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La questione tibetana: da che parte?

By admin • Apr 10th, 2008 • Categoria: Articoli, Spazio Dumas

di Alessandra Colla 

 

È proprio complicata, questa faccenda del Tibet.

È un po’ come uno di quei rompicapi (cinesi, ça va sans dire) che te li giri e te li rigiri fra le mani, e quando finalmente ti sembra di aver trovato il bandolo della matassa è la volta che stai messo peggio di prima.

Qui è uguale. Sembra così facile stare dalla parte giusta, e invece quando ti ritrovi a guardare bene come stanno le cose ti accorgi che una parte giusta non c’è. O forse sì: ma bisogna mutare prospettiva — prova un po’ a guardare nello specchio e vedi come cambiano gli angoli e le convergenze…

Insomma non si sa se appoggiare il Tibet nel nome dell’autodeterminazione dei popoli, o la Cina nel nome della potenza imperiale — e già qui si capisce la difficoltà della cosa. Perché attribuire alla potenza cinese un che di “imperiale”, come se si stesse parlando non dico di Alessandro Magno o di Roma ma almeno dell’Inghilterra di their gracious Queen, pare oggettivamente un po’ azzardato. Sappiamo che quando si parla di Impero è giocoforza ripescare anche i concetti di civiltà, cultura, valori etc.: così sui due piedi, in relazione alla Cina contemporanea non mi viene in mente neanche un esempio.

E non aiutano neanche le riflessioni di chi sostiene la volontà di potenza del vitalismo cinese — confondendo la forza che promana dalla ragione con la ragione imposta dalla forza, in quell’invertirsi dei rapporti di causa ed effetto che ammalia spesso menti viscerali.

Ché se poi fosse solo una questione di dimensioni (il pesce grande mangia il pesce piccolo), sarebbe interessante sapere perché alcuni che oggi plaudono alla grande Cina prevaricatrice del piccolo Tibet l’altro ieri condannavano il grande Iraq contro il piccolo Kuwait e ieri la grande Serbia contro il piccolo Kosovo. Dev’essere lo stesso meccanismo che giustifica la grande Russia contro la piccola Cecenia — alla faccia della geopolitica. Va be’ che lì tutte le volte c’erano di mezzo i musulmani: e anche se sono passati 1300 anni — quarto di secolo più, quarto di secolo meno — c’è ancora un sacco di gente che crede di essere a Poitiers. Il tempo, del resto, è relativo.

Proprio oggi, poi, saltano fuori Gianni Vattimo e Domenico Losurdo (mica due di passaggio, eh) a denunciare il “pogrom anticinese” del 14 marzo: a loro avviso, infatti, i disordini di Lhasa non sarebbero stati altro che la naturale conseguenza della mai morta campagna imperialista inglese contro la Cina.

Ora, se le parole hanno un senso, con pogrom s’intende un insieme di azioni violente organizzate contro la proprietà e/o la vita di appartenenti a minoranze politiche, etniche o religiose all’interno di uno Stato. Il problema è che solitamente il pogrom si verifica all’interno di un tessuto sociale organico, compattato per l’occasione di fronte al pericolo (vero o presunto) rappresentato da una minoranza di fatto inoffensiva — non mi risulta che nei pogrom storici contro gli ebrei a finir male fossero i Rothschild, per esempio, che inoffensivi non furono non sono e probabilmente non saranno: a lasciarci le penne erano solitamente i poveracci. Questo però, come sappiamo tutti, è un altro discorso e lo tralasciamo volentieri.

Ma qui parliamo del Tibet, e della Cina: parliamo cioè del territorio di uno Stato che fu sovrano fino al 1950, quando fu invaso militarmente dalle armate della Repubblica Popolare Cinese di Mao Zedong; ai tempi della gloriosa Rivoluzione Culturale, finirono morti ammazzati circa 1 milione e 200.000 tibetani (il censimento del 2002 fissava la popolazione a 2 milioni e 670.000, il 93% dei quali di etnia tibetana); non mi sembra tanto impossibile che i tibetani possano avercela ancora un po’ con i cinesi, i quali di fatto li occupano da sessant’anni nonostante la costituzione del Tibet in Regione Autonoma a partire dal 1965. Parlare di pogrom anticinese, insomma, mi sa un tantino di forzatura.

È anche vero che in Tibet ci ha messo lo zampino la solita CIA: chi si stupisce alzi la mano. La CIA si è data sempre da fare dovunque, e parecchio anche qui da noi, già all’indomani della caduta del fascismo e dopo il 1945, segnatamente in occasione del famoso referendum “monarchia sì o no” sui reali esiti del quale è stato steso da tempo non un velo bensì un sudario nemmeno tanto pietoso — e dài con le altre storie, che qui non è il momento di tirare in ballo. E tanto per la cronaca, la CIA qui da noi non ha ancora finito.

Ma torniamo al Tibet, e alla CIA e alle sospettissime simpatie americane per questo mite popolo cantilenante che veste d’arancione e passa il tempo a sgranar rosari — così nell’immaginario collettivo un po’ cialtrone di mezzo mondo. Naturalmente ci sono anche delle gran belle teste che analizzano la faccenda: e pur portando il massimo rispetto per la spiritualità tibetana e per il popolo tibetano in quanto tale, non possono passare sotto silenzio le inquietanti ingerenze statunitensi nella storia recente di questa regione così poco autonoma.

Ecco, è proprio questo il punto dolente: il ruolo geopolitico del Tibet nei confronti della Cina, e il suo esser chiave strategica a vari livelli nei piani di contenimento di una potenza in espansione. Un’espansione così rapida da farne, forse, il proverbiale colosso dai piedi d’argilla: ma questa è soltanto un’opinione. Badiamo ai fatti, invece: e vedremo che in entrambe le posizioni — filo-Tibet e filo-Cina — c’è tanta di quell’ideologia che ci si potrebbero nutrire opposti estremismi fino alla fine dei tempi.

Ma con l’ideologia, soprattutto oggi, ci si possono fare tutt’al più degli slogan ad effetto: esaltanti, certo, e buoni a regalare un’identità fittizia a chi un’identità non ce l’ha più — e forse non ce l’ha mai avuta.

Da che parte stare, dunque? Perché una scelta bisogna pur operarla: e poco importa il risultato — cose vecchie, queste. Il fatto è che siamo così abituati alla dicotomia monoteista che rischiamo sempre di fare la fine del povero asino di Buridano; ma se soltanto riuscissimo a guardare più in là dei due mucchi di fieno, così dolorosamente uguali da paralizzare il nostro senso critico, l’impasse sarebbe superata.

Per quanto mi riguarda, al momento non trovo posizione più lucida né parole più chiare di quelle di Franco Nerozzi della Comunità Popoli:

«Le rivolte di monaci e di nazionalisti tibetani contro l’autorità cinese a Lhasa hanno dato il via ad una serie di dibattiti che vedono due posizioni contrapposte. C’è chi è schierato decisamente e incondizionatamente con i tibetani (e tra questi qualcuno ritiene che le Olimpiadi che si svolgeranno a Pechino meritino il boicottaggio), e chi invece pensa che quella scoppiata in Tibet sia una protesta ispirata da potenze occidentali allo scopo di far trionfare anche in questa parte di mondo una nuova rivoluzione democratica in funzione anticinese e pro statunitense.

Ancora una volta ci troviamo su posizioni diverse rispetto a quelle di entrambi gli schieramenti, e, pur avendo una parziale comprensione per coloro che sospettano lo zampino di Washington dietro agli avvenimenti di Lhasa, riteniamo pura oppressione l’azione condotta da Pechino contro il popolo tibetano. […] Le cosiddette “rivoluzioni arancioni” (che ovviamente nulla hanno a che vedere con il colore delle vesti dei monaci buddisti) che hanno investito l’Europa negli ultimi anni, e che marciavano sulla fanfara e sui dollari americani, hanno giustamente diffuso tra chi è più attento alle questioni di geopolitica, un senso di diffidenza nei confronti di ogni movimento che possa in qualche modo ricordare queste operazioni pianificate dal Dipartimento di Stato.

In questa diffidenza ci riconosciamo, e troviamo l’unico punto di incontro con coloro che oggi, per la questione tibetana, fanno gli avvocati difensori della Cina.

La diffidenza è giustificata: a Dharamsala, la città indiana in cui è ospitato il governo in esilio del Tibet, sventolano decine di bandiere a stelle e strisce. Lo stesso cosiddetto leader spirituale dei Tibetani, e dei Buddisti in genere, il Dalai Lama è personaggio dalla non cristallina reputazione, quando si parli di diritto dei popoli all’autodeterminazione, visto che il suo spirito non violento doveva essersi distratto per un po’, quando appoggiò i criminali bombardamenti della Nato contro l’orgoglio serbo.

Ma, come dicemmo mesi fa in occasione dell’insurrezione dei monaci birmani contro la giunta di Rangoon, non ci bastano queste ipotesi di “contaminazione” per schierarci dalla parte della repressione. […] Come nel caso dei Karen in Birmania, il rischio di sfruttamento di una vicenda che coinvolge un intero popolo da parte delle élite mondialiste effettivamente esiste. Ecco perché ci troviamo distanti anche da coloro che acriticamente si gettano tra le fila della crociata anticinese diventando strumento della propaganda occidentale. Va evidenziato che lo sfruttamento delle esplosive situazioni autonomiste da parte occidentale non viene attuato fomentando la rivolta di questi popoli nei confronti dell’oppressore (sia esso la Cina o il regime militare birmano), bensì cercando di guadagnarsi la loro fiducia e la loro amicizia attraverso ipocrite e sterili condanne politiche della repressione. A costo zero. […] Dovrebbe risultare del tutto evidente che Cina e Stati Uniti (per non parlare di altri paesi europei o di “entità” sovrastatali dedite ad attività criminal-finanziarie) fanno parte dello stesso fronte. Il peso economico della Cina (e delle sue banche!) sull’Occidente in genere e sugli USA in particolare è enorme. Il mercato cinese inoltre rappresenta per le democrazie liberiste la grande occasione per ridare fiato alle loro economie oramai moribonde. I gangsters di Stato cinesi, veri e propri capitalisti che sfruttano il lavoro di milioni di schiavi e stringono favolosi contratti commerciali con imprenditori di tutto il mondo, bruciano (assieme agli statunitensi e agli indiani) la grande maggioranza delle risorse energetiche del pianeta e sono i principali inquinatori della terra, si trovano perfettamente a loro agio con i gentiluomini mondialisti di casa nostra. […]
Pensare dall’altra parte che la Cina rappresenti in qualche modo il contrappeso al soffocante ed intollerabile predominio statunitense, e per questo vada scusata quando reprime la lotta per una maggiore autonomia (non indipendenza) dei Tibetani ci pare fuori dalla realtà.

Lo ribadiamo, siamo per la difesa della identità culturale e del patrimonio spirituale dei Popoli. Sostenere che il Tibet non abbia diritto ad una maggiore autonomia e al rispetto delle sue tradizioni perché “non è mai stata una entità autonoma” è per noi inaccettabile. Correre a sostegno delle tesi Cinesi solo perché c’è il pericolo che il Tibet cada nella rete statunitense denota una impotenza e una rinuncia alla “terza via” allarmanti. In tal modo riteniamo che si privino le stesse genti in lotta, della consapevolezza del valore assoluto che va attribuito alle loro radici. Il che è esattamente ciò che fa il mondialismo, favorendo artificiali gemellaggi tra società tradizionali e società secolarizzate che si concludono fatalmente con la capitolazione delle prime.

Noi cercheremo sempre, con i pochissimi mezzi a nostra disposizione, di batterci affinché si diffonda la cultura della resistenza antimondialista basata sull’eredità culturale propria dei Popoli coinvolti. Perché Impero ed imperialismo, ci par di ricordare, sono cose diametralmente diverse. E perché laddove sventolano i simboli solari sentiamo il richiamo irresistibile di comuni radici spirituali».

Ognuno, poi, scelga come vuole.


2 Commenti »

  1. … accolgo con piacere, il contributo pacato di Alessandra Colla… ma credo che i tibetani (non sò se i monaci siano così pacifici!) facciano il gioco degli Stati Uniti, nella lotta inter-capitalista con la Cina. E tra una potenza regionale, e un mostro immondo quale il potere Yenkee, la scelta di posizione è chiara… autodeterminazione dei popoli? Non sò, credo che non possa essere un pungolo moralista da sposare sempre… per il resto, senza voler scendere in altre disquisizioni inutili, ovviamente non sono filo-cinese. Una cosa, però debbo dirla, Dalai Lama e bonzi arancio, non mi piacciono…
    cmq ringrazio Alessandra e il signor Nerozzi per gli interessanti contributi!

  2. Quando finalmente si scopre che nel mondo non è tutto bianco o tutto nero, risulta estremamente difficile comprendere da che parte stare. Si cammina su un campo minato e mettere un piede in fallo è facilissimo. Ciò che a parer mio andrebbe preso in considerazione è l’esasperata ridondanza che viene data a un avvenimento…forse è da qui che dovrebbe sorgere la domanda: cui prodest? E’ ciò che mi chiedo spesso sul Tibet e sulle prossime Olimpiadi e dietro tutto questo chiasso per forza deve esserci il/i solito/i Burattinaio/i che cerca/no di manipolare le menti altrui. Tuttavia, al di là dei classici interessi di parte, non riesco a immaginarmi un Tibet fagocitato dalla mentalità mondialista, ma la fame è tanta e il precipizio non è poi così lontano.

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