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La nave affonda ma noi danziamo (I)

By admin • Apr 2nd, 2008 • Categoria: Articoli, Nero su Bianco

di Massimiliano Bartolozzi

Massimo Fini utilizza sempre la metafora del treno lanciato a velocità folle privo di macchinista per rappresentare l’attuale sistema turbo capitalista (1), c’è chi dice di prepararsi al peggio perché stiamo vivendo ben al di sopra delle nostre capacità e camminiamo eternamente sull’orlo del precipizio come Eugenio Benetazzo (2), chi ancora (pur da posizioni convintamente liberiste) denuncia le pericolosissime ineguaglianze e le crudeli disparità sociali che il turbocapitalismo sta creando come Edward N. Luttwak (3). Insomma, le voci che predicono un’imminente catastrofe socio-economica ci sono ma la maggioranza sia degli esperti che dell’opinione pubblica mondiale non le ascolta, i primi per evidenti questioni di comodo (esperti perfettamente integrati nell’attuale sistema ed al soldo dei maggiori potentati economici) e i secondi per miopia, scarsa volontà di esaminare la realtà e, soprattutto, ubriacati di chiacchiere dei suddetti esperti che hanno il monopolio assoluto dei mass-media e che non tollerano voci contrarie alle loro.

Purtroppo quanto detto dai tre autori sopra riportati è quanto di più crudo, vero e probabile ci possa essere: usando una metafora forse già fin troppo abusata la maggioranza della popolazione dei paesi più ricchi del pianeta può essere rappresentata come quei passeggeri del Titanic che pur con la nave già paurosamente inclinata continuavano a ballare sicuri che l’imbarcazione non sarebbe mai affondata (dopo tutto l’aveva detto la stampa e come si faceva a non crederle….). Sappiamo tutti com’è andata a finire nell’Oceano Atlantico e se continuiamo così non è che la nostra fine sarà migliore.

TUTTO VA BENE PERCHÉ PREOCCUPARSI?

E’ la classica risposta data a chi critica il sistema economico internazionale nonché l’attuale modello di sviluppo e prevede che la crisi globale sia vicina. In effetti se guardiamo alla situazione degli indicatori macroeconomici comunemente utilizzati (Prodotto Interno Lordo, Prodotto Nazionale Lordo, Indici di borsa, inflazione, flussi degli scambi internazionali) si potrebbe presagire un futuro tutt’altro che fosco come quello che andrò a disegnare.

Le borse sono in costante, inarrestabile ascesa da 4 anni: non conoscono soste, battute d’arresto, marciano inanellando record su record. Il PIL delle nazioni più industrializzate è perennemente in crescita trainato dall’industrializzazione e dalla conversione al capitalismo più selvaggio dei due Paesi più popolosi del mondo: Cina ed India. L’inflazione è sotto controllo sia in Europa che negli USA nonostante il continuo aumento del prezzo del petrolio (unica nota dolente che si cerca di far passare come marginale ma vedremo che non è così).

E allora perché preoccuparsi? Anche in Italia le cose non vanno così male: disoccupazione in diminuzione, PIL in crescita, extragettito fiscale, commercio in ripresa, ordinativi all’industria in aumento, MIBTEL in costante crescita, esportazioni in aumento… ma allora, vi chiederete voi, di cosa stiamo a discutere?

LA FOSSA

Stiamo a discutere perché ci stiamo scavando materialmente la fossa con le nostre mani e non ce ne rendiamo conto. Non è un modo di dire, mettiamola così: avete un terreno, vi piazzate al centro di esso ed iniziate a scavare tutto intorno a voi sfruttando tutta la terra a disposizione per metri e metri. Una volta che vi siete ritrovati su una colonna stretta e lunga con il vuoto intorno decidete di iniziare a scavarvi sotto i piedi fin quando, ormai troppo tardi per rendervene conto, finirete dentro la fossa stessa. Questo è quello che stiamo facendo noi in questo momento: stiamo ipotecando il nostro futuro, quello dei nostri figli e dei nostri nipoti per non fermare quella macchina impazzita, mangia risorse, che è l’attuale economia capitalistica. In questo articolo esporrò un quadro generale della situazione, poi i singoli punti ai quali accennerò saranno oggetto di approfondimenti in scritti successivi.

QUAL È LA VERA SITUAZIONE?

I grandi “esperti” si sgolano nel dire che l’economia italiana è fondamentalmente sana, in ripresa, piena di energia e come lo dimostrano? Prendendo i dati sull’occupazione, sulla borsa, sul PIL, sul fatturato della grande industria e del commercio.

Iniziamo dai dati sull’occupazione: a prescindere dal fatto che i dati dell’ISTAT sono falsati da quella percentuale di disoccupati (in maggioranza donne) che abbandonano la speranza di trovare lavoro e che non vengono così più considerati (alzando logicamente la percentuale degli occupati), l’aumento consistente di occupati riguarda i cosiddetti lavori precari. E non solo, ma si assiste anche a fenomeni di conversione di contratti tipici in atipici (flessibili, precari, chiamateli come meglio vi aggrada…) che statisticamente non costituiscono alcun mutamento nelle percentuali ma che qualitativamente hanno conseguenze devastanti sia per il lavoratore che per l’intero sistema economico.

La “flessibilità” è bene ricordare che è nata per fronteggiare la delocalizzazione delle imprese europee occidentali in Paesi dell’est Europa, del sud-est asiatico e in altri Paesi del sud del mondo.

Il problema è che con la flessibilità si tolgono al lavoratore quelle certezze che gli consentirebbero invece di fare investimenti, economici e non, a lunga durata (ad esempio creare una famiglia, fare figli, comprare casa, risparmiare per il futuro) che costituirebbero le fondamenta per il futuro se non radioso almeno sereno di uno Stato.

Invece col precariato il lavoratore non può programmare più niente: un lavoratore a progetto sa che dopo 35 anni di contributi andrebbe a prendere, di pensione, non più del 30% dell’ultimo stipendio percepito, sa che non ha un TFR da poter investire, sa che se si ammala non ha diritto alla malattia e la sua riconferma al termine del contratto è a grosso rischio, se è una donna sa che non potrà aver figli pena la perdita (a scadenza del contratto) del lavoro e il rischio di non trovarne più (avendo così una bocca da sfamare oltre al rischio di restare disoccupata). Con quale spirito un giovane pensa al futuro? Così calano i consumi a causa degli stipendi sempre più bassi, di conseguenza diminuiscono anche i risparmi e la natalità si contrae costantemente..

Allora perché i dati sul commercio sono sempre positivi? Semplice, perché sono drogati dal continuo ricorso al credito da parte degli italiani, Finanziamenti personali, carte di credito revolving, cessione del quinto, chiamatelo come volete ma sempre di credito si tratta e spesso a tassi che rasentano (e talvolta superano) la soglia dell’usura. Gli italiani a fronte di un diminuzione di potere di acquisto degli stipendi sono stati fatti oggetto di una martellante pubblicità delle banche e delle società finanziarie “prendi i soldi li restituirai in 10 anni!”, “acquista questa auto, pagherai in piccolissime rate!” e così indebitandosi il commercio è riuscito a resistere (ma solo temporaneamente) alla crisi. Ma il resistere alla crisi non corrisponde al risolvere le cause della stessa, in pratica la maggiore capacità e propensione all’acquisto non derivava da un reddito attuale proprio ma da soldi presi a prestito che prima o poi dovranno essere restituiti, ed in quel momento il reddito da poter utilizzare per l’acquisto sarà ancora più ridotto dalle rate dei prestiti da onorare. La crisi che (per adesso) non ha colpito in maniera pesante il commercio ha però colpito il risparmio e gli investimenti e, quindi, avrebbe potuto incidere profondamente sui corsi azionari della borsa italiana. Dico “avrebbe potuto” e non “ha” perché anche in tal caso si è ricorsi ad un espediente per non fermare la marcia del mercato azionario di Milano. Ed ecco allora il colpo di genio: togliamo ai lavoratori il TFR ed investiamolo in borsa!

Investire la liquidazione dei dipendenti in borsa è stato uno degli atti più delinquenziali che l’economia moderna abbia mai visto: si è tolto un risparmio forzoso sicuro (sia come rendimento che come rivalutazione rispetto al costo della vita) per investirlo in una vera e propria sala scommesse. Il tutto perché si deve alimentare la borsa che altrimenti non potrebbe raggiungere nuovi record creando valore fittizio che prima o poi verrà bruciato, mandando in fumo così il denaro investito sia dai piccoli azionisti che dai lavoratori.

(1. - continua)

 

 

Note:

 

(1) Massimo Fini, Sudditi, Edizioni Marsilio, 2004.

(2) Eugenio Benetazzo, Best Before – Preparati al peggio, MacroEdizioni, 2007.

(3) Edward N. Luttwak, La dittatura del capitalismo, Mondadori, 1999

 


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