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La buona morte

By admin • Apr 21st, 2008 • Categoria: Articoli, Nero su Bianco

di Fabrizio Maullu

Un recente caso di cronaca ha riacceso nelle scorse settimane sui giornali italiani le polemiche relative all’eutanasia, senza peraltro guadagnare le prime pagine, e senza scatenare la corsa all’esperto e il formarsi delle fazioni pro e contro come invece era capitato alcuni mesi orsono, quando in realtà in discussione era la facoltà di poter rifiutare delle cure anche se non si è fisicamente in grado di mandare a quel paese il medico e affrontare il proprio destino senza farsi imbottire di intrugli chimici che a volte sembra abbiano il solo scopo di prolungare inutili sofferenze.

Ma forse non è il caso di sottilizzare: eutanasia in fondo è un bel termine, deriva dal greco e ci fa sentire tanto istruiti e tanto intelligenti, perché allora i giornalisti non dovrebbero essere liberi di estendere il suo significato a loro piacere? “Libertà di scelta” è decisamente meno affascinante di “eutanasia”, meno evocativo e con molte più implicazioni: non si sa mai che poi i lettori si mettano in testa questo tarlo pericoloso e dalle conseguenze imprevedibili. Si inizia associando il sostantivo “scelta” con l’aggettivo “libera” e non si sa dove si va a parare. Sottigliezze linguistiche a parte è interessante riflettere sul perché questo argomento faccia tanto discutere, e una delle possibili risposte va sicuramente cercata tra le mille trappole di cui il monoteismo di matrice cristiana ha disseminato l’accidentato sentiero della vita: l’assurda pretesa di voler controllare e monopolizzare ogni singolo avvenimento nell’esistenza dell’uomo, incluso chiaramente il suo epilogo, ha portato le gerarchie ecclesiastiche a scagliarsi contro la possibilità di eludere il perpetuarsi dell’agonia, in nome di una non meglio identificata “sacralità della vita”.

Secondo i credenti la vita appartiene a dio, e pertanto solo lui ha il potere di decidere quando deve iniziare e quando deve finire: tutti quanti burattini nelle mani di un mangiafuoco dalla barba candida, insomma, e buonanotte al libero arbitrio.

Sarebbe curioso chiedere ai portatori insani di certezze ultra terrene come pensano di conciliare questa stravagante posizione sulla sacralità della vita con le generose benedizioni impartite dalle Chiese di confessioni più o meno diverse alle truppe degli strenui difensori nonché importatori di democrazia quando uccidono, affamano e torturano quelle popolazioni che si ostinano ad abitare entro i confini di pericolosi “stati canaglia”e a non volersi convertire alla corretta forma di governo. In certi casi, tuttavia, come si usa dire, la risposta è contenuta nella domanda stessa, per cui è meglio sorvolare.

Se chi si oppone all’eutanasia in nome di un qualche precetto religioso recita un copione ormai sufficientemente conosciuto, chi invece si erge a suo strenuo difensore se possibile mi preoccupa ancora di più: per settimane e settimane si è cianciato, a proposito, ma soprattutto a sproposito, di “testamento biologico”, e a leggere certi commenti ci si sentiva quasi stupidi a non averne stilato uno, da portare sempre appresso nel caso ci sentissimo male improvvisamente (tatuato sulla schiena non sarebbe stato conveniente a causa della possibile cancellazione totale o parziale in caso di abrasione da incidente stradale), in cui fosse specificato punto per punto a quali cure davamo il consenso e a quali invece ci opponevamo fieramente.

Di questo passo anche un tema che avrebbe meritato una riflessione più ampia, e magari una regolamentazione che togliesse di mezzo l’improvvisazione si è trasformato in un teatrino delle miserie umane, in cui ognuno ha recitato il suo ruolo sulle spalle di chi soffre, annaspando verso la notorietà, anche se solo per i famosi quindici minuti di Andy Wharol: ci siamo trovati di fronte all’ennesimo “vuoto legislativo” e a pochi commenti che siano andati oltre il sensazionalismo (avrei voluto aggiungere anche “della peggior specie”, ma mi rendo conto che non esiste una specie migliore di sensazionalismo, per cui meglio risparmiare sugli aggettivi). E’ più che altro curioso (giusto per usare un eufemismo) come in un Paese in cui il numero delle leggi in vigore ha raggiunto una consistenza sterminata possa ancora esistere qualche “vuoto legislativo”.

Divagazioni legislative a parte facciamo un passo indietro nel tempo, e uno di lato nello spazio, per andare a vedere come l’eutanasia sia entrata a far parte del bagaglio mitologico – tradizionale della Sardegna,dove, in forma di leggenda (o forse di ricordo di antiche consuetudini), ha assunto il volto di una vecchia austera e misteriosa, la cosiddetta “accabadora”.

Il termine deriva dal verbo “accabai” (terminare, finire), vocabolo di chiarissima origine spagnola, e indica per l’appunto chi pone termine alle sofferenze altrui.

Il primo cenno scritto relativo alla pratica della “accabadura” quasi certamente risale al 1828, e si deve a William Henry Smith, che nel suo “Sketch of the present state of the Island of Sardinia” offre una panoramica dell’Isola da un punto di vista non solo geografico, ma anche, e soprattutto, culturale, inserendo questa terra ancora poco conosciuta fra gli itinerari consigliati per un viaggio in Europa, nella migliore tradizione anglosassone.

Dopo lo Smith anche Vittorio Angius affronta l’argomento nel 1834, e spiega che “Con il termine <<sas accabadoras>> si vorrebbe significare certe donnicciuole che troncavano l’agonia dei moribondi, e abbreviavano le pene di una morte stentata, dando loro un colpo sul petto con una specie di mazza, <<sa mazzocca>>.”

Successivamente altri autori si sono cimentati nella ricerca di un fondo di verità alla base di questa leggenda, così il Della Marmora, il Tyndel, il Bresciani, il Tennant e il De Gregory, che accennano all’esistenza della “femmina accabadora”, ma senza peraltro fornire dati certi.

Unica testimonianza completa e incredibilmente vicina ai giorni nostri si deve al canonico di Bitti (piccolo comune in provincia di Nuoro) Dottor Pietro Raimondo Calvisi:

“Le confermo che a Bitti, introno al 1906, sono stato testimone del seguente fatto: nei pressi della casa mia (sic), un bimbo era in agonia da oltre tre giorni, quando si presentò alla madre del morente una vecchia dall’aspetto duro ed energico, alta e segaligna.

La vecchia si offrì decisa alla madre per abbreviare l’agonia del piccolo sofferente.

La madre non si stupì della cosa, ma rifiutò dicendo <<cherzo que si guadagnet su chelu>> voglio che si guadagni il cielo.

Da queste parole ebbi la chiara conferma che la sinistra vecchia fosse una superstite accabadora”[1]

Possiamo pertanto legittimamente supporre che sino ai primi del 900 in Sardegna esistesse una figura dedita ad abbreviare le sofferenze dei moribondi? A questo proposto è molto interessante una riflessione dell’Alziator[2]:

“…Vi è inoltre un fatto che va tenuto nel debito conto: mentre i concili ed i sinodi isolani e le disposizioni della Chiesa sono espliciti contro le prefiche, perché tacciono sulle accabadoras? Nessuno più dei sacerdoti è a contatto con i moribondi e nessuno più di essi sarebbe stato in grado di denunciare un simile costume che, se anche può in certo senso apparire giustificabile, a titolo di eutanasia, per una mentalità razionalistica, costituisce sempre un omicidio per la morale cattolica.

O si deve pensare che l’uso risalga a quei feroci tempi pagani nei quali i Sardi, secondo la famosa frase di Gregorio Magno, vivevano <<sicut insensata animalia>> e quindi sia stato abolito e affatto sradicato dall’opera di evangelizzazione dell’Isola voluta dal grande pontefice? Di conseguenza, le affermazioni dello Smith e dell’Angius sarebbero piuttosto l’eco di una tradizione popolare o di qualche caso endemico sopravvissuto nei secoli e perciò ignorato dalla Chiesa o perlomeno da quella ufficiale dei Concili.”

Tralasciando alcune amabili espressioni, il brano dell’Alziator introduce in effetti una chiave di lettura decisamente interessante, che insieme alla descrizione riportata da più autori sui riti e sui gesti compiuti dall’accabadora nella stanza del moribondo ci portano verso una chiave di lettura alternativa: diversi autori infatti descrivono come strumento principale dell’accabadora non una mazza ma un piccolo giogo in miniatura, da poggiare sotto il cuscino del moribondo al fine di alleviare la sua agonia. Questo si spiega con uno dei motivi principali per cui si credeva che un uomo fosse costretto a subire una lenta e dolorosa agonia in punto di morte: se lo spirito non voleva staccarsi dal corpo era palese la colpa del moribondo, il quale si era macchiato di un crimine vergognoso, aveva bruciato un giogo, o aveva spostato i termini limitari della proprietà altrui, oppure aveva ammazzato un gatto. Un giogo non doveva mai essere bruciato, neanche quando fosse diventato inutilizzabile: in quel caso semplicemente si poggiava in un punto in cui non disturbasse.

Altro “rito” che veniva compiuto era quello di togliere dalla stanza del moribondo tutte le immagini sacre e tutti gli oggetti a lui cari: si credeva in questo modo di rendere più semplice e meno doloroso il distacco dello spirito dal corpo.

Si può pertanto ragionevolmente supporre che questa mitica figura sia veramente esistita sino a tempi tutto sommato recenti, ma che il suo compito non fosse tanto quello di mettere fine nel senso letterale del termine alle sofferenze dei moribondi con l’utilizzo di uno strumento palesemente inquietante, quanto quello di cercare di accompagnarli alla fine della loro agonia tramite riti di cui si è sicuramente persa la memoria.

Purtroppo anche questi riti, così come tante altre usanze, non potevano essere tollerate da chi detiene il monopolio dei cerimoniali relativi ai principali eventi dell’esistenza, nascita e morte in primo luogo, e sono stati pertanto spazzati via, o molto spesso semplicemente reinterpretati.



 

[1] “Nuovo Bullettino Bibliografico Sardo” – anno V n 28 – Cagliari 1960

 

[2] Alziator, F, Il folklore sardo, Libreria editrice Dessì, Sassari -1978 – pp 50/53


2 Commenti »

  1. Articolo interessantissimo,complimenti all’Autore.
    Per quanto mi riguarda darei un colpo di MAZZOCCA a tutti gli ipocriti che “ci governano”,e proporrei loro anche un incontro vis a vis con s’accabadora……

  2. Mi spaventa molto chi dice di rispettare la sacralita’ della vita vedendola marcire nell’umiliazione e nel dolore fino a che un Dio non decide che e’ abbastanza.

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