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Serge Latouche: “Breve trattato sulla decrescita serena”

By admin • Apr 23rd, 2008 • Categoria: Articoli, Recensioni

di Davide D’Amario

 

Serge Latouche, Breve trattato sulla decrescita serena, Bollati Boringhieri, 2008

Il libro inizia con questa citazione di B. Charbonneau: «Se l’integralismo della crescita che oggi guida il mondo continuerà su questa strada, giustificherà un integralismo naturista che vede l’industria come male»: dalla prima pagina quindi il pensatore francese delinea il campo di battaglia in maniera sbilanciata. Negli ultimi tempi politici, nelle ali “estreme” sia nel campo nazional-rivoluzionario che in certe frange del movimento dei comunisti, il tema della decrescita ha aperto un rinnovato dibattito sulla ecologia comunitaria o sociale. Latouche, nel libro, arriva ad inserire un programma politico (a mio avviso solo d’intenti), pur offrendo esempi “concreti” del modo in cui strutture e associazioni affrontano la decrescita. Questo “Breve Trattato”, nelle intenzioni dell’autore, deve divenire «…Strumento di lavoro per qualsiasi responsabile del mondo associativo o politico impegnato in particolare al livello locale o regionale».

Si notano tra le righe quell’umanitarismo sociale, benefico e vitale, e quei richiami al Sud del mondo quale terreno principale di rivincita e di sperimentazione delle pratiche della decrescita (inoltre il ricordo di rivoluzionari come Sankara e Lumumba richiama altre passioni ideali, altre figure di combattenti ancora non bene identificate nel panorama degli eroi popolari).

Le domande incalzanti di Latouche non sembrano però offrire risposte: «Dove andiamo? Dritti contro un muro. Siamo a bordo di un bolide senza pilota, senza marcia e senza freni, che sta andando a fracassarsi contro i limiti del pianeta»; ma forse è questo il pregio del libro — il dubbio che ti lascia, la fissità a cui rimanda l’esser militante anti-mondialista, lo stimolo ad abbracciare una totalità di problemi… anche se risulta quasi impossibile il poterli sezionare e analizzare anche a livello culturale e identitario. Manca, infatti, l’indicazione chiara e non generalista del nemico principale, e sta in questo, credo il fascino e al tempo stesso la debolezza del Trattato.

Ma al di là di questo, si definiscono problemi ecologici seri, e lo si fa senza la tipica pesantezza dei pensatori positivisti. Seguiamo ancora, dalle parole dell’autore, come si delinea il mostro: «Denunciare la “frenesia delle attività umane” o l’imballamento del motore del progresso non può giustificare l’assenza di un’analisi della megamacchina tecno-economica capitalista e mercantilista, di cui siamo gli ingranaggi forse complici ma sicuramente non le molle». Si delinea il chiodo fisso del discorso decrescita: il verbo produttivista, la crescita esponenziale della merce e del lavoro; infatti: «La parola d’ordine della decrescita ha soprattutto lo scopo di sottolineare con forza la necessità dell’abbandono dell’obiettivo della crescita illimitata, obiettivo il cui motore è essenzialmente la ricerca del profitto del capitale, con conseguenze disastrose per l’ambiente e dunque per l’umanità» — la tossicodipendenza della crescita, come Latouche la definisce con enfasi.

Un vecchio motto diceva “Socialismo o Barbarie” (io sono sempre stato un socialista barbarico), l’autore declina in “Decrescita o Barbarie”… e forse è giusto, perché sempre più uno degli obiettivi che mi accomunano a quanti scrivono su queste stesse pagine telematiche, è anche quello di operare per l’abbandono di una fede e di una religione: quella dell’economia, del mito del progresso e dello sviluppo. Oggi più che mai è imperativo rigettare un culto irrazionale e quasi idolatra della crescita fine a se stessa. Da diversi fronti, ormai, sale la medesima denuncia: il lavoratore/uomo è divenuto un “organismo che metabolizza” (P. Cacciari) la dicotomia salario/merce, transitando “spensierato” (meglio sciroccato) dalla fabbrica/ufficio all’ipermercato e viceversa.

Il libro apre fronti diversi, tutti legati in qualche modo alle analisi (svolte nel tempo anche da “Orion”) sulla dimensione socio-culturale dello sviluppo, sulla violenza e lo sterminio delle culture e delle comunità umane d’appartenenza.

Stimolante, benché veloce, l’analisi del “problema” demografico, che certi mondialisti vorrebbero quasi definire come “impronta ecologica corretta”, per proporre azioni di contrasto verso l’aumento demografico. Interessante è il richiamo ad un rapporto del dicembre 1974 intitolato “Incidenze della crescita della popolazione mondiale sulla sicurezza degli Stati Uniti e sui loro interessi all’estero”: in questo documento, l’intramontabile Henry Kissinger scriveva: «Per perpetuare l’egemonia americana nel mondo e assicurare agli americani un libero accesso ai minerali strategici in tutto il pianeta, è necessario contenere, o addirittura ridurre, la popolazione di tredici paesi del Terzo Mondo (India, Bangladesh, Nigeria…) il cui semplice peso demografico li condanna, per così dire, a svolgere un ruolo di primo piano nella politica internazionale». Eccolo qui, il famoso “controllo delle nascite”… il rapporto ed i pensatori yankee non nascondono la propensione all’impiego di misure coercitive (o di sterminio). Viene citata, al proposito, la frase molto razzista (in linea con certe pretese superiorità tipicamente occidentali), di certo dott. King, responsabile delle politiche demografiche Usa: «Tentate la pianificazione familiare, ma se non funziona lasciate morire i poveri, perché costituiscono una minaccia ecologica». Insomma la “soluzione finale” del problema ecologico/demografico, secondo questi sadici criminali, avrebbe dovuto avvenire con una “guerra batteriologica” (e di classe…).

Lapidaria la definizione di “sviluppo”: «Lo sviluppo sacrifica le popolazioni e il loro benessere concreto e locale sull’altare del “benavere” astratto, deterritorializzato. Questo sacrificio in onore di un popolo mitico e disincarnato avviene a vantaggio degli imprenditori dello sviluppo (le imprese transnazionali, i responsabili politici, i tecnocrati e le mafie). Oggi la crescita è un affare redditizio solo a patto di farne sopportare il peso e il prezzo alla natura, alle generazioni future, alla salute dei consumatori, alle condizioni di lavoro degli operai e, soprattutto, ai paesi del Sud».

Il libro continua con le famose 8 R: rivalutare, ricontestualizzare, ristrutturare, rilocalizzare, ridistribuire, ridurre, riutilizzare, riciclare. A mio avviso le più importanti, estrapolandole dal contesto generale, sono Rivalutare (pag. 45) e Ridurre (pag. 50), per le quali rimando direttamente al testo oppure qui, per una breve sintesi (http://www.decrescita.it/modules/article/view.article.php/17).

Seguono altre preziose indicazioni e parole guida, con esplorazioni ed analisi a tutto campo nel panorama socio-politico (sottolineando il peso che tali “ricette” possono avere nella distribuzione sociale dell’Africa e del Sud del mondo).

Va detto però che la seconda parte è anche quella meno scorrevole, dando talvolta l’impressione di annaspare nella valutazione di progetti di dubbia utilità (ma questa rimane una mia sensazione personale, che non vuole per nulla inficiare la validità del testo, che ognuno poi valuterà come crede). Fondamentale, a questo riguardo, l’indicazione coraggiosamente realista di Serge Latouche: «Il progetto della decrescita è dunque un’utopia, cioè una fonte di speranza e un sogno».

Qui, forse, dovrebbe concludersi questo libro — problematico sempre, a volte faticoso, ma comunque da tener presente. Buona lettura.


2 Commenti »

  1. Decrescita o “barbarie”? Beh, la seconda oggi è molto sottovalutata… :-)

  2. […] Continua la lettura […]

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