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Ma cos’è questa crisi?!?

By admin • Apr 26th, 2008 • Categoria: Editoriale

di Alessandra Colla

 

Qualche giorno fa la pagina economica della Stampa ha ospitato un articolo giudicato da molti “allarmante”: intitolato «Crisi alimentare, l’America costretta al razionamento», il pezzo di Maurizio Molinari si apre descrivendo una situazione che a partire dal dopoguerra mai nessun europeo avrebbe potuto immaginare neanche nei suoi incubi più neri (o nei suoi sogni più rosei, dipende dai punti di vista) — gli Stati Uniti aka la prima potenza mondiale alle prese con la contrazione dell’offerta di generi di prima necessità e l’aumento vertiginoso dei prezzi al consumo. Ma proseguendo nella lettura ci si avvede che Molinari sposta l’attenzione su un fenomeno che sta rapidamente assumendo proporzioni planetarie: «l’impennata dei prezzi e la scarsità di cibo hanno causato rivolte armate ad Haiti, in Indonesia e in diversi paesi africani, mentre l’India ha bloccato le esportazioni di ogni qualità di riso, all’infuori delle più pregiate e apprezzate sui mercati esteri, e il Vietnam ha detto no alla firma di un nuovo contratto di vendita di riso proveniente dall’estero».

In realtà c’è poco da allarmarsi, perché l’articolo della Stampa si adegua all’orientamento internazionale: il britannico The Economist del 19 aprile dedica la copertina allo “tsunami silenzioso” — secondo la definizione di Josette Sheeran del World Food Programme, un’agenzia dell’Onu —, e riassume la situazione in poche parole inequivocabili: «I prezzi dei generi alimentari stanno causando miseria e conflitti dovunque nel mondo. S’impongono soluzioni radicali».

E lo statunitense Wall Street Journal del 21 aprile rincara la dose pubblicando un articolo di Brett Arends con un titolo poco incoraggiante («Riempite la dispensa») e un attacco a dir poco deprimente («Non voglio allarmare nessuno, ma forse è ora che gli Americani comincino a fare scorte di cibo») — inutile dire che negli States le allegre considerazioni di Arends sono state definite “totalmente irresponsabili”.

Eppure queste non sono trovate da giornalisti: sempre il 21 aprile, il Council of Foreign Relations pubblica un’analisi di Lee Hudson Teslik intitolata significativamente «I semi del disastro», che non contribuisce per nulla a gettare una schiarita sul panorama fosco delineato dall’Economist e dal Wall Street Journal. Al contrario, Teslik elenca le misure studiate dalla Banca Mondiale e dal Fondo Monetario Internazionale per far fronte alla crisi crescente e conclude: «Per i poveri del mondo, la maggior parte dei quali spende l’80% del suo reddito in generi alimentari, sta suonando l’ora».

Naturalmente, queste notizie non attaccano a circolare sui giornali di punto in bianco; e la crisi non è un fungo che spunta nottetempo e all’insaputa di tutti. Gli addetti ai lavori hanno ben chiari, e da tempo, i contorni che daranno forma al futuro prossimo del pianeta.

Un esempio eccellente è rappresentato da «The DCDC Global Strategic Trends Programme 2007-2036», uno studio indipendente realizzato dal Development, Concepts and Doctrine Centre (DCDC) nell’ambito del Ministero della Difesa inglese (Ministry of Defense – MOD). In estrema sintesi, lo studio si propone di fornire un esame dettagliato del futuro contesto strategico per i prossimi trent’anni, articolato come segue:

  • analisi storica e tematica del futuro contesto strategico;
  • analisi dei principali rischi e scontri, ivi compresa la valutazione della loro probabilità, frequenza e gravità;
  • identificazione delle implicazioni generali per la difesa e la sicurezza contenute in questo studio.


Non a caso, il primo tema-chiave dello studio riguarda proprio il rapporto tra “popolazione e risorse”: al primo posto delle possibili implicazioni di questo squilibrio figura l’intensificarsi della competizione per le risorse di ogni tipo (cibo, acqua, energia etc.), che a sua volta comporterà verosimilmente un accentuarsi del rischio di catastrofi umanitarie nelle regioni più vulnerabili, anche grazie alla concomitanza di fattori sfavorevoli come i cambiamenti climatici, la difficoltà di accesso alle risorse, l’ineguale distribuzione della ricchezza e il venir meno della stabilità istituzionale…

La lettura dell’intero testo, scaricabile liberamente, è istruttiva ma niente affatto rilassante. Se però qualcuno volesse farsi un’idea (approssimata per difetto) dei disastri prossimi venturi che investiranno il pianeta, una scorsa a queste pagine potrebbe rivelarsi utile — almeno per non farsi cogliere impreparati ovvero per non cascare dal pero scoprendo di aver prestato scarsa attenzione alle noiose questioni geopolitiche ed economiche. Non è tanto una faccenda di soddisfazione, evidentemente magrissima, quanto piuttosto di allenamento per incassare il colpo. Serve sempre.


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