La crisi georgiana…
By admin • Set 7th, 2008 • Categoria: Editorialedi Alessandra Colla
… ovvero “Georgia on my mind“. Ci si perdonerà la leggerezza: ma quando il Destino si compiace per una volta non già di essere cinico e baro bensì di offrire su un piatto d’argento simili deliziosi calembour, voltar la testa dall’altra parte sarebbe maleducazione.
Anche perché stavolta i giochi di parole sono invece specchio fedele dei fatti: e se per “crisi georgiana” intendiamo la crisi che sta investendo la repubblica caucasica e ad un tempo quella che minaccia di rendere molto bui gli ultimi giorni presidenziali di George W.,
Ciliegina sulla torta, il provvidenziale uragano Gustav: che ha fatto riaffiorare alla memoria di molti i danni collaterali al pur disastroso Katrina di tre anni fa, provocati tanto per cambiare dall’insipienza della nota amministrazione, e che rappresentano una pagina decisamente imbarazzante nel curriculum di George W. Bush — dovesse mai presentarne uno per trovarsi un lavoro (l’ipotesi, ovviamente, non è nulla più che un espediente retorico).
Ma al di là dei patemi d’animo di George W., che in fondo potrebbero anche restare fatti squisitamente suoi se non fosse che il moto inquieto dei suoi neuroni finisce per riverberarsi con alterne fortune sul resto del pianeta — al di là di questo, dunque, c’è da dire che la crisi russo-georgiana ricalca un copione già collaudato dagli Stati Uniti e piuttosto noto agli osservatori di mezzo mondo, sulla base del quale risulta difficile stupirsi dell’accaduto e stracciarsi le vesti esecrando la bellicosità russa e via cianciando.
Perché è vero che a luglio faceva caldo e si era tutti stanchi morti e non si vedeva l’ora di andare in vacanza: però è anche vero che intorno al 10 di luglio Condoleezza Rice era (chissà perché) in visita ufficiale in Georgia, e la notizia era dappertutto, in video e su canali ufficiali e non. Nel corso della visita, anzi, il segretario di Stato americano rendeva nota la convinzione dell’amministrazione statunitense di poter aiutare
Dopodiché, tempo qualche giorno e succede il patatrac:
E pensare che sempre a luglio, però di diciotto anni fa, era successa più o meno la stessa cosa, e proprio con un pezzo grosso americano di mezzo:
«[…] dal 17 luglio 1990 [i satelliti] avevano cominciato a trasmettere le immagini di divisioni corazzate irakene (prima tre, poi otto) che si trasferivano minacciosamente, in posizione offensiva, a ridosso della frontiera con il Kuwait. Gli Stati Uniti […] non fecero nulla (non un monito aperto, non una iniziativa all’Onu, non una risposta solenne e pubblica) per impedire la guerra annunciata. Il 25 luglio, una settimana prima dell’invasione, l’ambasciatore americano a Baghdad, la signora April Glaspie, fu convocata urgentemente nel palazzo presidenziale da Saddam Hussein, che preannunciò apertamente e brutalmente (come si fa con un buon alleato) l’azione di forza. Il network televisivo Abc entrò in possesso di una registrazione di quel colloquio, che fu reso noto dettagliatamente, dopo la guerra, in una bella inchiesta di Salinger e Laurent. Disse il dittatore irakeno alla rappresentante di Bush: “Non vogliamo la guerra perché sappiamo per esperienza che cosa sia una guerra. Ma non costringeteci a vedere nella guerra l’unica via d’uscita rimastaci per vivere con dignità”. E ancora: “Vogliamo che sappiate che la nostra pazienza è al limite. Non siamo aggressori, ma non siamo neppure disposti a sopportare l’aggressione altrui”.
Parole del genere erano pronunciate mentre centomila soldati irakeni in armi si affollavano a pochi chilometri dal confine settentrionale del Kuwait. Eppure la signora Glaspie, risulta dal verbale, non se ne allarmò. Rispose infatti: “Il nostro Presidente, come lei sa, ha dato istruzioni all’Amministrazione americana di respingere la proposta di sanzioni economiche contro l’Irak… Non possiamo esprimere opinioni sui conflitti interarabi, come la vertenza sulla frontiera con il Kuwait…Vi auguriamo che possiate risolvere tale problema con tutti i mezzi appropriati. Tutto ciò che possiamo sperare è che troviate una soluzione rapida”. Dopo l’invasione del 2 agosto l’amministrazione Bush cercò, maldestramente, di attribuire alla sola April Glaspie la responsabilità della linea morbida seguita verso Saddam, e che era sembrata non scoraggiare l’iniziativa militare».
(C. Fracassi, Sotto la notizia niente, 1994, p. 131).
Sulla presenza dell’ambasciatrice Glaspie a Baghdad si è detto e scritto a iosa negli anni seguenti a quel primo massacro in terra babilonese benedetto dagli States. Quello che oggi non si dice (non ancora, forse, o a voce non abbastanza alta) è che la presenza di “consiglieri” a stelle e strisce nelle zone più calde del pianeta e nell’immediata prossimità di eventi bellici risulta essere una costante dell’ethos americano. Una costante gravida di significati e conseguenze per il pianeta: ma la cosa non sembra destare né meraviglia né allarme — pessimo segno.
Così come è un pessimo segno la criminalizzazione della Russia attualmente in corso: il colosso imperialista americano sa perfettamente che il ricrearsi di un bipolarismo planetario porterebbe con sé imponenti corollari economici — venute meno le ideologie, l’esistenza di poli distinti di aggregazione socioeconomica costituirebbe (costituisce) la minaccia peggiore per quel progetto di mondo unico che è l’unica ragion d’essere degli Usa.
Anche di fronte a questa crisi, che non investe soltanto i destini della Georgia o dell’Abkhazia o dell’Ossezia, l’imperativo è scegliere — come sempre, del resto, se si vuol vivere e non lasciarsi vivere. Gli ignavi non fanno mai una bella fine.


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Osservazioni intelligenti e puntuali - come al solito…
Da comunista (stalinista, nordcoreano, cinese), e in soldoni, ritengo che la reazione Russia sia più che legittima e che una Russia forte (e anche se non comunista) sia da salutare come un gradito rientro in funzione di lotta alla egemonia Usa.
E quanti ignavi nella mia sinistra!!!
Dimenticavo: ritengo pure un buon segno i missili russi in Siria!
Per STEFANO
Grazie. So di essere in buona compagnia
a.c.
Per DIEGO
La Russia torna a fare paura: ciò che è un bene. Per tante coscienze addormentate il risveglio potrà essere molto brusco.
I missili russi in Siria? Una mano santa.
Esercitazioni navali congiunte tra Venezuela e Russia nel “cortile di casa” degli USA
La Russia intende inviare in Venezuela aerei e navi militari anti-sommergibile, lanciando l’idea di manovre navali congiunte con Caracas. Lo ha detto il portavoce del ministero degli Esteri, Andrei Nesterenko. “Navi della Marina russa ormeggeranno temporaneamente in un porto in Venezuela quest’anno. Aeri anti-sommergibile stazioneranno in aeroporti venezuelani”, ha spiegato Nesterenko. “Si tratta - ha chiarito Nesterenko - dell’incrociatore da battaglia a propulsione nucleare Piotr Veliki (Pietro il Grande) e della nave anti-sottomarino Admiral Chabanenko”. Per quanto riguarda le manovre navali congiunte potrebbero aver luogo “prima della fine dell’anno”. “Se il Venezuela troverà la proposta interessante e se sarà raggiunto un accordo, potremmo avviare una serie di esercitazioni navali congiunte”, ha detto Nesterenko, che ha poi sottolineato: “tale progetto non è legata in nessun modo alla situazione nel Caucaso. Le operazioni non saranno indirizzate contro nessuno”. Ma per quanto fonti russe si siano affrettate a negare ogni legame con il dispiegamento ‘umanitario’ di navi da guerra statunitensi nel Mar Nero, a nessuno sfugge la coincidenza tra le esercitazioni organizzate da Venezuela e Russia e la crisi georgiana. Il presidente russo Dmitry Medvedev aveva definito “una provocazione” che tre navi da guerra americane, guidate dall’ammiraglia della VI flotta, la Uss Mount Whitney, fossero dislocate a largo delle coste georgiane, ufficialmente per portare aiuti umanitari. Medvedev lasciato intendere che le unita Usa stanno in realta portando armi a Tbilisi.