La questione risorgimentale. Conferenza del Centro Studi Amor Roma (II)
By admin • Apr 8th, 2008 • Categoria: Articoli, Tradizionalmente Scrittidi Stefano Sogari
Per la prima volta il popolo non è oggetto delle guerre dei potenti, come ricordava Voltaire nei suoi ironici e taglienti giudizi del “Candido” fino a pochi decenni prima.
Si distingue nelle battaglie dell’armata rivoluzionaria un giovane ufficiale molto capace e intelligente, Napoleone, il quale poi costituirà la vera anima della Francia rivoluzionaria. Napoleone è un fervente rivoluzionario ma è animato anche da propositi di riaffermazione di un Imperium che trascenda il solo culto del popolo immanentista, infatti, a suo modo, fu un legislatore ed un restauratore di una certa idea di Impero. Di certo, Mancinelli lo ricorda, fu uno dei comandanti che comprese il fenomeno vandeano, essendo stato mandato a dirigere la repressione in quelle terre. Lui definì i Vandeani “un popolo di giganti”, era quindi una spanna sopra gli altri esponenti della Rivoluzione che finirono tristemente i loro giorni.
Fuori dalla Francia Napoleone pensò di esportare gli ideali rivoluzionari con la forza delle armi, in molti casi sconfisse i regni a lui opponenti ed in Italia ebbe notevole eco nei fatti d’arme che lo videro coinvolto. Divenne un punto di riferimento per alcuni gruppi di patrioti e possiamo dire che fu visto come esempio all’inizio. Il problema però della Vandea si ripeté in Italia perché lo stesso Napoleone in realtà non seppe uscire dalla logica del condottiero conquistatore con tutte le sofferenze relative del caso; si aggiunga poi la costante tara che questo fenomeno si portò dietro: la mancata comprensione e quindi partecipazione attiva di buona parte delle popolazioni italiane coinvolte. I popoli della Penisola infatti, purtroppo, non furono protagonisti ma furono vittime o passivi osservatori di quello che stava avvenendo, in specie nel Sud ma anche nell’Emilia Romagna e altrove in Veneto. Questo fenomeno, esportato con le armi e spesso senza comprensione delle condizioni e della cultura del “popolo minuto” (così veniva chiamato allora) provocò tentativi rivoluzionari abortiti e ulteriori divisioni se non locali guerre civili. Gli eserciti napoleonici, molto arditi per via del proverbiale spirito bellico, giovanile e idealistico non riuscirono a comunicare con le popolazioni in Italia e divennero spesso invasori come gli altri. Avvenne con i fenomeni controrivoluzionari, con le Insorgenze antinapoleoniche e in Spagna contro una guerriglia di popolo generalizzata e sanguinosamente repressa. Fu il peccato originale di questo fenomeno rivoluzionario dapprima in Francia e poi altrove; ne determinò dei limiti di comprensione e anche di riuscita. Ricordiamo però che il primo e severo censore della operazione di eliminazione del popolo Vandeano fu il noto Gracco Babeuf, socialista egualitario e molto critico su alcuni aspetti dittatoriali del Governo Rivoluzionario.
Il risultato di questi eventi, ad esempio le Insorgenze contro la Repubblica Partenopea e tutto il movimento del Cardinale Ruffo, fu un ulteriore smembramento del popolo italiano e una frattura politica insanabile all’interno del popolo stesso.
Di questo fallimento fu un sincero quanto imparziale analista il patriota Vincenzo Cuoco, forse una delle figure più evolute e coscienti dei guasti del popolo italiano e delle ragioni di questi fallimenti politici, Cuoco comprese i limiti del risorgimento napoleonico, limiti che risiedono nella incapacità a coinvolgere masse popolari non sensibili a richiami di ordine politico ma di ordine eminentemente pratico e quindi molto disponibili a fenomeni conservativi ma rassicuranti del loro vivere. A prescindere da ciò però viene ricordato che Napoleone in ogni caso propugnò, ci fu chi lo capì e ne fece tesoro, dopo secoli di spaccatura e divisioni, la prima idea di riunificazione nazionale del periodo moderno con Roma capitale di Italia per motivi storici e simbolici. Napoleone comprese quindi molte cose della storia d’Italia e il bonapartismo quindi non fu inutile per risvegliare certe coscienze sopite. Napoleone ebbe anche un progetto di riunificazione europea molto ambizioso contro il quale tutte le potenze monarchiche e prevalentemente tutta la massoneria inglese mercantilizzata, ordì una guerra totale con tutte le alleanze possibili e immaginabili. La guerra distrusse l’ideale di riunificazione europeo e provocò disastri in termini materiali e di risorse umane nel Continente intero. Alla fine, dopo alterne vicende Napoleone fu definitivamente sconfitto ed esiliato come nemico politico dopo una “damnatio memoriae” che sarà ricorrente nelle prassi dei “Restauratori” anche del secolo successivo.
Mancinelli quindi passa ad analizzare la questione dell’Italia post Congresso di Vienna: una penisola ri-azzerata al periodo pre-napoleonico con i vari ducati e microstati, politicamente ininfluente ma con un Sud geograficamente più ampio e con un regno più che dignitoso. Il Sud con Murat ebbe occasione di diventare un perno dell’unità d’Italia, Murat ci credeva ma il tentativo naufragò per i problemi riferiti, si verificò la tutela britannica di quel lembo d’Italia che, precedentemente, rimesso dagli Inglesi sotto controllo monarchico borbonico, vide la monarchia borbonica governare in modo abbastanza equilibrato e con una certa moderazione la penisola meridionale. Non esistono altre dinastie capaci in Italia tranne l’esempio storico del Granducato di Toscana, con un governo parimenti dignitoso e anzi, a differenza dei Borboni, decisamente riformista e propugnatore di miglioramenti sociali.
In quel periodo rifioriscono i movimenti rivoluzionari di ispirazione patriottica, varie sono le forme e diverse le finalità. Esempio sfortunato ma molto luminoso, nell’esposizione del Mancinelli, fu Carlo Pisacane: socialista nazionale, ex legionario francese, ufficiale del Genio Militare borbonico; comandante di un gruppo di volontari egli cercò di sollevare il Meridione senza successo finendo sconfitto e ucciso. Ispirò però molti patrioti dell’epoca portando, al contempo, l’analisi degli insuccessi di tentativi del genere, improvvisati ed avulsi da valutazioni di ordine concreto sulla società su cui tali azioni ricadevano.
Ma la sua critica fu molto dura nel descrivere i due mali che attanagliavano il popolo italiano. Pisacane identificò nei Savoia e nel Vaticano i due nemici della Patria.
Ricordiamo che lo Stato del Vaticano era noto per essere il peggio amministrato e corrotto della penisola italiana ed anche il primo per indici negativi di vivibilità e istruzione. I Savoia invece erano noti per essere una dinastia ultraconservatrice e avida di appropriarsi dei beni delle altre terre italiane, senza alcun progetto politico e senza alcuna volontà di rinnovamento sociale.
Primo tra i critici e gli ammonitori sulla vera natura dei Savoia fu Mazzini; di esso Mancinelli si sofferma a descriverne la figura partendo dal presupposto irrinunciabile che egli fu un “gigante del Pensiero nazionale e sociale”. Mazzini però valutò subito come perdente l’avventurismo ribelle e le iniziative armate avulse da ogni preparazione politica, riferendosi in primis al fallimento del Pisacane nelle sue stesse terre di provenienza.
Mazzini parimenti identifica nei Savoia la parte negativa delle dinastie italiane, e Mancinelli in sede di dibattito conferma che tale elemento sarà sempre nocivo e antinazionale in senso teorico e pratico. Tale dinastia era geograficamente estranea all’Italia e non parlava italiano ma francese, provenivano dall’Alta Savoia e quindi si ritenevano estranei all’italianità oltre che molto chiusi nel loro territorio e spesso perseguitanti qualsiasi movimento patriottico e riformatore. Mazzini vede in loro un nemico da subito ma mette in guardia anche contro i mali del popolo italiano quali il menefreghismo, l’attendismo, l’opportunismo ed una certa morale avulsa dal popolo. Mancinelli infatti tende a sottolineare come da questi storici mali deriverà il male eterno del Trasformismo e della politica di mestiere condotta dai lobbisti privilegiati.
Ora, su Mazzini si è detto che era anticristiano, in realtà risultò essere molto religioso e credente ma vedeva nel popolo e nella patria che in essa era connessa una forma viva di spiritualità e di espressione di Divino; da qui la visione di patria e popolo come sintesi spirituale oltreché materiale di destini.
L’analisi prosegue con la figura di Garibaldi che invece incarna un’idea di miles coraggioso e disinteressato nello stile del soldato politico di recente esegesi. Garibaldi e Mazzini potrebbero, nella valutazione del Mancinelli, rappresentare una sorta di Nuovo Ghibellinismo in prospettiva storica contestualizzata.
(2. – continua)


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