far perdere ai lavoratori centinaia di euro l’anno in potere d’acquisto, facendo quindi diminuire ulteriormente la domanda di prodotti e ponendo ulteriormente sulle ginocchia un’economia già febbricitante.

E il governo italiano cosa fa? A parte pensare come salvare il presidente del Consiglio dalle sue beghe giudiziarie, si occupa di risanare i conti pubblici tagliando la spesa dello Stato. Tagli che si faranno sentire con la diminuzione dei servizi di assistenza alle fasce economicamente più deboli, con aumenti di costi a carico delle famiglie (sanità ed istruzione in testa) ed ulteriore riduzione della capacità reddituale delle famiglie italiane. Anziché prendere iniziative per sostenere le imprese italiane, proporre in sede europea misure per tutelare le industrie contro la concorrenza sleale cinese ed indiana, iniettare fiducia negli ormai rassegnati cittadini italiani pensa a seguire pedissequamente le indicazioni della Commissione Europea e della BCE in tema di debito pubblico e di privatizzazioni: in pratica come dare preminenza alla cura del raffreddore in un individuo al quale è appena stato diagnosticato un tumore.

Anziché pensare a risvegliare l’economia si stanno ponendo le basi per farla sprofondare in un coma profondo.

Sarà un bene? Sarà un male?

Non è certo questa la sede per stabilirlo. Mi riservo di esaminare la situazione, le prospettive e le soluzioni in un altro articolo, ma sta di fatto che la situazione è questa ed inizio a pensare che il processo involutivo stia divenendo irreversibile. Dobbiamo prenderne atto e capire cosa vogliamo fare: se prolungare l’agonia pensando che “dopo tutto l’economia di mercato è l’unica vera opzione che abbiamo”, oppure che esistano sistemi socio-politico-economico alternativi che potranno sorgere solo quando la crisi toccherà il suo punto più basso presentando all’intera popolazione mondiale un conto salatissimo.


1 Commento »

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