La questione risorgimentale. Conferenza del Centro Studi Amor Roma (I)
By admin • Apr 7th, 2008 • Categoria: Articoli, Tradizionalmente Scrittidi Stefano Sogari
Come sappiamo il Risorgimento è, da un po’ di anni in qua, uno dei punti principali di discussione nell’ambiente tradizionale, sia per motivi storici ma anche perché, con la venuta allo scoperto della Lega Nord e di altre Leghe localiste, si è riproposta la questione nazionale in Italia e altrove.
Tutto ciò ha portato ad una ri-analisi del fenomeno risorgimentale che non poteva vedere immuni gli ambienti della Tradizione come anche altri ambienti che definiremo nazional-popolari o nazional-rivoluzionari.
In questo ambito il Centro studi Amor Roma, espressione romana (sia di nome che di geografico radicamento territoriale) diretto da Daniele Liotta, ha programmato una conferenza che poi è un incontro di formazione, svoltosi in Roma il 9 dicembre scorso.
L’incontro si è proposto di chiarire la questione risorgimentale con un excursus storico e di analisi sul divenire di quel periodo; affiancandone la discussione con un altro argomento molto relato al primo ma parimenti complesso: “La Rivoluzione Francese”.
I due argomenti sono stati trattati dal noto esponente nonché cantautore Francesco Mancinelli e dal giornalista di “Rinascita” Ottavio Bianchi, entrambi romani.
Ovviamente il tema analizzato dalla presente recensione non toccherà la Rivoluzione Francese ma soprattutto la questione Risorgimentale in quanto ci vorrebbe un lavoro a parte per includere l’analisi fatta sulla Rivoluzione dell’89 la quale, con un lavoro molto analitico, è stata affrontata dal Bianchi che ne ha curato soprattutto gli aspetti filosofici e di nascita “teorica” del fenomeno o meglio della serie dei fenomeni che ad essa si sono collegati in quella data simbolica.
Non ne abbiamo spazio sufficiente quindi ci soffermeremo sul Risorgimento Nazionale Italiano che, pure, ha delle relazioni non da poco con la questione rivoluzionaria in Francia.
L’analisi è partita da una constatazione: l’Italia come Idea esisteva già anche se diversa fu la temperie che vide in epoca medioevale il primo tentativo di riunificazione nazionale in atto, tentativo fallito. Parliamo di Federico II di Svevia che, è noto, dichiarandosi Imperatore in continuità con il Sacro Romano Impero Germanico ebbe per l’Italia una predilezione non da poco. Federico volle ricostruire un’Idea di Imperium che vedesse nell’Italia la sua sede naturale con una prospettiva Universale, Imperiale appunto e fortemente tradizionale nella sua accezione più complessa del termine. La sua sintesi fu di esempio per molti successori non con le sue stesse qualità, sappiamo che il tentativo fu schiantato dalle superiori forze della disgregazione che posero l’Italia in un destino di divisione, di decadenza, di uscita assoluta dall’orbita della storia per divenire periferia di altri Imperi e complessi geopolitici.
L’apice della decadenza politica italiana si avvertì successivamente nel periodo Umanesimo-Rinascimentale dove, nella pur avvertita Rinascita di Lettere, Arti e dottrine antiche e nella pur avvertita necessità di una riunificazione politica e quindi di un Ideale di Italia riunificata in Roma (si citano il Machiavelli, il Guicciardini a suo modo, e il Papa Marte Giulio II con la sua corte fastosa e molto paganeggiante quando militarmente aggressiva), si palesa in modo inequivocabile il percorso di localismo e di divisione guerreggiata della Penisola a vantaggio di Nazioni straniere dominanti.
La penisola italica è oramai un conglomerato di stati minori in perenne disaccordo e con i suoi popoli separati e senza alcun progetto politico comune. Per molto tempo ancora saranno questi i destini della Penisola e non ci sono accenni di ripresa neppur teorica di una riunificazione nazionale fin quando non interviene il fenomeno Rivoluzionario Francese, fenomeno che presto travalicherà i confini di Francia per attivare una serie di movimenti patriottici e liberali in altre nazioni, Italia inclusa. Si analizza in tal modo, per bocca di Mancinelli la questione francese dopo la questione filosofica e teorica posta dal Bianchi, questione, abbiamo detto complessa e di divergenti impostazioni nel pubblico come tra i relatori. Tornando alla storia e ai fatti storici quindi alla cronaca storica conosciuta Mancinelli pone il problema della Rivoluzione Francese come detonatore di quello che sarà il primo tentativo di riunificazione italiana più che altro come semplice ritorno di un’idea di Italia unita e libera da stranieri e dalle istituzioni ad essi collegati, per varia via parentale.
Si pongono però dei problemi dalle intenzioni ai fatti, problemi insorti già nel periodo rivoluzionario in Francia, periodo con vari fenomeni anche molto diversi in esso inclusi. La Francia dell’epoca viveva, non ci sono dubbi in questo, una pesante decadenza morale, civile, politica ed economica, data più che altro dalla congerie di guerre europee e coloniali che quella potente nazione ebbe ad affrontare nei due secoli precedenti. Guerre durissime che portarono alla fame la popolazione e che videro il formarsi di un esercito di mercenari professionisti che sopperisse alla carenza di manodopera militare popolare, peraltro vessata dalla tassazione e da un ceto nobiliare oramai parassitario. Quest’ultimo viveva i suoi fasti in totale e netta separazione dalla politica reale e dai problemi del popolo e della nazione in generale; effetto della riforma accentratrice ed autoritaria del Re Sole che, si risanò le finanze pubbliche e riaffermò un’idea autoritativa e molto efficiente di Stato, ma tagliando dal tessuto popolare la nobiltà francese che divenne una nobiltà di privilegi e parrucche vivente i proventi di rendite senza alcuna connessione con l’economia reale.
I “rentiers” che prosperavano nelle loro regge e a Versailles ignorando i problemi della politica e incapaci oramai di gestire fondi, attività e disciplina militare. La decadenza in atto aumentò con Luigi XVI il quale, pur non essendo certo un tiranno, non riusciva a porre alcun provvedimenti risanatore di questa situazione di crisi e di fatto veniva manovrato dall’Assemblea degli Stati generali a predominanza clerical-nobiliare. Una situazione del genere determinò l’implosione del sistema istituzionale, lo scollamento con i ceti produttivi e medioborghesi che non si riconobbero più nella monarchia così concepita e quindi una rivoluzione vera e propria. Questa, dapprima fenomeno di limitato colpo di Stato antimonarchico ma sostanzialmente incruento diventò poi una resa dei conti di varie fazioni politiche via via più divise e sanguinose che culminò con la decapitazione del re e della regina. Quello che venne dopo fu espressione dei limiti di quel fenomeno tutto di reazione che non ebbe matrici metafisicamente superiori se non in alcune intenzioni; si determinò quindi un ideale nazionale del tutto immanentistico e quindi influenzato dall’Illuminismo nelle sue accezioni più materialiste e razionalistiche (si è detto nel corso dell’incontro che l’Illuminismo ha avuto in realtà diverse anime anche molto diverse tra loro e non sempre legate al materialismo razionalista). Tale temperie ideale, comprensibile nel quadro di un periodo di ribaltamento di un sistema inetto, inefficiente, spesso corrotto e oligarchico nell’accezione peggiore del termine, divenne poi motivo della incomprensione e dell’aggressione contro le fasce di popolazione francese non urbanizzata e non assimilabile alle dinamiche cittadine tipiche del fenomeno rivoluzionario. La città non aveva compreso le campagne e in specie le popolazioni di Vandea e Bretagna dove il sistema di economia era ancora precapitalistico e dove la nobiltà locale era ancora nobiltà di cappa e spada e non di “parrucche” e regge.
Il limite rivoluzionario si consumò nella incomprensione di quella parte di popolo e quindi nella sanguinosa repressione della Vandea e della Bretagna. Si è ricordato però, nella sede dell’incontro, che quello che successe fu uno scontro di diverse società più che di diverse visioni ideali o politiche poiché se da un lato la Vandea era estranea al fenomeno rivoluzionario essendo estranea alle sue premesse più che per una consapevole ideologia, dall’altro per la prima volta vediamo una Nazione dotata di un esercito realmente popolare e di merito — l’Armata mobilitata dalla Convenzione, trascinata con entusiasmo e spirito di sacrificio contro gli eserciti prevalentemente mercenari dei regnanti di varie lande d’Europa, simultaneamente invasori del territorio francese, dalla Savoia fino alla Spagna andando al Regno Unito ai Paesi Bassi alla Prussia etc.
(1. – continua)


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