Omayya Joha: disegni come pietre
By admin • Giu 24th, 2008 • Categoria: Articoli, Nero su Biancodi Fabrizio Maullu
Il dramma palestinese nei disegni della vignettista di Gaza
Il 28 Settembre del 2000 l’allora premier israeliano Ariel Sharon con la sua celebre passeggiata sull’ Haran al-Sharif - la spianata delle moschee, il luogo più sacro per i musulmani palestinesi - dava l’avvio ad una feroce protesta da parte della popolazione palestinese, che in quel gesto vedeva una vera e propria provocazione: da un punto di vista legale, infatti, la spianata appartiene agli arabi, mentre il sottosuolo appartiene agli israeliani, che molto spesso minacciano di chiudere l’accesso alla zona a causa di non meglio identificate operazioni di messa in sicurezza delle fondamenta. La rabbia palestinese per la provocazione di Sharon dava inizio a quella che sarebbe stata conosciuta come ”seconda intifada.”
Da allora, e sino al 30 Giugno 2007 l’esercito israeliano (con la complicità e la collaborazione dei coloni) ha ucciso 882 bambini palestinesi, ha costretto 68 donne a partorire ai check point trattenendole senza alcuna motivazione plausibile, provocando in questo modo il decesso di 34 neonati e di 4 donne.
Nella sola Gaza sono state distrutte 7287 abitazioni, il che significa che su 68.692 bambini residenti 34.902 (oltre il 50%) non hanno un tetto sotto il quale ripararsi; fra tutti costoro circa 50.000 non ricevono cibo a sufficienza, e 10.000 ogni anno muoiono a causa di malattie assolutamente non letali.
Uno studio del
Questi dati, forniti da “Save the children” (organizzazione internazionale indipendente per la tutela e la promozione dei diritti dei bambini nel mondo), nella loro spaventosa chiarezza non dovrebbero lasciare spazio a dubbi o a distinguo di alcun genere: ci troviamo di fronte a quella che le anime pie della beneficenza internazionale a sfondo etnico definirebbero una “catastrofe umanitaria”.
Ma nessuna rockstar dalle vendite in picchiata si affanna a organizzare qualche concerto, da cui magari ricavare un bel cd e (perché no?) un doppio dvd da commercializzare appena sotto Natale.
Ci troviamo quindi di fronte ad una catastrofe umanitaria “di serie B”? Magari! Verrebbe da rispondere, perché in realtà abbiamo a che fare con una “catastrofe negata”, i cui protagonisti vengono citati in occidente solamente quando si tratta di tirare in ballo un fantomatico “scontro di civiltà”. Ma se è corretto parlare di scontro, sicuramente non è altrettanto corretto parlare di civiltà: un esercito che uccide un bambino ogni 50 ore può essere definito in tanti modi, ma sicuramente non civile (quantomeno non nell’accezione che siamo soliti dare a questo termine, divenuto ormai sinonimo di “giusto” – contrapposto pertanto a tutto ciò che invece è “incivile”).
Di fronte a tutto questo si staglia ingombrante, e fortunatamente fastidiosa, la figura di Omayya Joha: donna, palestinese, vedova di un combattente di Hamas (il marito venne ucciso nel 2003 dall’esercito israeliano in una delle sue celebri “azioni mirate” in quanto esponente delle “Brigate Ezzedin Al Qassam, braccio armato di Hamas), e sicuramente la più famosa vignettista del mondo arabo. Rimasta sola a 31 anni con una figlia molto piccola decide di continuare il suo lavoro da Gaza dove ancora risiede, vignettista donna in un mondo decisamente maschile, peraltro senza dissimulare il suo retroterra culturale islamico.
Dal suo sito (www.omayya.com) ricaviamo delle scarne note biografiche: scopriamo così che è nata il 2 Febbraio del 1972 e che si è laureata in matematica, materia che ha insegnato per tre anni.
Altre notizie frammentarie si riesce a estrapolarle da qualche altro sito internet, ma per capire chi Omayya sia realmente esiste una sola via: visitare il suo spazio web e farsi trascinare dalle immagini.
Entrare nel sito di Omayya, pur con tutte le difficoltà dovute al fatto che le didascalie delle vignette sono scritte in arabo, significa scoprire un mondo sconosciuto, in cui tratti delicati e colori tenui si uniscono per dare vita a immagini molto forti.
Il sito è strutturato in diverse aree tematiche denominate “Refugees”, “Arabic”, “International”, “Intefada” “Palestine” e “Prisoners”.
Simbolo della prima è un vecchio, quasi sempre rappresentato con una chiave in mano: il vecchio è Abu A’Id (letteralmente “padre del ritorno”), e la chiave, presente nella quasi totalità delle vignette, spesso come firma, rappresenta la speranza del ritorno alle proprie case per i rifugiati.
La sezione internazionale è improntata ad una critica feroce nei confronti del clamoroso silenzio che i mezzi di informazione occidentali dedicano al dramma palestinese, silenzio che troppo spesso sfocia in un palese rovesciamento della realtà, dove i carnefici amano travestirsi da vittime per perseguire in tutta tranquillità i propri discutibili obiettivi.
La parte dedicata alla Palestina è probabilmente quella di impatto più forte: Omayya trasforma in disegno il genocidio silenzioso del suo popolo, senza nascondere niente, neanche gli aspetti più duri, e allo stesso tempo senza farsi trascinare dallo sconforto. Si leggono molti stati d’animo nei visi dei suoi personaggi: rabbia, dolore, orgoglio, coraggio, ma mai la sconfitta, perché non ci si può arrendere di fronte ad un nemico così crudele. La lotta non è assolutamente equilibrata: pietre contro cannoni, disperazione contro dollari, onore contro inganno, ma è una lotta che comunque non si ferma, che va avanti giorno dopo giorno anche se l’esito della battaglia è sempre pericolosamente inclinato verso la sconfitta.
Si potrebbe ravvisare nell’interesse verso questo argomento una infatuazione intellettualoide nei confronti di una causa romantica ed esotica, e allo stesso tempo sufficientemente lontana dal nostro cortile, ma sarebbe un clamoroso errore, frutto di scarsa riflessione nel migliore dei casi, di malafede nel peggiore: difendere la causa palestinese significa difendere la propria libertà, qui e ora. Significa non accontentarsi delle verità preconfezionate, e andare a guardare cosa c’è dietro alle notizie che quotidianamente si rincorrono sui mezzi d’informazione: significa, in questo caso specifico, cercare di capire chi sia realmente Omayya Joha.
Omayya è un personaggio scomodo, perché spazza via tutti assieme diversi punti fondamentali su cui poggia le sue basi il fragile castello ideologico degli sponsor dello “scontro di civiltà” in primo luogo la leggenda che vuole che per i musulmani sia assolutamente vietata la rappresentazione della figura umana: in realtà è considerato blasfemo rappresentare Maometto, così come gli altri profeti. Anche una delle più frequenti giustificazioni alle esportazioni di democrazia statunitense in punta di missile, e cioè che le donne islamiche abbiano bisogno di essere liberate perché versano in condizioni di palese inferiorità socio culturale mostra la sua palese infondatezza: Omayya è stata insegnante per tre anni, e le sue vignette rappresentano probabilmente la più importante voce di dissenso fra i rifugiati palestinesi. Difficile immaginarla come vittima di un sistema rigidamente maschilista, date queste premesse. Infine (ma si potrebbero citare altri esempi ugualmente significativi) una considerazione particolare merita il concetto, espresso sino alla nausea dai maggiori “esperti” del settore, e cioè che gli estremisti islamici, e in particolar modo Hamas, siano in guerra contro l’Occidente: le vignette di Omayya non prendono assolutamente di mira l’Occidente inteso come un insieme di valori condivisi (sarebbe a questo proposito interessante a questo proposito sapere quali siano i valori del mondo occidentale, e soprattutto quanto siano condivisi) ma specifici aspetti di ben precisi paesi occidentali le cui responsabilità nei confronti delle condizioni drammatiche in cui versa il popolo palestinese difficilmente possono essere messe in dubbio.
Date queste premesse sarebbe lecito aspettarsi ricorrenti e aspre polemiche attorno a questa figura tanto particolare, ma per la stampa occidentale Omayya semplicemente non esiste: troppo complicato informarsi su cosa stia alle spalle e intorno ad Hamas, quando direttive ben precise ci dicono che si tratta semplicemente di un gruppo terroristico che ha come fine ultimo quello di annientare la democrazia liberale occidentale, e come obiettivo intermedio quello di far precipitare l’area del Vicino Oriente[1] in un’epoca buia in cui le donne devono stare chiuse in casa, ed è bandita ogni forma di libertà. Di lei si occupa invece il sito dell’intelligence israeliana, che la bolla senza alcun tentennamento come “antisemita”, affibbiandole pertanto il marchio d’infamia per eccellenza, di fronte al quale nessuna giustificazione può essere addotta.
Peccato che il concetto di antisemitismo sia tipicamente occidentale, e non trovi applicazione sistematica nel mondo arabo in generale e in quello palestinese in particolare: in quest’ultimo sono invece ben vivi (e leggendo le statistiche fornite da Save the children si capisce anche il perché) sentimenti antisionisti, che sono cosa decisamente diversa, anche se recentemente nel nostro Paese si è cercato di equiparare i due termini per decreto legge.
Omayya è l’ennesimo motivo, fondamentale ma non esclusivo, per cui parlare oggi di Palestina è un dovere per tutti coloro che abbiano a cuore la propria libertà: chiunque riesca a non indignarsi di fronte a ciò che accade a Gaza oggi resterà probabilmente indifferente anche a ciò che accada a casa sua domani. E se parlarne può sembrare un appoggio insignificante al popolo palestinese tacere è sicuramente un sostegno per i suoi nemici.
[1] Si è preferito usare in questa sede il termine “Vicino Oriente” e non quello più conosciuto di “Medio Oriente” seguendo quella che è un’abitudine consolidata degli orientalisti italiani che, in velata polemica con i colleghi di cultura anglosassone, atlante alla mano collocano il subcontinente indiano in quella convenzione geografica meglio nota come area mediorientale.


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