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Perché il mondo ha dimenticato il genocidio degli indiani nordamericani

By admin • Giu 25th, 2008 • Categoria: [Ri]Letture

di Giovanna Marconi

Il termine genocidio fu coniato dall’avvocato Raphael Lemkin, ebreo polacco, che lo usò nel libro Axis Rule in Occupied Europe (1944). Le sue argomentanzioni furono il cardine attorno al quale fu concepita la Convenzione sul Genocidio che l’ONU approvò nel 1948: «… Articolo II – Per genocidio si intende uno qualunque dei seguenti atti commessi con l’intenzione di distruggere in modo totale o parziale un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso: (a) Uccidere i membri del gruppo; (b) Cagionare seri danni fisici o mentali ai membri del gruppo; (c) Infliggergli deliberatamente delle condizioni che causino la sua distruzione fisica totale o parziale; (d) Imporgli delle misure che limitino il suo sviluppo demografico; (e) Trasferire forzatamente i bambini del gruppo a un altro gruppo».

Concepito negli anni in cui fu resa nota la Shoah, il concetto di genocidio fu considerato praticamente sinonimo della spaventosa tragedia che aveva colpito gli ebrei europei. Questo è continuato almeno fino all’inizio degli anni Ottanta. Poi, piano piano, il muro di silenzio dietro al quale si nascondevano tragedie analoghe cominciò a sgretolarsi. In Germania, grazie all’opera di Tilman Zülch e di altri, si cominciò a parlare del Porrajmos, lo sterminio degli zingari europei, trucidati dai nazisti insieme agli israeliti. Negli stessi anni usciva lentamente dall’oblio anche il genocidio delle minoranze cristiane (Armeni, Assiri e Greci del Ponto), realizzato dall’impero ottomano e dalla repubblica turca che ne aveva preso il posto. Dopo la caduta dell’Unione Sovietica, l’Ucraina ha iniziato a far luce sui dieci milioni di persone che morirono in seguito alle quote agricole fissate da Stalin. Il fatto che queste tragedie dimenticate vengano finalmente alla luce è sicuramente positivo, ma purtroppo questo non significa che tutti i genocidi abbiano le stesse probabilità di essere riconosciuti. L’esempio più chiaro ci viene da quello che colpì gli Indiani del Nordamerica.

Come ci ricorda David E. Stannard nel libro Olocausto americano (Bollati Boringhieri, Torino 2001), questo fu solo una parte dello spaventoso genocidio che colpì tutti i popoli autoctoni del continente americano, con la sola eccezione dei popoli artici, concentrati in terre isolate e inospitali. Non è difficile capire perché il mondo ha dimenticato il genocidio degli Indiani nordamericani. Del resto, il semplice fatto che alcune di queste tragedie epocali vengano riconosciute mentre altre vengono rimosse impone alcune considerazioni.

Il riconoscimento, a quanto pare, non avviene in modo diretto, considerando unicamente l’immane sofferenza delle vittime: se fosse così, basterebbe l’informazione perché qualunque genocidio venisse riconosciuto da tutti. Ma in realtà la piena coscienza di questi orrori viene acquisita soltanto quando è possibile accanirsi contro i responsabili. In altre parole, il riconoscimento di un genocidio non deriva da una sincera partecipazione al dolore delle vittime, ma come conseguenza dell’avversione per il regime che l’ha realizzato.

Quando finì la Seconda Guerra Mondiale fu molto facile additare al mondo la tragedia degli Ebrei. Lo sterminio era avvenuto in Europa, dove era stato realizzato da uomini la cui disumanità era ampiamente documentata. Inoltre la Germania era un paese sconfitto e ridotto allo stremo. Ben diversa è la situazione degli Indiani d’America. Per trent’anni il cinema statunitense ha proposto un’immagine completamente distorta della realtà, sostituendo allo sterminio e alla rapina l’epopea gloriosa del western. Una falsificazione della storia analoga a quelle che venivano operate dai regimi comunisti negli stessi anni.

Il fitto intreccio di interessi politici, economici e militari fra l’Europa e gli Stati Uniti ha creato quella sudditanza psicologica che il regista Wim Wenders ha sintetizzato perfettamente in poche parole: «Gli americani ci hanno colonizzato il subconscio». Nel momento in cui l’Europa e gli Stati Uniti vengono percepiti come parti di un unico complesso politico-militare, l’Occidente, il riconoscimento del genocidio degli Indiani d’America viene rifiutato dagli stessi europei, che lo considerano più o meno inconsciamente un’espressione di masochismo politico. Nonostante i cambiamenti degli ultimi anni, quando il bellicismo sfrenato di George W. Bush ha fatto vacillare molte certezze, gli Stati Uniti conservano quasi intatta la fama di paese libero e paladino dei popoli oppressi. Il genocidio degli Indiani potrebbe essere riconosciuto soltanto dopo che questa immagine fosse caduta. Insieme a questa cadrebbe l’impalcatura centrale che regge la vita politica ed economica europea da oltre mezzo secolo. Questo spiega perché le trasmissioni come “Porta a porta” e “Otto e mezzo”, pur dedicando ampio spazio alle vicende americane, non parleranno mai degli Indiani.

In pratica accade qualcosa di simile a quello che succedeva negli anni Sessanta, quando cominciavano a circolare i libri dei dissidenti russi, romeni o ungheresi. Molti comunisti italiani ed europei chiusero gli occhi per non vedere una tragica realtà che avrebbe fatto crollare la convinzione seconda la quale il comunismo era una specie di paradiso terrestre. Oggi, nonostante la politica di Bush, gli Stati Uniti riescono ancora a proporsi al resto del mondo come paladini della libertà. L’unico parere che potrebbe circuitare questa idea è quello degli Indiani. Soltanto la loro opinione potrebbe tappare la bocca ai corifei di Washington, che a quel punto non potrebbero zittire le critiche “antiamericane” con le solite accuse di “comunismo” o di “fondamentalismo islamico”. Questo spiega perché è necessario che l’uomo della strada non senta la voce della minoranze amerindiane, che incrinerebbe le “certezze” diffuse dalla stampa, dal cinema, dalla televisione. Neanche un dramma epocale come quello dell’11 settembre 2001 ha fatto eccezione.

È impossibile negare che anche gli Indiani del Nordamerica siano stati vittime di un genocidio. Il tema viene approfondito nel recente libro a cura di MariJo Moore Eating Fire, Tasting Blood: Breaking the Great Silence of the American Indian Holocaust, edito da Thunder’s Mouth Press (www.thundersmouth.com). Negli anni Cinquanta e Sessanta gli ultraconservatori del Congresso si opposero alla ratifica della Convenzione sul genocidio, che gli Stati Uniti avevano sottoscritto nel 1948. Questi parlamentari temevano che la federazione potesse essere accusata del genocidio degli Indiani. Il dibattito su questo tema durò ben 40 anni: Reagan ratificò la Convenzione soltanto nel 1988, ma soprattutto per evitare critiche e accuse di ipocrisia.

(“La causa dei popoli”, anno II, numero 4, luglio-dicembre 2005)


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