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Meditazione sull’acqua (V)

By admin • Lug 1st, 2008 • Categoria: Articoli, Tradizionalmente Scritti

di Yggdrasill

Veleno

Dolce come il veleno di Fiodor Sologub è un mirabile gioco letterario incentrato sulla tematica del doppio, ma è anche una narrazione profondamente pregna dell’elemento acquatico che, ancora una volta, si presenta nella duplice valenza vitalistica e mortifera — per quanto in questo caso sia innegabile la preponderanza della seconda sulla prima. Tant’è che ciò risulta ben evidente sin dal titolo ove compare una sostanza, il veleno, sicuro richiamo ad un’idea di liquidità letale. Impossibile inoltre, non rimarcare l’evidente contrapposizione tra quel dolce aggettivo posto in subitaneo conflitto con l’amarezza propria del sostantivo che lo segue suggerendo, con sottile maestria, le terribili potenzialità delle acque, dolci per l’appunto, che caratterizzeranno l’intera vicenda.

Il palcoscenico narrativo si apre presentandoci subito i due protagonisti e tratteggiandone una somatica, quasi ingenua e caricaturale, che immediatamente ne qualifica l’attitudine caratteriale e morale. Uno, Vania, «Cattivo e perverso […] suggeriva al primo sguardo l’impressione di un degenerato […]», sin dalle prime righe risalta per la particolare nolontà di inserirsi armoniosamente nel paesaggio bucolico che fa da sfondo alla vicenda. L’altro, Còlia, al contrario ne gode, apprezzandone la bellezza, essendo per inclinazione dolce e garbato esattamente come le chiare acque correnti che rallegrano la scena, e che esprimono le valorialità proprie di una Natura in boccio. Entrambi, insomma, mostrano immediatamente due temperamenti antitetici che paiono uniti tra loro da un unico elemento, che è poi quello che ci interessa e che domina a suo modo l’intera vicenda.

«Due ragazzi che villeggiavano in campagna stavano pescando con la lenza sulla riva di un fiumicello che scorreva limpido e allegro dove il bosco era più remoto. Il fiumicello non era profondo e aveva un letto di sabbia chiara.»

Nelle acque chiare, correnti e poco profonde, si riflettono i bagliori rassicuranti della prima infanzia, della primavera umana. Esse esprimono una freschezza gioiosa ove, per dirla con Bachelard, parla la Natura bambina, innalzando col loro allegro gorgoglio un inno alla vita pregno di leggerezza e intriso di sogno. Però anche in tale levità è contenuta in potenza la qualità erosiva delle grandi masse acquatiche, quelle la cui forza è direttamente proporzionale ad un’intrinseca pesantezza, che è mancanza di trasparenza e misteriosa profondità. E proprio questo aspetto maturo, indice di un candore ormai perduto, viene insinuato con astuzia dal disincantato Vania:

«Che bel posto, - disse Còlia […] - La riva di fronte tagliata a picco, non è bella forse?[…]”

« Non capisco cosa ci trovi di bello qui - ribatté Vania […] - Col tempo l’acqua minerà la terra e tutto andrà a finire nel fiume .[…] L’acqua è astuta, scava il suolo poco a poco. Pensare che tutto questo muro con le sue allegre betulle sprofonderà nel fiume!»

Questa acuta osservazione muove dalla precognizione di un destino di disfacimento ormai segnato che vedrà i due personaggi cadere vittima di un moto erosivo che ne scaverà l’animo.

Le acque correnti, è bene rammentarlo, sono innanzitutto le acque del divenire. Fluiscono all’infinito esercitando senza sosta la propria opera disgregante. Scorrono in perpetuo rimescolandosi e trasformandosi; tant’é che, in virtù di una nota osservazione eraclitea, si può ben affermare non siano mai uguali a sé stesse, neppure là dove all’osservatore distratto sembri una certa determinazione di confini, di argini, sia possibilitata a donare precisa identità.

Vania, osservando il paesaggio vi legge la proiezione simbolica dei propri moti interiori, diventando proprio malgrado testimone dell’incontrovertibile processo di trasformazione che lui, così come il suo alter ego, Còlia, dovranno presto affrontare lungo l’arduo percorso di crescita che li attende. I due ragazzi intessono così un intricato intreccio dialettico ove ognuno propone la propria parziale visione del mondo. Còlia, pago della sua condizione di fanciullezza, gode della propria freschezza giovanile ritrovandola in ogni aspetto del paesaggio. Il mondo è per lui un inno alla vita, il dolce canto di un ruscello riscaldato dai raggi del sole e protetto dalle amorevoli sponde di una Madre benigna. Perciò gli appare inconcepibile qualsiasi atto di ribellione, di emancipazione, poiché: «La mamma si arrabbierebbe». E subito, infatti, all’invito di contravvenire alle regole che l’altro, in spregio all’ inconsistenza e falsità caratterizzanti questo mondo vorrebbe spezzare, contrappone la figura materna cui non osa e desidera opporsi. È il puer eternus quello che si agita nelle ridanciane acque di Còlia su cui però si allunga minacciosa l’ombra del prometeico Vania:

«Ammettiamo pure che tua madre ti voglia bene — riprese Vania insinuante — ebbene, credi di rimanere per l’eternità il suo trastullo? Io adoro l’indipendenza e la libertà.»

Inizia così un lungo processo di fascinazione che vedrà lentamente prevalere la visione di Vania a discapito dell’infantile dimensione di Còlia, che si concretizzerà in un universo estraneo dal quale rifuggire e che si svolgerà per intero lungo le rive di un altro ruscello, il quale, a differenza del primo, presenterà una colorazione decisamente più cupa e meno vitalistica.

«S’inoltrarono nel folto del bosco oscuro e selvaggio. Tutt’intorno regnava una calma che intimoriva. Raggiunsero l’orlo di un burrone largo e profondo. Nel fondo si udiva gorgogliare un ruscello che però dall’alto non si discerneva a causa della folta vegetazione da cui era celato gelosamente.[…] Finalmente i due amici arrivarono nel fondo scuro e stretto del burrone. Un ruscello scorreva limpido, gorgogliando il suo suono placido e allegro. Faceva umido ma era piacevole. Sembrava che gli uomini ed il firmamento stessero molto in alto e che nessuno dovesse scendere mai in quelle tenebre misteriose.»

La discesa in inferi viene così intrapresa e l’elemento liquido dalle primitive tinte infantili assume profondità e mistero, precipitando nelle dimensionalità dell’inconscio.

Come già rimarcato, avvicinarsi alle acque fluenti, bagnarsi e perdersi in esse con lo sguardo, implica un terribile rischio di perdita. Da tale situazione apparentemente senza via di scampo, unico viatico d’affranco potrebbe quindi rivelarsi, dal punto di vista psicologico, il poter realizzare con successo il principio di individuazione; ovvero l’ottenimento della maturità psichica mediante l’abbandono e superamento della vecchia personalità, imprescindibile canale d’accesso alla dimensione adulta. Una sorta di piccola morte che entrambi i ragazzi, ognuno a suo modo, tentano d’eludere e che li congela in una condizione dalla quale tenteranno di fuggire autodistruggendosi. Per tale ragione, l’iniziale tentativo di conciliazione dato dall’amicizia instaurata tra due protagonisti/antagonisti, darà origine prima ad una volontà di uccidere l’inarrivabile: ciò che non si può integrare: «“Lo annegherò” Vania (si) disse» —, ma poi, all’evidenza che neppure questo sarà sufficiente per la soluzione di un compito, quello di crescita, per tutti imprescindibile, menerà alla risoluzione di un suicidio comune:

«Egli bramava la morte di Còlia e anche la propria […].

«Seducendo l’altro aveva sedotto se stesso; suo malgrado, la seduzione si rivelava mortale per lui, come se ad un avvelenatore succedesse di intossicarsi a propria insaputa mediante il proprio stesso veleno.»

Questo processo di “fuga”, purtroppo caratteristica preminente dell’uomo moderno, costituisce a mio parere perno centrale del racconto, ove Sologub riesce a tratteggiare in poche pagine e con sorprendente arguzia le dinamiche del crescente, comune e drammatico, tentativo che, oggi più che mai, caratterizza una postura diffusa. Molti sono infatti coloro che, asserragliandosi tenacemente in una fittizia roccaforte adolescenziale, considerata quale unica possibilità di difesa e sussistenza in un mondo incomprensibile ed estraniante, cercano disperatamente di rimandare la salutare crisi della crescita. Del resto la realtà odierna appare sempre più come una dimensionalità oscura, priva delle suggestioni principiali e vorticosamente lanciata nella densa voragine di un cieco materialismo dove ogni rêverie smarrisce diritto d’asilo:

«[…] ti pareva che esistesse e invece non esiste nulla; tutto il mondo non è che uno sfacciato inganno.

«Sulla terra non esiste nulla di vero, soltanto ombre momentanee popolano questo mondo instabile che si dissolve nell’oblio infinito.

«Al mondo niente deve fare paura. Un tempo si credeva all’esistenza dei diavoli, degli stregoni, delle streghe. Ora, non si crede più a nulla. Non esiste nulla che possa fare spavento ad eccezione dell’uomo. Gli uomini sono come lupi tra loro.»

Ma la situazione deve essere risolta, non elusa, pena una sconfitta senza appello. Nessuna resistenza è concessa, ma Vania, seppur consapevole della necessità di mutamento, si presenta ostile allo stato infantile quanto a quello adulto, poiché in egual misura sottoposti entrambi alle leggi del divenire. Due universi estranei parimenti privi di quella libertà necessaria alla piena espressione del proprio essere. Poiché egli vuole “essere” senza cambiare, desiderando una stabilità che per natura non gli appartiene. Da lì l’origine profonda della lunga serie di espedienti, espressione tipica di un certo ribellismo giovanile, che lo renderanno vittima della medesima fascinazione inscenata, agli esordi, ad esclusivo danno del proprio alter ego, il buon Còlia.

Questa situazione senza sbocco, non potendo mantenere una posizione di stallo, dovrà giocoforza evolvere, o meglio smuovere i fondali - quasi in onore alle dinamiche stesse delle acque fluenti.

Le frequentazioni acquatiche dei due personaggi sortiranno un duplice, inaspettato effetto e se da un lato ne cementeranno il rapporto, quasi che dalla liquefazione psichica delle due identità ne sia sorta per magia una sola — fenomenologia del doppio —, dall’altro ne accelereranno l’estraniamento, decretando di fatto il triste epilogo. Così il primitivo proposito di affogare Còlia, quale subdolo atto di vendetta nei confronti del mondo degli adulti, diverrà gradatamente un semplice desiderio di morte, la propria. Una morte particolare però, colorata da un profondo anelito di vita:

«La morte libera e le sue premesse sono eternamente immutabili. Non esiste sulla terra un’amica più fedele e premurosa della morte; se gli uomini ne hanno paura non sanno ch’essa è la vera, l’eterna e per sempre immutabile vita.»

Ecco un’altra contrapposizione interessante che spicca in un racconto che proprio su questa basa tutto il proprio ordito. La morte si trasla nel proprio opposto per raggiungere il quale è necessario compenetrare ciò che del divenire e della temporalità è emblema: l’acqua. Il fiume diviene così custode del tempo, e, parallelamente, imprescindibile accesso alla sua negazione. In questa affermazione Vania rivela ataviche suggestioni che, sin dall’antichità, pretendono le vie d’acqua quale accesso privilegiato al sempiterno regno dell’altro mondo. Ed è mediante questa rivelazione terminale che la fascinazione liquida raggiunge il culmine della propria potenza, inducendo quindi Vania ad affermare:

«Conosco un posto dove il fiume è molto profondo; se ci si cade dentro, si è sicuri d’annegare.»

Ormai tutto è deciso, il paesaggio subisce l’ultima trasmutazione e diviene lunare; il dramma si compie ed il sipario si chiude:

«la luna luminosa e fredda pendeva in alto e sembrava che fissasse intensamente il suolo in attesa di un evento. L’acqua appariva immobile e scura […]

«Còlia alzò gli occhi verso il firmamento. La luna smorta lo guardava impassibile. […] Ma era tardi, il suo corpo scivolava e in un attimo scompariva con un tonfo pesante e cupo nell’acqua. […] Còlia colò subito a fondo. […] Una glaciale ansietà pervase Vania. […] Poi protese le braccia, emise un urlo lamentoso e straziante e cadde nel fiume che si aprì minaccioso e inghiottì la sua preda, lasciando in superficie cerchi oscuri che presto si dissolsero.»

(5. - continua)


1 Commento »

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