La crisi della “destra radicale”: 2. Il trasformismo post-ideologico
By admin • Apr 30th, 2008 • Categoria: Articoli, Nero su Biancodi Eresia Maxima
La crisi della “destra radicale”:
tra estremismo pre-politico, trasformismo neo-conservatore
e derive nazional-populiste
L’entrismo, il trasformismo, il riformismo neo-conservatore e post-ideologico
Il nuovo scenario istituzionale di destra è stato fortemente indirizzato a convertire verso la liquefazione post-ideologica tutte le istanze emergenti, liquefazione che a sua volta non solo non riconosce più “il nemico principale” ( tanto meno come nemico principale l’Occidente, che viene difeso ormai a spada tratta come il migliore dei mondi possibili — alla faccia anche dell’analisi ultradecennale di A. de Benoist); ma tale liquefazione post-ideologica semplicemente afferma che non c’è più nessun nemico; al limite esiste l’avversario (tranne ovviamente l’eternità indiscussa dell’atavico nemico comunista, anche se un oggettivo pericolo non esiste in Italia ormai dal lontano 1960!); tale deviazione propende ormai verso una “via conservatrice/riformista alla globalizzazione” (la chiamano “sfida alla globalizzazione”), e si alimenta alla sua destra delle paure xenofobe dei bacini di utenza elettorale nazional-populisti utilizzati però solo come contenitore per il semplice recupero di voti e di consenso elettorale.
Difendere sempre l’economia di mercato del lavoro sottopagato, ma salvaguardarci dai rumeni e dall’islam terrorista della manodopera importata sottocosto, dalle mignotte negre e dai trans con le quali magari si flirta il sabato sera per noia; bloccare comunque l’inflazione et voilà, il migliore dei mondi possibili è ancora a portata di mano. Inversione di prospettiva a 180° gradi sui temi di politica internazionale, sulla questione medio-orientale (che non è più essenziale), azzeramento di interesse sui temi chiave quali la sovranità nazionale, militare, monetaria.
Attenzione perché in questa entropia appena disegnata, galleggiano personaggi del calibro di Malgieri, Veneziani, Campi (in ambito meta-politico neo-destro), nonché interi pezzi (… da 90) delle ex-classi dirigenti di Terza Posizione, dell’ex-Fronte della Gioventù e del tardo movimentismo destro-radicale degli anni Ottanta, tutti sapientemente riconvertiti ed allineati al cosiddetto riformismo neo-conservatore.
Deputati e deputatesse, senatori e senatrici, consiglieri regionali, provinciali, comunali, portaborse eccellenti, giornalisti di grido, neo-imprenditori finanziati, membri di istituti di formazione e fondazioni miliardarie (come ad es. la fondazione Fare Futuro).
Il punto centrale della svolta avviene ovviamente dal ’94 in poi con l’aborto di Fiuggi ma si accresce via via grazie al messianismo mediatico berlusconiano (… la parolina magica della Casa delle libertà oggi riadattata a “Popolo delle Libertà”); la svolta antropologica la si evince soprattutto dall’imbarazzo di molti ex-camerati ad esprimere la pur minima critica sui temi sociali e politici avanzati (il precariato, le private equity ed i fondi di investimento che azzerano le economie nazionali, la privatizzazione dei settori strategici, lo smantellamento dello stato sociale, l’azzeramento progressivo di interesse sulle tematiche di chiave della politica internazionale, l’appoggio indiscusso ed acritico a tutte le guerre americane in difesa della occidentale democratica supremazia).
Questo blocco “conformista e trasformista” si è quindi saldato perfettamente con il becero-estremismo pre-politico di strada sui temi quali la perennità e la santità del verbo anticomunista ed il pericolo dell’ immigrazione (non come effetto, ma come causa scatenante delle crisi dell’occidente — povero Spengler!!); questa mutazione antropologica vive e si alimenta grazie alle fortune televisive della sub-cultura Mediaset, grazie al palcoscenico della tv spazzatura, ed infine grazie soprattutto agli stipendi di interi apparati di partito che ormai vivono agiatamente di politica, e che grazie alla politica “strapagata come lavoro produttivo” fanno invidia perfino alla vecchia nomenclatura dc ed al vecchio partito socialista.
Non solo.
Il miraggio dell’eldorado della politica “liquida” e post-ideologica (il solido ideologico che entra nel liquido post-ideologico) invoglia sempre di più nella corsa all’oro anche coloro che pur mantenendo posizioni quantomeno “radicali” e/o critiche cercano improbabili soluzioni “a breve termine” per la propria logica sopravvivenza comunitaria. In realtà non si è capito che tale liquido post-ideologico è un acido corrosivo che cancella qualsiasi organismo solido-ideologico vi si accosti, e lo dissolve dentro i contenitori post-ideologici “prima che arrivi a dama …”. L’acido post-ideologico finisce per liquefare e corrodere coloro che vogliono dominare lo strumento post-ideologico.
In fin dei conti, questo scenario esce riaffermato anche dall’ultima tornata elettorale (lo si è percepito anche dal livello di follia e di delirio intercettato sui forum per mesi), da dove si evince che tutte “le destre” (più o meno istituzionali, trasformiste, anticomuniste, tardo-neo-fasciste) hanno vinto la loro battaglia, con la magica impresa di cancellare le sinistre radicali dal parlamento nazionale (la classica vittoria di Pirro); peccato che in questo scontro incauto con la sinistra siano rimaste inibite e frustrate anche le poche spontanee espressioni su cui la destra radicale puntava per la propria sopravvivenza e rappresentanza politica.
In realtà chi ha sfondato è proprio il post-ideologismo ed il pragmatismo neo-calvinista del nord, una delle tante “destre” che coniuga le sacrosante rivendicazioni post-moderne del federalismo fiscale e del recupero del territorio con le problematiche legate alla sicurezza, e anela nel suo incedere verso Roma per la fine della politica politicante, la fine dello stipendio garantito per tutto e tutti ed assistito dalle economie produttive del Nord (in perfetta contraddizione quindi con lo scenario che ben conosciamo a Roma).
Comunque, se questo risultato era il destino glorioso della influenza meta-politica “destro-radicale” (qualcuno già ne sta esaltando incautamente i ludi di vittoria) stiamo alla frutta; in realtà è proprio la “destra radicale”, dopo l’ultima tornata elettorale, ad essere la vera orfana di questo tempo, priva di spazi alternativi, assente dalla sfida post-moderna in atto (salvo alcune formazioni minoritarie); è proprio la destra radicale che, nelle sue mille variabili indefinite, è ancora alla ricerca di un proprio sbocco autentico ed originale, di un proprio ruolo non appiattito sui due blocchi (quello estremista pre-politico e quello trasformista neo-conservatore).


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Ottimo intervento ma, per ora, all’orizzonte non si vedono soluzioni!
Il riferimento all’anno 1960 in questo passo ( “tranne ovviamente l’eternità indiscussa dell’atavico nemico comunista, anche se un oggettivo pericolo non esiste in Italia ormai dal lontano 1960!”) penso sia un errore di battuta altrimenti non mi trova d’accordo.
Complimenti per l’articolo ed il sito.