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Meditazione sull’acqua (VI)

By admin • Set 5th, 2008 • Categoria: Articoli, Tradizionalmente Scritti

di Yggdrasill

 


Pioggia eterna

 

 

“Era una pioggia a dirotto, incessante, una pioggia fumante e trasudante; era un acquazzone, una cascata, un diluvio, una scudisciata negli occhi, una risacca alle caviglie; una tale pioggia da sommergere tutte le piogge e il ricordo stesso della pioggia. Veniva giù a scrosci, tonnellate d’acqua, mutilava la giungla, falciava alberi come cesoie e radeva a zero l’erba, spogliava i cespugli e scavava gallerie nella terra. Raggrinziva le mani, fino a farle sembrare mani di scimmia. Cadeva una solida pioggia vetrosa e non cessava mai.”

 

 

 Ray Bradbury nel suo La lunga pioggia tratta di un manipolo di uomini che, precipitati su Venere in un lontano futuro, lottano per raggiungere una stazione di soccorso. Impresa che si mostra subito disperata a causa delle impervie condizioni climatiche. Infatti, il pianeta per nulla ospitale è perennemente spazzato da una pioggia scrosciante,  inarrestabile, eterna, che mena con sé peculiarità sottili squisitamente moderne dove l’antica valorialità vitalistica di celeste seme fecondante lascia il posto ad un liquido nemico, quasi corrosivo al pari delle odierne precipitazioni acide, tanto dall’indurre ripetutamente il lettore a sospettare nell’Autore una sorta di capacità precognitiva — lo scritto risale al 1951.

Anche in questo caso, perciò, l’acqua costituisce l’elemento principe della narrazione; pervade ogni cosa, si infiltra nelle tute dei malcapitati “terrestri”, martella incessante le loro teste e ne tormenta il corpo la cui epidermide, ormai macera, perde lentamente la capacità del tatto divenendo insensibile al mondo.

 Obiettivo, ed unica salvezza in tale inferno liquido, diviene così il ritrovamento di una delle molteplici “cupole del Sole” disseminate in superficie: piccoli edifici contenenti, sospeso al loro interno, un rassicurante sole in miniatura. Ma la ricerca si rivelerà mortale quasi per tutti i naufraghi, incapaci di resistere alle acque.

Bradbury costruisce magistralmente uno scenario informe, oscuro, liquido che letteralmente cola nell’animo stesso dei personaggi, si infiltra negli occhi, oscura la vista, obnubila le menti, erode l’intima identità. Un mondo di fango incessantemente graffiato da mille rivoli, colonizzato da una vegetazione bianchiccia, informe e disgustosamente incline alla putredine.

L’acqua scorre, tamburella, mulina, scroscia e mena alla follia. Chi muore è presto perduto, inghiottito dal paesaggio che rapido sommerge i resti suggendone le carni tramite la vegetazione.

 

Sin troppo evidente si fa qui la metafora sulla necessità per l’uomo, al fine di realizzare un’autentica sussistenza, di ritrovare il proprio Sole interiore, pena il discioglimento in seno all’indifferenziato marasma delle primordiali pulsionalità. Non voglio quindi indugiare troppo su una superflua analisi simbolica tentando di percorrere medesimo cammino proponendo una piccola considerazione sorta in parallelo alla lettura del brano in questione. Riflettevo, infatti,  su quante volte mi sia accaduto in passato d’accorgermi che un concetto, un ammaestramento che mi pareva chiaro, sia ad un tratto scomparso, come inghiottito, lasciandomi con l’amarezza d’aver perduto qualcosa che credevo ormai mio, perché ottenuto tramite un vissuto che è anche conoscenza empirica e che, in quanto tale, mi illudevo garante di un possesso stabile e duraturo. Eppure non è stato, e non è, così. Allora il pensiero è corso alle raccomandazioni reiterate dai maestri, in seno alle differenti tradizioni, sulla necessità dello studio, della meditazione, della ripetizione dei precetti, nella ferrea volontà di fissare ciò che si è com-preso per non lasciarlo evaporare. Ed ho capito che la battaglia perpetua, quella che ci impegna ogni attimo, sussiste proprio nell’impedire che quel poco di vero che si è scoperto, quel frammento di noi stessi che si è portato alla luce e che ci rassicura l’animo col tepore dei caldi raggi del Sole, non scompaia di nuovo sotto la coltre delle nostre pulsioni più basse, dei nostri psichismi, tra le nebbie che ottundono la vista della nostra coscienza. Il velo di Maya.

La Maya, per gli indù, è detta anche Prakriti, ella è la sostanza stessa che compone l’universo, le acque primordiali,  la Natura. È la vegetazione che subito pervade il corpo, corrompendolo, di chi muore sulla superficie di Venere nel racconto di Bradbury. È il ricadere perenne nei nostri vecchi vizi mentali durante la vita di ogni giorno, perdendo il contatto con ciò che si credeva conquistato, ca(r)pito e che, invece, sempre rischia di venir perduto. La guerra senza tregua per la conquista di una piccola stella, stabile e luminosa.

 

(6. - continua)

 


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