Perché il mondo ha dimenticato il genocidio degli indiani nordamericani
By admin • Giu 25th, 2008 • Categoria: [Ri]Letturedi Giovanna Marconi
Il termine genocidio fu coniato dall’avvocato Raphael Lemkin, ebreo polacco, che lo usò nel libro Axis Rule in Occupied Europe (1944). Le sue argomentanzioni furono il cardine attorno al quale fu concepita
Concepito negli anni in cui fu resa nota
Come ci ricorda David E. Stannard nel libro Olocausto americano (Bollati Boringhieri, Torino 2001), questo fu solo una parte dello spaventoso genocidio che colpì tutti i popoli autoctoni del continente americano, con la sola eccezione dei popoli artici, concentrati in terre isolate e inospitali. Non è difficile capire perché il mondo ha dimenticato il genocidio degli Indiani nordamericani. Del resto, il semplice fatto che alcune di queste tragedie epocali vengano riconosciute mentre altre vengono rimosse impone alcune considerazioni.
Il riconoscimento, a quanto pare, non avviene in modo diretto, considerando unicamente l’immane sofferenza delle vittime: se fosse così, basterebbe l’informazione perché qualunque genocidio venisse riconosciuto da tutti. Ma in realtà la piena coscienza di questi orrori viene acquisita soltanto quando è possibile accanirsi contro i responsabili. In altre parole, il riconoscimento di un genocidio non deriva da una sincera partecipazione al dolore delle vittime, ma come conseguenza dell’avversione per il regime che l’ha realizzato.
Quando finì
Il fitto intreccio di interessi politici, economici e militari fra l’Europa e gli Stati Uniti ha creato quella sudditanza psicologica che il regista Wim Wenders ha sintetizzato perfettamente in poche parole: «Gli americani ci hanno colonizzato il subconscio». Nel momento in cui l’Europa e gli Stati Uniti vengono percepiti come parti di un unico complesso politico-militare, l’Occidente, il riconoscimento del genocidio degli Indiani d’America viene rifiutato dagli stessi europei, che lo considerano più o meno inconsciamente un’espressione di masochismo politico. Nonostante i cambiamenti degli ultimi anni, quando il bellicismo sfrenato di George W. Bush ha fatto vacillare molte certezze, gli Stati Uniti conservano quasi intatta la fama di paese libero e paladino dei popoli oppressi. Il genocidio degli Indiani potrebbe essere riconosciuto soltanto dopo che questa immagine fosse caduta. Insieme a questa cadrebbe l’impalcatura centrale che regge la vita politica ed economica europea da oltre mezzo secolo. Questo spiega perché le trasmissioni come “Porta a porta” e “Otto e mezzo”, pur dedicando ampio spazio alle vicende americane, non parleranno mai degli Indiani.
In pratica accade qualcosa di simile a quello che succedeva negli anni Sessanta, quando cominciavano a circolare i libri dei dissidenti russi, romeni o ungheresi. Molti comunisti italiani ed europei chiusero gli occhi per non vedere una tragica realtà che avrebbe fatto crollare la convinzione seconda la quale il comunismo era una specie di paradiso terrestre. Oggi, nonostante la politica di Bush, gli Stati Uniti riescono ancora a proporsi al resto del mondo come paladini della libertà. L’unico parere che potrebbe circuitare questa idea è quello degli Indiani. Soltanto la loro opinione potrebbe tappare la bocca ai corifei di Washington, che a quel punto non potrebbero zittire le critiche “antiamericane” con le solite accuse di “comunismo” o di “fondamentalismo islamico”. Questo spiega perché è necessario che l’uomo della strada non senta la voce della minoranze amerindiane, che incrinerebbe le “certezze” diffuse dalla stampa, dal cinema, dalla televisione. Neanche un dramma epocale come quello dell’11 settembre
È impossibile negare che anche gli Indiani del Nordamerica siano stati vittime di un genocidio. Il tema viene approfondito nel recente libro a cura di MariJo Moore Eating Fire, Tasting Blood: Breaking the Great Silence of the American Indian Holocaust, edito da Thunder’s Mouth Press (www.thundersmouth.com). Negli anni Cinquanta e Sessanta gli ultraconservatori del Congresso si opposero alla ratifica della Convenzione sul genocidio, che gli Stati Uniti avevano sottoscritto nel 1948. Questi parlamentari temevano che la federazione potesse essere accusata del genocidio degli Indiani. Il dibattito su questo tema durò ben 40 anni: Reagan ratificò
(“La causa dei popoli”, anno II, numero 4, luglio-dicembre 2005)


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