Meditazione sull’acqua (IV)
By admin • Giu 16th, 2008 • Categoria: Articoli, Tradizionalmente Scrittidi Yggdrasill
Sul fiume
L’alchemica potenzialità solutrice insita nelle acque fluviali è magistralmente rappresentata dal racconto di Guy de Maupassant, Sul fiume, dove un vecchio canottiere «[…] sempre vicino all’acqua, sempre sull’acqua, sempre nell’acqua» narra di una particolare esperienza, una rêverie, intercorsagli diversi anni prima una notte sulla Senna. Un evento emblematico che, a causa dei fattori che lo strutturano, oserei qualificare come il mitologhema del fiume.
«[…] Voialtri abitanti delle strade non sapete cosa sia un fiume. Ma ascoltate un pescatore che pronunci questo nome: per lui è la cosa misteriosa, profonda, sconosciuta, il paese dei miraggi e delle fantasmagorie, dove nottetempo si vedono cose che non sono, dove si odono rumori ignorati, dove si trema senza sapere perché, come traversando un cimitero; ed è infatti il più sinistro dei cimiteri: quello dove non si ha tomba».
Il fiume rappresenta qui un universo a parte, un sistema chiuso dove la visuale s’inverte ed il mondo reale si fonde con quello delle ombre traslandosi in via liquida, mobile, che trascina e mena con sé. Oscuro ed incomprensibile percorso per chi è uso alla terraferma, coinvolge i suoi frequentatori in un moto estraniante talché chi scivola sulle sue acque scorre con esse e quasi vi si discioglie, perdendo contatto col mondo al di là delle sponde. Ed anche chi si oppone, combattendo la corrente, infine soggiace ad un sentimento di coincidenza, poiché dal fiume ciò che è oltre i suoi confini risulta sfuggente ed altero. Perciò non è peregrino affermare che per coloro che sussistono sul fiume è il mondo di fuori a scorrere, così come per chi permane a riva avviene l’esatto contrario.
Seguire la dinamica fluviale, dalla sponda così come dalla stessa superficie, meditare sulla lenta fluizione dell’elemento liquido, comporta l’abbandono ad un moto dissolutorio ove l’osservatore perde lentamente contatto con la propria individualità. Quindi, analogamente al fiume che si perde, si dissolve, nel mare, chi si affida alla reverie dell’acqua che scorre, ne assume in se medesima dinamica e destino e abbandonandosi ad una lenta soluzione ottiene accesso agli indefiniti marosi dell’inconscio collettivo.
«Pel pescatore la terra è limitata; il fiume invece, nell’ombra, quando non c’è la luna, è sconfinato. Il vasto mare è sovente duro e cattivo, è vero: ma grida, urla, è leale: mentre il fiume è silenzioso e perfido. Non brontola, fluisce sempre senza rumore, e questo moto eterno dell’acqua che scorre è per me più spaventoso dei cavalloni oceanici».
Su tali sommovimenti interni si innesta la vicenda del barcaiolo, il quale racconta di come una notte di ritorno in barca verso casa, preso dalla fascinazione dell’atmosfera del paesaggio e avendo gettato l’ancora per godersi il momento gustando la propria pipa, si era presto trovato coinvolto in una situazione spaventosa, intrisa di percezioni surreali, inquietanti, che gli avevano fatto temere per la propria incolumità. Gli pareva, infatti, che il fiume avesse repentinamente mutato il proprio placido aspetto per trasfigurarsi in un luogo misterioso pervaso da fantasmi e da un sottile senso di morte, e che questo impalpabile terrore avesse in qualche modo tentato di accedere a lui ed alla sua imbarcazione impossibilitata alla fuga per via dell’ancora, trattenuta da qualcosa sul fondo.
«Frattanto il fiume s’era coperto a poco a poco d’una nebbia bianca assai fitta che strisciava bassissima sull’acqua, così che alzandomi in piedi non vedevo più il fiume, più i piedi, né la barca […] Mi figuravo che si tentasse di montare nella barca ch’io non potevo più distinguere, e che il fiume, nascosto da quella nebbia opaca, fosse pieno di esseri strani nuotanti attorno a me».
Ma dopo la serie iniziale di accadimenti inquietanti, il paesaggio aveva subito ancora una mutazione imprevedibile ad opera di uno degli aspetti più fascinosi che l’acqua può assumere, la nebbia, l’impalpabile portale alle dimensioni dell’altrove. Ed in quell’ovattato luogo di sogno un uomo ormai in preda al terrore aveva avuto il privilegio di “vedere” il misterioso contenuto del fiume, di assistere alla sua reale natura. Ma quando ormai l’orrore è all’apice e la nebbia sembra aver avuto il sopravvento su tutto occultandone i contorni e le identità il paesaggio cambia ancora una volta e si mostra, inaspettatamente, pregno di vita:
«[…] Finalmente mi sollevai, con precauzioni infinite[…] Fui abbagliato dal più meraviglioso, dal più stupefacente spettacolo che sia dato vedere. Era una fantasmagoria da paese delle fate, una di quelle visioni descritte dai viaggiatori che tornano di assai lontano e che ascoltiamo senza prestarvi fede. La nebbia […], a poco a poco s’era ritirata e raccolta sulle rive. Lasciando assolutamente libero il fiume, aveva formato su ciascuna sponda una collina alta sei o sette metri, che brillava sotto la luna con lo splendore superbo delle nevi. […]».
Questo ennesimo mutamento trasla il pescatore in uno spazio onirico che lo sprofonda in un mondo acquatico. Egli non è più sul fiume, bensì dentro al fiume. Laggiù avviene l’inversione percettiva di un uomo comune, un uomo dei nostri tempi, che scopre la valenza prettamente vitalistica di una natura che, sino ad allora, gli era apparsa quale esclusivamente oscura ed ostile.
«Tutte le bestie acquatiche (prima silenti n.d.r.) s’erano destate […]. Cosa strana non avevo più paura; ero in mezzo ad un paesaggio così straordinario che le più forti singolarità non avrebbero potuto stupirmi».
Ora, finalmente, la riconciliazione diviene possibile e la rivelazione acquatica può produrre il proprio frutto: ciò che ancorava, imprigionava, sul (intimo) fondale è abilitato ad essere issato in superficie, svelato. Avviene perciò un altro cambio coscienziale e torna l’antica prospettiva:
«Quanto tempo tutto questo durasse, non so, poiché avevo finito con l’assopirmi. Quando riapersi gli occhi la luna era tramontata, il cielo pieno di nubi. L’acqua frusciava lugubremente, soffiava il vento, faceva freddo, l’oscurità era profonda».
Il mondo ricompare nelle sue usuali vesti ed il ritorno nel consorzio umano può avvenire. Altri barcaioli accorrono ad una richiesta d’aiuto che non resta più inascoltata, assorbita dall’universo selvaggio del fiume.
L’ancora può essere estratta:
«[…] a poco a poco l’ancora cedette. Si alzava, ma adagio adagio, gravata d’un peso considerevole. Finalmente scorgemmo una massa nera e la traemmo a bordo.
«Era il cadavere d’una vecchia».
La dicotomia si risolve. L’ambivalenza è stata denotata. Il Mistero si concede allo sguardo e l’apparente triste epilogo si rivela, al contrario, quale la luminosa vittoria di chi ha conquistato la capacità di vedere.
(4. – continua)


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