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Le rivoluzioni nascono a marzo

By admin • Mar 23rd, 2008 • Categoria: Articoli, Spazio Dumas

di Alessandra Colla

Chissà se è vero che aprile è il più crudele dei mesi. Di certo marzo sembra quello più movimentato, almeno a giudicare da certi sommovimenti piuttosto epocali che ancora, fortunatamente, s’insegnano a scuola.

Senza farla troppo lunga — ché rischieremmo di risalire indietro per li rami fino alle jacqueries del Trecento e su su alle guerre sociali in Grecia e a Roma, e non è il caso — limitiamoci a considerare un mezzo secolo, anno più anno meno, a cavallo fra il XIX e il XX secolo. Ci troveremo dentro e tali e tante cose da giustificare più di una sorpresa.

A scuola, dunque, heureusement si studia ancora che all’inizio dell’Ottocento, col rafforzarsi della borghesia, l’avvento della rivoluzione industriale e lo sviluppo del movimento operaio, prende corpo un insieme di teorie e azioni politiche volte a sostenere un sistema economico-politico basato sulla socializzazione dei fattori produttivi e sul controllo statale, parziale o completo, dei settori economici, così da far prevalere gli interessi collettivi su quelli individuali (perdonate l’aridità dell’esposizione, ma è nella natura delle definizioni). Più nel dettaglio — e che piaccia o no — è alla strana coppia Marx/Engels che si deve la teoria sociale denominata dagli stessi “socialismo scientifico”, il cui programma politico prevede per l’appunto la socializzazione ovvero la messa in comune dei mezzi di produzione e di scambio. È a questo che si riferisce la temutissima “abolizione della proprietà privata” (lo vedremo poi), che tanti sonni ignoranti ha turbato e ancora turba. Ed è questo “comunismo” che da qui in poi diviene il pensiero dominante di quanti, in Russia, in Europa e perfino negli Stati Uniti (altri tempi…) si battono con pensieri parole ed opere per emancipare operai e contadini da una trista condizione di schiavitù strisciante.

Il punto di crisi (non ultimo né definitivo, è chiaro) si fissa in un sabato di marzo del 1871, quando «all’alba […] Parigi fu svegliata da un colpo di tuono: “Vive la Commune!”. Che cos’è la Comune, questa sfinge che tanto tormenta lo spirito dei borghesi?» [1].

La Comune… la Comune è un’idea, un sogno, un’utopia — se vogliamo restare sul vago (nei due sensi del termine) e sull’onirico: categorie che sempre i benpensanti affibbiano, e spesso e volentieri, alle levità intellettuali dei visionari impenitenti d’ogni secolo. Più pragmaticamente, accettiamo l’assunto per cui «L’imperialismo è la più prostituita e insieme l’ultima forma di quel potere statale che la nascente società della classe media aveva incominciato ad elaborare come strumento della propria emancipazione dal feudalesimo, e che la società borghese in piena maturità aveva alla fine trasformato in strumento per l’asservimento del lavoro al capitale»[2], e scopriremo che «La Comune fu l’antitesi diretta dell’impero. Il grido di “repubblica sociale”, col quale il proletariato di Parigi aveva iniziato la rivoluzione di febbraio, non esprimeva che una vaga aspirazione a una repubblica che non avrebbe dovuto eliminare soltanto la forma monarchica del dominio di classe, ma lo stesso dominio di classe. La Comune fu la forma positiva di questa repubblica» [3].

Questa, dunque, è la Comune. E che cosa voleva, massimamente? Voleva nientepopodimeno che «abolire la proprietà, la base di ogni civiltà! Sì, o signori, la Comune voleva abolire quella proprietà di classe che fa del lavoro di molti la ricchezza di pochi. Essa voleva l’espropriazione degli espropriatori. Voleva fare della proprietà individuale una realtà, trasformando i mezzi di produzione, che ora sono essenzialmente mezzi di asservimento e di sfruttamento del lavoro, in semplici strumenti di lavoro libero e associato» [4].Tutto qui.

Com’è finita la Comune di Parigi lo sappiamo. Eppure, nonostante la repressione, i morti sui boulevards e le deportazioni, l’ultimo terzo del sec. XIX e i primi anni del rutilante Novecento che avanza sono ancora costellati di lotte, proclami, rivendicazioni, scontri, violenze di piazza e giudiziarie (e non chiedetemi cos’è peggio…): si replica dovunque, a soggetto e a furor di popolo — la cosiddetta belle époque conosce il 1877 nel Matese, il 1886 a Chicago, il 1891 a Roma, il 1892 a Jerez de la Frontera, il 1894 in Sicilia, il 1898 a Milano, il 1905 in Russia, il 1908 ancora a Roma, il 1909 in Spagna, il 1910 a Londra, il 1911 in Giappone (addirittura!), il 1914 ad Ancona… Finché la prima guerra moderna — di mezzi, ma di esiti antichi — si porta via tutto.

Nell’arco di cinque anni (quattro per l’Italia, che ne perde uno traccheggiando senza sapere bene da che parte stare [5]), il molto sangue versato è trasversale oltre che internazionale: nel fango delle trincee e fra i crateri delle bombe, sui campi devastati e sulle vette violate, fra cadaveri di uomini e animali ammassati insieme in un apocalittico dissacrato macello a cielo aperto, si trovano fianco a fianco lavoratori del braccio e della mente, operai e borghesi, contadini e aristocratici. Si scopre un altro mondo, un’altra dimensione in cui sotto il piombo nemico è possibile, anzi facile, superare pregiudizi e convenzioni d’anteguerra per riconoscersi profondamente uguali sotto il grigioverde e infinitamente diversi dai civili incravattati in uffici e dì di festa rimasti a casa.

Quella casa che nel 1918, quando i vivi ci faranno ritorno, risulterà così estranea, così scomoda, così fredda che saranno in molti a fuggirne per riversarsi nelle strade — ad ascoltare le parole di ferro e di fuoco che altri vivi senza divisa levano alte, in una chiamata alle armi non più militarista ma sociale, per un mondo più giusto — eterna meravigliosa utopia, motore immobile, sale della terra: accade così nella Russia non più zarista (che ha aperto la strada con la Rivoluzione del 1917), e così nella Germania weimariana prossima ventura, e così nell’Italia che tutti giurano rossa.

Il 1918 si è chiuso con la fine della guerra: otto milioni di morti sparsi qua e là per l’Europa, “fresche bocche sorridenti” (E. Pound) andate incontro alla morte, adolescenti “dimentichi dei corpi di donna ma lanciati all’assalto sui campi di battaglia come su corpi di donna” (E. Jünger), Imperi crollati, nuovi assetti mondiali in fieri. Il mondo spera, o si illude — il che è poi lo stesso — di poter tirare un sospiro di sollievo, ma il 1919 non si apre mica tanto bene: a Berlino, per esempio, il 4 gennaio ha inizio la “settimana di sangue”,che segnerà la fine dello Spartakusbund, di Rosa Luxemburg e di Karl Liebknecht.

A marzo dello stesso anno, la Terza Internazionale tiene a Mosca il suo primo Congresso, intitolando testualmente il punto III della “Piattaforma” «L’espropriazione della borghesia e la socializzazione dei mezzi di produzione».

Ma spostiamoci nella Mitteleuropa, e vediamo che succede, sempre a marzo, nella capitale morale dell’Italia unita ancora, ahilei, monarchica e sabauda (piove sul bagnato, eh?). — Milano, dico. Dove in piazza San Sepolcro, il 23 marzo 1919, a primavera appena iniziata, comincia una nuova stagione per la politica italiana, si crede allora — per la Storia, sappiamo noi. In quella data, com’è noto, un manipolo di audaci capeggiati da un Benito Mussolini mai (a mio avviso) così in forma diede vita ai Fasci di Combattimento. E forse non tutti sanno che nell’occasione l’oratore più applaudito fu Filippo Tommaso Marinetti, che un anno più tardi, in occasione del primo congresso fascista (maggio 1920) si dimetterà con un discorso lungimirante, forse appena un po’ meno applaudito ma altrettanto dirompente: «Con forza e slancio insisto sulla necessità di dosare la nostra disapprovazione degli scioperi. Vi sono scioperi sacrosanti da sostenere. Parlo dei cattivi pastori e del gregge. Propongo la funzione di cane fedele intelligente che vigila quando i pastori sono ubriachi o dormono. Noi abbiamo fatto, fino ad ora, o il cane idiota che addenta le pecore o anche abbiamo sparato sui cattivi pastori ferendo involontariamente il gregge! Sono applauditissimo. Parlo poi della Repubblica da esigere e della monarchia zaino (pieno di cose inutili) da buttar via. Parlo del papato. Concludo: noi veniamo dal Carso. Ma non andremo verso la reazione». E tutto, comunque, era nato a marzo…

 

 

Note

1 Karl Marx, La guerra civile in Francia, Editori Riuniti 1990, p. 31.

2 Ivi, p. 35.

3 Ibidem.

4 Ivi, pp. 41-42.

5 Com’è noto, l’Italia pensò bene di pugnalare alle spalle la Triplice Alleanza — il patto militare a carattere difensivo firmato il 20 maggio 1882 a Vienna con Austria-Ungheria e Germania — per vendersi alla Triplice Intesa (Francia, Inghilterra, Russia): il 26 aprile 1915, infatti, il governo italiano firmò segretamente a Londra, all’insaputa del Parlamento, un patto in cui si garantiva l’entrata in guerra dell’Italia contro Germania e Austria-Ungheria. È per questo motivo che un anno dopo, il 14 maggio 1916, l’esercito austriaco avrebbe dato inizio alla famosa Strafexpedition (spedizione punitiva) contro l’ex alleato italiano accusato, a ragione, di tradimento.

 


1 Commento »

  1. Il programma originario del fascismo, cemento per nuovi piani ribellistici odierni. Pur sapendo, che quel programma fu purtroppo messo da parte! Quindi, tornando alle parole del Marinetti riportate nell’articolo, non TORNIAMO ad essere il “cane idiota che addenta le pecore”… perchè in certi frangenti, i rossi e neri, questo hanno fatto!
    Ottimo articolo Alessandra! Ottimi spunti…

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