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Olocausti e pretesti

By admin • Mag 26th, 2008 • Categoria: Editoriale

di Alessandra Colla

 

È di ieri la notizia dell’arresto di Norman Finkelstein all’aeroporto di Tel Aviv. Veramente la notiziola è stata data in sordina e con toni sfumati, anzi persino un po’ imbarazzati, roba da interni vittoriani, insomma, con sguardi bassi e rossori soffusi su guance virginee di giovinette dabbene — di certe cose non si parla nei salotti, vivaddio! E quel Finkelstein, poi, che lestofante… Norman Finkelstein, dico: il docente universitario che per aver denunciato a chiare lettere il business sotteso all’Olocausto ne ha passate parecchie, e non belle. Con tutto che Finkelstein è americano ed ebreo; e con tutto che sua madre c’è stata, nei campi di concentramento. Tant’è. La notizia, dicevamo, è stata ripresa da ben pochi organi di stampa con la ritrosia pudibonda di cui sopra, ovvero come segue:

Israele: no ingresso a Finkelstein

Ha criticato la politica di Israele verso i palestinesi

(ANSA) - TEL AVIV, 24 MAG - Le autorita’ israeliane hanno impedito ieri l’ingresso nello stato ebraico del controverso professore Usa Norman G. Finkelstein. Lo studioso del conflitto medio-orientale in passato ha criticato la politica di Israele verso i palestinesi; avrebbe dovuto incontrare l’organizzazione ebraica Betzelem. Lo studioso all’aeroporto sarebbe stato informato del divieto per i prossimi 10 anni a entrare in Israele. Finkelstein e’ figlio di una ebrea polacca sopravvissuta ai campi di sterminio.

24 Mag 19:47

Quella che avete letto è la notizia in neolingua: tradotta in italiano suonerebbe più o meno così: «Norman Finkelstein, il controverso docente ebreo americano noto per le sue posizioni estremamente critiche nei confronti di Israele e della sua politica, è stato arrestato al suo arrivo all’aeroporto di Tel Aviv dallo Shin Beth (i servizi di sicurezza israeliani), trattenuto per 24 ore nel corso delle quali è stato sottoposto a stringenti interrogatori in merito a sue supposte relazioni con Hezbollah e Al-Qaeda, espulso dal paese e bandito dallo stesso per dieci anni. L’Associazione per i diritti civili in Israele ha stigmatizzato l’accaduto come “un attacco alla libertà di parola”». Se non ci credete andate a leggervi la corrispondenza del Guardian alla quale ho attinto — ah, e non perdete tempo a cercar troppo in giro, perché pare proprio che anche all’estero i casi di Finkelstein non interessino a nessuno.

Non che la cosa mi meravigli: è da gran tempo che sappiamo tutti benissimo come occuparsi di certi argomenti sia non soltanto politicamente scorretto, bensì anche disdicevole, scomodo e per dirla tutta fastidioso — figuratevi che non se ne occupano più nemmeno le sinistre (ma sì, le sinistre… dài, quelle che c’erano ancora alle ultime elezioni… possibile che non ve le ricordiate più?!?). Chiaro che ne è passata di acqua sotto i ponti: 48 anni fa era su un giornale di sinistra “senza se e senza ma” che si potevano leggere frasi come «La stampa di sinistra ci mostra nuovamente che il razzismo, ed essenzialmente l’antisemitismo, costituisce in un certo senso il Grande Alibi dell’antifascismo: è la sua bandiera favorita e al tempo stesso il suo ultimo rifugio nella discussione. Chi resiste all’evocazione dei campi di sterminio e dei forni crematori? Chi non si inchina davanti ai sei milioni di ebrei assassinati? Chi non freme davanti al sadismo dei nazisti? Tuttavia siamo di fronte a una delle più scandalose mistificazioni dell’antifascismo, e per questo dobbiamo smontarla».

Non è passato neanche mezzo secolo, e cose così non si possono più dire né a “sinistra” né tantomeno “a destra”: chi ci prova lo fa a suo rischio e pericolo, come si leggeva sui cartelli che indicavano l’inizio di certe desolate terre di nessuno. Ma non sta solo qui il platonico bel rischio da assumersi — Finkelstein, che lo comprende bene, cita a ragione il John Stuart Mill del Saggio sulla libertà: «Non giova alla verità il tentativo di occultare il fatto […] Il male più temibile non è il violento conflitto tra parti diverse della verità, ma la silenziosa soppressione di una sua metà; finché la gente è costretta ad ascoltare le due opinioni opposte c’è sempre speranza; è quando ne ascolta una sola che gli errori si cristallizzano in pregiudizi, e la verità stessa cessa di avere effetto perché l’esagerazione la rende falsa».

Ma a rileggere per benino questa frase, e a ragionare un po’ sulla storia spicciola degli ultimi pochi anni, si capisce alla svelta che in fondo l’Olocausto è soltanto un pretesto, non è vero?


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