OrionOnline

Open Source, Copyleft e Spazio Virtuale

By admin • Apr 17th, 2008 • Categoria: Articoli, Nero su Bianco

di Daniele Pastori

Tutte le persone che hanno a che fare con internet avranno sentito parlare di software libero ed open source. In sostanza questi metodi mirano a creare programmi che siano modificabili, usufruibili e ridistribuibili liberamente (e gratuitamente nel caso dell’open source[1]). In questo modo ogni sviluppatore può migliorare il codice e rimettere in circolo il programma ottimizzato. Per poter agire garantendo la sicurezza del prodotto e assicurando la proprietà intellettuale (il frutto di attività intellettive e immateriali), è stato introdotta una nuova forma di licenza, chiamata GNU GPL (GNU sta per GNU’s Not Unix e GPL per General Public License) arrivata alla terza versione, basata sulla teoria di copyleft. Questo tipo di licenza ideata da Richard Stallman prevede che chiunque entri in possesso di una copia del programma goda delle stesse libertà dell’autore, cioè:

- la libertà di usare a propria discrezione e di studiare quanto ottenuto
- la libertà di copiare e condividere con altri
- la libertà di modificare
- la libertà di ridistribuire i cambiamenti e i lavori derivati.

Il copyleft permette ad ogni autore di software di fare in modo che la propria creazione non finisca per diventare monopolio di un’altra persona, ma possa essere fruita e potenziata da tutta la comunità. Si parla ovviamente di comunità in modo esteso e diverso dal solito, poiché comprende diversi tipi di persona, dallo sviluppatore al consumatore, ma è applicata su larga scala a tutti i frequentatori di internet.

La licenza copyleft permette inoltre il libero sviluppo del programma, anche in modi diversi, permettendo poi all’utente di scegliere il più adatto per sé. In questa maniera si può creare un’élite senza limiti di distanza in grado di lavorare ognuna secondo il proprio modo e le proprie abitudini. Un sistema innovativo, libero dalle logiche di mercato, che punta a fare il bene della comunità con uno sforzo collettivo e volontario in cui ognuno può fare ciò che meglio gli si addice e fruire gratuitamente dei prodotti degli altri. Tutto ciò in opposizione al modello che cerca di imporre la famiglia Microsoft, in cui ognuno deve usare un certo sistema operativo e programmi di una certa casa produttrice, installati quasi sempre in automatico su tutti i PC prima dell’acquisto per la gioia dell’uomo più ricco del mondo - secondo alcune stime (stiamo parlando di Bill Gates, padre della Microsoft[2]).

Nonostante a prima vista sembri un sistema anomalo, utopistico e basato troppo sulla fiducia, ad un’analisi più approfondita, l’idea di copyleft potrebbe essere realmente efficace, soprattutto se paragonato al tipo di licenza copyright (che tutela sì i diritti degli autori, ma sempre a vantaggio delle grandi case produttrici, rendendo difficile la vita a chi vuole emergere o proporre la propria creazione). È un sistema difficile da intendere, poiché si sbarazza letteralmente dell’idea di mercato: non si vende e non si compra nulla con il copyleft, semplicemente si opera per la comunità dove tutto è gratuito e libero. Con l’impegno di tutti la rete può svilupparsi, crescere e autoregolarsi dettandosi degli standard da seguire per non creare disguidi al proprio interno, restando autosufficiente e libera da problemi di denaro. Certo, c’è chi ne fruirebbe senza contribuire a nulla, ma questo non ha molta importanza. L’importante non è che tutti lavorino, ma che tutti possano usufruire di tutti i servizi. Se spinti dalla passione verso la creazione e dallo spirito comunitario pochi uomini potrebbero lavorare per molti e l’invidia sarebbe sepolta dalla gioia del loro impegno, mirando quindi non al profitto massimo, ma al benessere e allo sviluppo della totalità. Questo sistema fallirebbe miseramente se portato nel mondo reale (forse sarebbe realizzabile in una piccola comunità di fratelli, dove resiste l’onestà), spinto in basso dall’avidità di pochi, ma nella rete sta guadagnando un assenso dopo l’altro, soprattutto perché il copyright è difficile da tutelare con la moltitudine di programmi peer to peer che permettono lo scaricamento di materiale coperto da diritti.

Lo spazio virtuale non esiste allo stesso modo in cui esiste il mondo materiale. È certamente uno spazio, in quanto mappabile mediante un processo di spazializzazione, anche se in esso risulta necessario confrontarsi con diverse dimensioni[3].

William Gibson tentò di esprimere così il cyberspazio:

«Un’allucinazione consensuale sperimentata quotidianamente da milioni di operatori legittimi, in ogni nazione, da bambini ai quali sono stati insegnati concetti matematici… Una rappresentazione grafica di dati astratti da banche dati presenti in ogni computer del sistema umano. Complessità impensabile. Linee di luce ordinate nel nonspazio della mente, serie di ingranaggi e costellazioni di dati. Come luci della città che si allontanano…»[4].

Bruce Sterling lo racconta invece come «il “luogo” nel quale sembra accadere una conversazione telefonica. Non all’interno del vostro reale telefono, l’apparecchio in plastica o altro materiale che si trova nella vostra scrivania. Non all’interno del telefono dell’altra persona, che si trova in una qualche altra città. Lo spazio tra i telefoni. …negli ultimi venti anni trascorsi, questo “spazio” elettrico, che era un tempo sottile e scuro e uni-dimensionale – poco più di uno stretto tubo parlante, che si allungava con un filo da telefono a telefono, si è praticamente espanso, schizzando fuori come un gigantesco joker dentro la scatola, la luce lo ha inglobato, sotto forma di luce tremolante dello schermo di un computer. Questo mondo scuro e nascosto rappresentato dal piccolo ricevitore telefonico connesso tramite un filo alla rete si è trasformato in un vasto e fiorente paesaggio elettronico. Dagli anni sessanta, il mondo del telefono è divenuto ibrido con i computer e la televisione, e sebbene non vi sia ancora alcuna sostanza di cyberspazio, nulla che si possa maneggiare, esso ora ha uno strano tipo di fisicità. È buonsenso oggi parlare di cyberspazio come un luogo a sé stante»[5].

Come luogo a sé stante, lo spazio virtuale ha delle sue regole. Oltre a quelle determinate dal’esistenza dello stesso spazio, ci sono quelle create dall’uomo per regolare il movimento dei dati all’interno di esso. Essenzialmente sono tre gli organismi preposti al controllo dello spazio: il World Wide Web Consortium (W3c), L’Internet Engineering Task Force (Ietf) e l’Internet Corporation for Assigned Names and Numbers (Icann). I primi due risolvono problemi e creano gli standard riguardanti la definizione di protocolli di comunicazione, mentre l’Icann regola nomi e indirizzi dei siti Web. L’Itef funziona come una democrazia. L’iscrizione è gratuita e le decisioni vengono prese attraverso un voto esprimibile via e-mail. Nel W3c si pagano 50.000 dollari per iscrizione, cifra che permette solo alle grandi imprese di partecipare[6]. L’Icann fu creata nel 1998 (fino a prima c’era un monopolio nella vendita dei domini da parte della Virginia Network Solutions Inc) come associazione no-profit per la gestione dei DNS (prima se ne occupava la Iana, Internet Assigned Numbers Authority). Donazioni di pochissime grandi aziende in prevalenza americane (su tutte Verisign e Network Solutions) permettono il controllo dei domini da parte dei tecnocrati d’oltreoceano. Si può tranquillamente dire che l’Icann sia sotto il dominio americano, basti pensare che il dominio di primo livello .eu esiste solo dal 2006, dopo una protesta dell’unione europea.

Insieme, questi tre organismi dettano le regole per l’utilizzo dello spazio virtuale, che di per sé è fluttuante e sopranazionale, quindi difficilmente regolabile. In America è vietata l’esportazione di certi programmi (soprattutto di crittografia), mentre la Cina ha predisposto dei filtri nei fornitori di accesso a Internet per controllare e impedire la visualizzazione di certi siti. Le informazioni viaggiano su percorsi multipli, per cui è praticamente impossibile bloccarle, ma le sanzioni sono applicate a seconda del luogo di residenza del server, per cui non è possibile fermare la cultura libera della quale il web è portavoce, ma è possibile agire per vie legali a dispetto dei singoli. Leggi e accordi internazionali antipedofili, antixenofobi et simila sarebbero quindi facilmente espandibili, mal interpretabili e cadrebbero probabilmente nella solita retorica liberticida. Per questo è importante per la cybercomunità cercare di prendersi il legittimo posto nella propria regolamentazione e supportare ogni associazione che punta alla salvaguardia della libertà di navigare e di rendere accessibile a tutti ogni spazio virtuale.



 

[1] È in corso una specie di guerra tra Linus Torvards, creatore di Linux e sostenitore dell’open source e Richard Stallman, padre del progetto GNU e del concetto di software libero (anche se sembra che stiano arrivando ad un accordo). Basti sapere che il software libero pone più attenzione sulla questione morale e non è necessariamente copyleft, viceversa l’open source. Per comodità nel testo vengono usati entrambi i termini senza porre particolare attenzione alle differenze nominali e poco pratiche.

 

[2] È noto che il plurimiliardario Bill Gates, con la sua Bill & Melinda Gates Foundation aiuti molte vite inviando medicine nei paesi più disastrati (per un totale di 1,4 miliardi di dollari all’inizio del 2007). E’ meno noto che il patrimonio totale della fondazione sia di circa 66 miliardi (35 donati da Bill e 31 dal miliardario Warren Buffet). Ovviamente ciò che non viene donato finisce in investimenti a case farmaceutiche, impianti petroliferi e altre industrie decisamente inquinanti (per fare dei nomi: ConocoPhillips, Dow Chemical, Tyco International, ENI, Royal Dutch Shell, Exxon Mobil, Chevron e France Total). Secondo il Times la fondazione spende circa il 95% annuo in investimenti, risparmiando con le restanti donazioni circa 1,4 miliardi di tasse e arricchendo le case farmaceutiche che lo stesso Bill sostiene. C’è stato un caso ad Ebocha, in Nigeria, agli inizi del 2007, nel quale Gates regalò vaccini per 218 milioni di dollari, poiché la zona è particolarmente affetta da tosse, asma, bronchite e problemi alla vista. Gesto nobile, se non fosse che i problemi sono causati molto probabilmente da uno stabilimento ENI privo di sorveglianza ambientale, che guarda caso è finanziato dallo stesso “benefattore”. Lo stesso benefattore sponsorizza anche case farmaceutiche accusate di cartello sui prezzi dei medicinali che curano l’AIDS. La solita storia, dunque…

 

[3] Per maggiori informazioni, vedere:

Martin Dodge e Rob Kitchin, “Mapping Cyberspace”- Routledge - 2000 e

Martin Dodge e Rob Kitchin, “Atlas of Cyberspace” - Addison Wesley 2001

 

[4] William Gibson, “Neuromante” (Neuromancer - Ace Books 1984), p.69

 

[5] Bruce Sterling, introduzione a libro “Giro di vite contro gli hacker” (The Hacker Crackdown: Law and Disorder On the Electronic Frontier. Spectra Books - 1992)

 

[6] Per citarne qualcuna: Microsoft, Oracle, IBM, Sun Microsystems, Apple, Macromedia, Adobe, Google, Intel, Cisco Systems, Sony, Siemens


Lascia un commento