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La nave affonda ma noi danziamo (II)

By admin • Apr 4th, 2008 • Categoria: Articoli, Nero su Bianco

di Massimiliano Bartolozzi

 

 

È da notare che dal 2003 ad oggi la borsa italiana, così come le altre borse più importanti del mondo, ha continuato a crescere senza sosta. Direte voi: e non è un bene? No! Assolutamente! In genere ci sono sempre dei cali, anche fisiologici, durante i quali gli investitori “realizzano” monetariamente il guadagno mettendo in vendita i titoli posseduti. Ma in 4 anni ciò non è mai praticamente avvenuto. Le borse occidentali sono paragonabili ad un ragazzo che, raggiunta l’età adulta, non smette di crescere soffrendo di gigantismo. Così si hanno titoli iper-sopravvalutati il cui valore non rappresenta assolutamente la capacità prospettica di reddito delle imprese che li hanno emessi, il valore delle azioni è ormai svincolato totalmente dall’economia reale: in pratica si gioca al raddoppio investendo sempre di più nella speranza che ci sia una creazione infinita di valore e ricchezza. Ma non è così! Ormai i valori delle azioni sono semplici “segni sulla carta” [1] e quando la bolla speculativa (la più grossa mai vista) si sgonfierà non solo verranno bruciati i risparmi soprattutto dei piccoli investitori ma anche le liquidazioni, e quindi le pensioni, di decine di milioni di lavoratori in tutto il mondo. Tanto per farvi un esempio in piccolo, negli USA i lavoratori iscritti ad alcuni fondi pensione che dovevano andare in pensione nel 2005 sono ancora in attesa a causa delle perdite che i propri fondi hanno subìto nel periodo 2000 – 2003. In pratica per smettere di lavorare devono attendere che il fondo sia di nuovo in utile altrimenti non riprenderebbero, sotto forma di rendita pensionistica, neanche il capitale versato in 30 o 40 anni di onesto lavoro!

Conseguenza di tutta questa situazione (fittizia) è la crescita del PIL, la ricchezza prodotta in Italia nel corso di un determinato periodo di tempo, l’indicatore economico per eccellenza. Il commercio interno va, le esportazioni tirano, soprattutto verso i Paesi in forte sviluppo e gli ordinativi all’industria crescono, ma il problema è che non sappiamo quanto potremo andare avanti perché la crescita economica interna è fondata sui debiti e su valori creati fittiziamente ed in più, in ambito internazionale, ci sono due variabili (entrambi indipendenti dalla nostra volontà) che possono sconvolgere l’attuale situazione in pochissimo tempo.

LA SITUAZIONE INTERNAZIONALE

Ed eccoci alle note dolenti estere. Se in Italia abbiamo visto che la situazione è adagiata su basi tutt’altro che solide la crescita dell’economia mondiale è ancor più basata sulle sabbie mobili, basti ricordare due voci: petrolio e Cina.

Per quanto riguarda il petrolio dobbiamo essere consapevoli che il picco della produzione mondiale è già stato raggiunto, che non sono stati più scoperti negli ultimi 15 anni giacimenti di grande importanza, che quindi stiamo sfruttando quelli già esistenti e che la domanda di petrolio sta aumentando accelerando l’esaurimento di questa fonte energetica. Cosa vuol dire questo discorso? Ve lo spiego in modo più analitico: il petrolio è una fonte energetica non rinnovabile e quindi soggetta, prima o poi, ad esaurimento. Il problema vero è che negli scorsi anni si è già raggiunto il picco di produzione, cioè la quantità massima estraibile al minimo costo. Adesso invece l’estrazione inizia a costare di più così come la raffinazione, proprio perché le scorte sotterranee stanno diminuendo e l’energia richiesta per pompare l’oro nero diventa sempre maggiore.

Le grandi aziende petrolifere rassicurano gli azionisti sulle proprie scorte ma gli esperti italiani e stranieri “indipendenti” sono concordi nel dire che il petrolio va esaurendosi. E va esaurendosi anche a causa della richiesta incessante e copiosa di India e Cina che stanno contribuendo a dare una bella sfoltita ai giacimenti che restano.

Gli esperti internazionali (non indipendenti) rassicurano sull’aumento del prezzo del petrolio dicendo che è dovuto alla situazione in medio oriente e ad intenti speculativi delle grandi banche d’affari ma il motivo di fondo è che di petrolio ce n’è sempre di meno anche se non lo vogliono ammettere.

E noi nel frattempo cosa facciamo? Niente. Non stiamo sviluppiando energie rinnovabili, non tentiamo di impostare una seria politica di risparmio energetico, non prendiamo provvedimenti che ci facciano trovare preparati al tracollo. In pratica balliamo facendo finta che la nave non sia inclinata.

E la Cina? Direte voi: la Cina uccide la nostra economia con i suoi prodotti falsi, la Cina ci sta copiando e soppiantando in molti mercati, la Cina con la sua manodopera a basso costo ci fa aumentare la disoccupazione o il precariato. Tutto giusto, ma in un’ottica a breve scadenza il pericolo è un altro.

Il pericolo è il probabile e prossimo crollo dell’economia cinese che sta crescendo a ritmi folli usando un vecchio trucchetto tipicamente italiano (almeno fino all’entrata del nostro Paese nell’area Euro): mantenendo svalutato del 30% lo Yuan, la moneta nazionale, nei confronti del dollaro (ed indirettamente dell’euro) favorisce le esportazioni e quindi la crescita della propria economia.

Il problema è che questo giochetto lo puoi fare fino ad un certo punto, cioè come succedeva in Italia puoi portare avanti una politica di sottovalutazione della moneta per un periodo breve o al massimo medio, poi però il rischio è che i vantaggi (le esportazioni) vengano interamente erosi dagli svantaggi (l’inflazione dovuta al sempre maggior costo delle materie prime e dei beni strumentali importati, necessari all’industria interna). Fatto sta che la Cina persiste, imperterrita, in questa politica di svalutazione con grandissimi rischi per l’economia mondiale. Infatti il rischio è che se l’inflazione cinese iniziasse a salire troppo repentinamente a causa dell’aumento del petrolio il governo cinese potrebbe decidere una rivalutazione consistente e repentina della moneta nazionale e questo cosa causerebbe? Semplice, le merci cinesi che fino ad oggi costavano così poco subirebbero rincari che si aggirerebbero intorno almeno al 30-40%. Questo porterebbe ad un crollo drastico della domanda internazionale di prodotti cinesi mettendo in ginocchio l’intera industria del Paese e questo si ripercuoterebbe sull’intera economia mondiale perché la domanda di prodotti esteri, salendo paurosamente la disoccupazione, diminuirebbe sensibilmente, gli investimenti produttivi in Cina perderebbero quella convenienza presentata finora visto che i salari necessariamente dovrebbero salire per restare al passo con il costo della vita e le borse ne risentirebbero a causa dei grossi investimenti sia delle grandi banche d’affari sia dei piccoli risparmiatori nelle borse di Hong Kong e Shangai.

La Cina si rivelerebbe il classico masso al collo dell’economia mondiale: porterebbe a fondo quest’ultima senza possibilità di riemergere, per il fatto che le economie degli altri Paesi industrializzati hanno abbassato la guardia e si sono aperti al più sfrenato liberismo, abdicando al proprio ruolo di “produttori”, consentendo una terziarizzazione sfrenata delle proprie economie interne e disimparando, di fatto, a produrre sia nell’industria che nell’agricoltura. Stiamo correndo il grave rischio che una crisi dell’economia cinese possa essere l’elemento che scatenerà una crisi senza precedenti. Una crisi che non avrà conseguenza solo sulle borse ma anche, e soprattutto, nelle economie reali dei più grandi Paesi industrializzati con una recessione mai vista prima.

Molti presagiscono questo scenario al termine delle Olimpiadi cinesi, quando il gigante asiatico avrà toccato l’apice e probabilmente basterà uno spillo per sgonfiare la sua economia come un palloncino.

COSA FARE?

Probabilmente per dirla alla Benetazzo, dovremmo prepararci al peggio.

Dovremmo capire che lo stile di vita attuale è ben al di sopra delle nostre possibilità, capire che stiamo distruggendo il nostro pianeta per vivere in un’opulenza artificiosa che sconteremo tutto insieme quando la Terra presenterà il suo conto salatissimo: in termini di scarsità di combustibili fossili e in termini di surriscaldamento terrestre.

Dovremmo capire che il giorno in cui il petrolio starà per finire sarà troppo tardi per pensare a fonti seriamente alternative e che, quindi, dobbiamo iniziare ora a svilupparle infrangendo le regole liberal-capitaliste che pretendono un ritorno economico quasi immediato della ricerca scientifica e che quindi rigettano qualsiasi ricerca che non presenti buone probabilità di guadagno nel breve termine.

Dovremmo investire ora nel futuro rispettando il presente: nel piccolo di ciascuno di noi e nel grande pretendendo che siano eliminati gli sprechi di energia.

Dobbiamo capire, in definitiva, che siamo sull’orlo del precipizio e non nel paradiso terrestre. Se non capiremo questo è molto probabile che presto ci renderemo conto di essere finiti in un inferno sulla terra e sarà troppo tardi per cambiare le cose.

(2. - fine)

 

 

Note:

 

(1) Francesco Avigliano, L’enigma sociale, Edizioni di Ar, 1994.


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