La crisi della “destra radicale”: 1. L’estremismo pre-politico
By admin • Apr 29th, 2008 • Categoria: Articoli, Nero su Bianco
di Eresia Maxima
La crisi della “destra radicale”:
tra estremismo pre-politico, trasformismo neo-conservatore
e derive nazional-populiste
Premessa
Per mesi sui forum, ed in attesa che passasse la febbre gialla da delirio elettorale, ci siamo confrontati sui temi che risultano essere essenziali alla comprensione della crisi tutta interna alla cosiddetta “area” della destra radicale: il problema della rifondazione di un nuovo linguaggio condiviso, il problema della scelta di nuovi immaginari di riferimento, il problema di un nuovo posizionamento politico oltre la destra e la sinistra.
L’intersezione di queste tre linee di analisi dovrebbero perlomeno chiarire, se non sciogliere, numerosi nodi sull’attuale stagnazione e riavviare quel salutare processo di crescita verso una cultura organica non-conforme, verso forme di pensiero non-omologate e non-allineate alle tendenze del pensiero unico totalizzante; l’obiettivo dovrebbe essere quello di recuperare un ruolo ed un metodo di avanguardia, un laboratorio emergente che perlomeno sappia anticipare e non subisca gli eventi eterodiretti da terzi.
Il focus di questa analisi è posizionato sui tre macrofenomeni (l’estremismo pre-politico, il trasformismo neo-conservatore e post-ideologico, le derive nazional-populiste) che hanno interagito (dai primi anni Novanta in poi) ed interagiscono tuttora con il perimetro della destra radicale, snaturandola dal suo ruolo guida; la crisi di quest’ultima è direttamente interconnessa al dilatarsi dei tre fenomeni citati.
L’ultimo assalto non-conforme della “destra radicale”
Tra il 1989 (caduta del muro di Berlino) ed il 1992 (“Mani pulite” e fine della Prima repubblica) una serie di eventi vengono ad accelerare da un verso, e scardinare dall’altro, quella salutare aria di rinnovamento movimentistica-culturale che aveva visto la cosiddetta “destra radicale” all’avanguardia rispetto a tutto e tutti dalla seconda metà degli anni Settanta in poi.
È indubbio che se noi analizziamo attentamente la pubblicistica, le iniziative, il linguaggio, le riviste, i look, gli eventi, le esperienze militanti, la costruzione di strutture (librerie-circoli), le case editrici, l’attenzione ossessiva degli avversari, ci rendiamo perfettamente conto della potenzialità incredibilmente espressa dal mondo giovanile destro-radicale in salutare fibrillazione dal 1976 circa, nonostante lo scontro sul campo con le formazioni dell’antifascismo militante; dopo 40 anni, infatti, si era intercettata la giusta chiave di emancipazione dal neo-fascismo, ovvero da quel fenomeno carsico che dal 1946 (fondazione dell’Msi) era stato volontariamente preso in ostaggio “a destra” per volontà di De Gasperi e Togliatti e sotto la supervisione ed il controllo incrociato dell’alleato atlantico.
La rottura antropologica inequivocabile espressa dalla metà degli anni Settanta, risulta chiara non solo rispetto alle originali espressioni culturali emergenti (tra cui il fenomeno iniziale della Nuova Destra, i Campi Hobbit, la pubblicistica delle nascenti case editrici, la musica, le radio, i fumetti), ma anche dai modelli di organizzazione del movimentismo militante politico, decisamente all’avanguardia nel linguaggio, nella comunicazione e nel posizionamento (oltre e contro la destra e la sinistra). Esiste in effetti una dimensione univoca, una sensibilità comune tra esperienze completamente diverse quali Terza Posizione, Costruiamo l’Azione, Ideogramma, ma anche grosso modo con l’esperienza del Fronte della Gioventù anni Ottanta che ne recupera gran parte delle parole d’ordine; tale sensibilità ed univocità si percepisce peraltro anche all’interno dell’immaginario di riferimento della tragica esperienza legata alla lotta armata, a cavallo tra esistenzialismo ed insurrezione armata, esperienza che nella sua fase iniziale aveva, come tutti sappiamo, solo una finalità di difesa della comunità militante [1].
Per tutti gli anni Ottanta in poi, e nonostante le campagne repressive di Stato, riviste e laboratori come “Orion”, “Diorama”, “l’Uomo Libero”, “Elementi” avevano rinvigorito, pur nella loro diversità, le parole d’ordine essenziali, individuando i nuovi scenari di scontro che indicavano decisamente nell’Occidente e nelle sue variabili (militari, economiche, politiche e culturali) il nemico principale da combattere. La caduta del muro di Berlino del 1989, la fine delle realtà comuniste dell’Est, l’azzeramento delle classi dirigenti della Prima repubblica, potevano essere l’occasione determinante per una capitalizzazione di queste espressioni antagoniste; congiuntura straordinaria, in cui addirittura sembrava che perfino una certa “destra”, istituzionale e minimalista, vissuta sempre a ridosso del ghetto parlamentare, potesse cavalcare verso il superamento ideologico dell’ambiguo termine di “destra” e puntare decisamente allo sfondamento a sinistra (tutti si ricordano l’illusione della segreteria Rauti nel 1990-1991).
L’avvento dell’estremismo pre-politico: la moda naziskin
La realtà invece stava per presentare il salato conto, con un paradosso che la dice molto lunga su quello che significa “processo di inversione” nelle categorie del linguaggio dell’immaginario e nel posizionamento politico.
Arrivate con puntualità inverosimile sul primo binario, alcune espressioni/mode pre-politiche nate dai sobborghi inglesi, impregnate e condizionate dalle contraddizioni sociali, hanno azzerato e annacquato le tendenze evolute destro-radicali anni 70/80 in Italia (ed in Europa) ed hanno involuto tutto l’ambiente di riferimento. Hanno altresì schiacciato la radicalità feconda emergente verso “un estremismo castrante”, che nell’immaginario collettivo, ha ricollocato pesantemente “a destra“ tutto il tessuto politico umano e culturale; se la battaglia della destra radicale era stata improntata sul superamento delle categorie tradizionali, il fenomeno “neo-nazi” ha completamento azzerato tale risultato. Stiamo parlando di mode, di trend, non ordini politici o culturali, né laboratori partoriti da esoteriche intuizioni, né tanto meno da esperienze politiche di massa, bensì semplici mode minoritarie: generate dal minimalismo della working class metropolitana inglese, stretta tra la fine delle garanzie del welfare socialdemocratico e la proliferazione disordinata delle ondate migratorie.
Tale fenomeno in realtà, già in atto dai primi anni Ottanta in Inghilterra, è esploso in forma pre-politica ed estremista in tutto il resto d’Europa anche grazie alle forme della comunicazione non mediata (soprattutto la musica giovanile Oi, lo Ska, l’Underground ed Internet); con l’effetto di una droga liberatoria tale fenomeno ha spopolato tra le giovani generazioni, imponendosi con un look fortemente negativo e militarizzato, un costume impoverito di analisi e contenuti, uno stile intessuto di degradazione reazionaria agiografica, ambiguità nostalgica, un fenomeno sostanzialmente “incapacitante”.
Questo magma malato, etero-diretto come al solito dalle centrali della comunicazione, è stato da subito opportunamente ingabbiato nello schema degli immaginari preferiti del sistema, e quindi un nano skinhead, messo sotto una lente di ingrandimento, è diventato per incanto un titano, un gigante; così si è potuto far credere al mondo (e si continua a far credere ancora oggi ad ogni occasione) come rinasce dalle ceneri della storia e dalle contraddizioni sociali il pericolo nazista, razzista, la xenofobia stragista, e come la caccia all’immigrato prelude alla prossima riapertura dei campi di concentramento, che potrebbero trasformarsi nel nuovo olocausto da sempre annunciato [2].
Ora se per tutti gli anni 70-80 la destra radicale era riuscita perfino nell’intento di superare la sinistra “a sinistra”, ed aveva anticipato lucidamente le tematiche sulla crisi epocale del “pensiero unico”, ad analizzare compiutamente la globalizzazione dell’economia, a denunciare il mondialismo neoliberista ed i suoi organismi direttivi, ad accreditarsi come anticipatore dei temi della post-modernità emergente, a considerare l’ecologia come ricerca di una diversa qualità della vita, ad appoggiare l’autodeterminazione dei popoli come scelta di radicamento, ad esaltare la rinascenza neo-pagana come affermazione della cultura identitaria , ebbene tutto questo, con l’avvento della teatrino naziskin viene seppellito definitivamente e si ritorna ad un vecchio schema tanto caro al neo-fascismo classico di individuare nell’altro “lontano da sé” il nemico principale, mentre nella realtà il nemico principale è sempre per cominciare in “noi stessi” ( alla faccia quindi di una della più importanti lezioni evoliane!!). La forma mentis meta-politica della destra radicale è rimasta schiacciata dall’irruzione di questa forza elementare con addentellati pre-politici (lo stadio, la musica, la strada) rimanendone fagocitata; e soprattutto la destra radicale è rimasta nell’impossibilità oggettiva di gestire sul piano della comunicazione e del linguaggio gli opportuni distinguo.
Note
[1] Di particolare interesse su questo tema della “sensibilità e dell’immaginario di riferimento”, l’intervento rilasciato da Lele Macchi al margine del libro di Ugo Tassinari Naufraghi (ed. Immaginapoli, Pozzuoli, luglio 2007), che nella sua forma diretta e non mediata dice tutto quello che sostanzialmente c’è da dire sul tema dell’attuale inversione contro-rivoluzionaria.
[2] Va in questa direzione l’ultimo documento dvd+libro di Claudio Lazzari Nazirock: il contagio fascista tra i giovani italiani (Ed. Feltrinelli, marzo 2008), che non analizza la complessità del fenomeno, ma punta ad una vergognosa semplificazione, e ad allarmare la società civile sulla recrudescenza neo-nazista.


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