Sonne Hagal – “Jordansfrost”
By admin • Giu 15th, 2008 • Categoria: Recensionidi Oswald M.
SONNE HAGAL – JORDANSFROST (CD DIGIPAK) LUFTSCHUTZ ENTERTAINMENT
Ci sono volte in cui ricevi un pacco postale con dentro un cd, e desideri con tutto te stesso che quel disco di metallo contenga qualcosa di nuovo, di esplosivo, che ti faccia cambiare con una manciata di tracce tutto quello che avevi pensato in precedenza di un gruppo, di un genere, di determinate sonorità.
Ci sono volte, invece, in cui una band ti ha regalato così tanto, ti ha portato in luoghi oscuri e inaccessibili così tante volte che quasi vuoi che non cambi mai. Malignamente speri che i membri di tal gruppo si siano soffermati come te sulla bellezza delle loro tematiche, sulla sacralità delle loro melodie, e che come te trovino difficile allontanarsene. Quando ho scartato dalla plastica Jordansfrost dei Sonne Hagal, ho sperato proprio quest’ultima cosa. Tenendo tra le mani un digipack confezionato in maniera eccelsa speravo con tutto me stesso che i Nostri non avessero avuto nuove intuizioni, nuove influenze che tante volte hanno portato gruppi che adoravo lontani dalle mie sonorità, dai miei lidi più familiari. Insomma, speravo di ascoltare un nuovo Helfhart, un nuovo full length che mi riportasse di getto ai fasti degli album di Forseti e dei primi Of The Wand And Of The Moon. Fortunatamente tutto questo è successo e fino ad oggi non mi sovviene nessun album che possa soffiare ai SH l’alloro virtuale per il miglior album neofolk del 2008. Perchè proprio di questo si tratta: puro, cristallino, profondo e ispirato neofolk di matrice teutonica. Come Forseti e Darkwood prima di loro, i Sonne Hagal esplorano la musica tradizionale e le tematiche a tratti bucoliche di una Germania ormai scomparsa, che rivive soltanto nelle ballate e negli epici versi dei suoi ultimi cantori. Lingua tedesca e lingua inglese si susseguono in maniera naturale: Sono i temi affrontati e le sonorità a tratti soffuse, a tratti più incisive, a creare un filo conduttore.
La traccia di apertura “Flackerndes Feuer” riporta subito su sentieri conosciuti, eppure descritti e rievocati in maniera sempre nuova: è la melodica di Henryk Vogel, alias Darkwood ad accoglierci sin dalle prime note. Solo la prima tra le tante collaborazioni eccellenti che trovano spazio su questo album.
Oltre a Vogel impreziosisce questo lavoro una lista di special guest che gli appassionati del genere accoglieranno con applausi scroscianti: si va da Kim Larsen dei già citati OTWAOTM a Markus Wolff, mastermind dei Waldteufel, da Willi e Rose degli Ernte ad un musicista del calibro di B’eirth degli In Gowan Ring: in pratica una superband come raramente se ne sono viste nel panorama neofolk negli ultimi anni.
A “Flackerndes Feuer” segue “Midsummersnight”, una classica ballata folk che ricorda i momenti migliori di DIJ o Sol Invictus. Ma è con la laconica “Vengeance”, “Vendetta”, che si comincia a intuire la portata del lavoro.
“The gates have been open
The battle has begun.
The end of this world
Will be my curse”
recitano i primi versi del brano, che riporta indietro di quasi vent’anni, a quelle sonorità che Doug P. e i suoi Death In June hanno reso così familiari: Ma qui non si parla di plagio. Tematiche e suoni vengono presi da un substrato comune, rielborati e interpretati in maniera del tutto personale e originale. Ai fasti di “But, What Ends When Symbols Shatter” sembra volerci portare “Hidden Flame”, che nella dicotomia chitarra/tromba riecheggia la cupezza e allo stesso tempo la sacralità dei primi DIJ o dei Sol Invictus. A riportare l’album su binari più abituali ai SH è “Ragnarok”, mirabile duetto tra la voce di Kim Larsen e la chitarra in pieno stile Sonne Hagal:
“Only Golden And Red
Echoes Remain
Love Has Turned Hate
And Pride Into Disdain”
Segue un brano che quasi cerca di sfuggire all’attenzione dell’ascoltatore, così scarno e semplice nella sua esecuzione. Eppure l’orecchio allenato, l’orecchio abituato a sentire i primordiali suoni della Natura e del Creato, riconosce subito la caratura superiore del pezzo. Un misto tra i Traffic di “John Barleycorn Must Die” e i Changes di “Waiting For The Fall”.
“Who Has Seen The Wind
Neither I Nor You
But When The Leaves Are Trembling
The Wind Is Passing Through”
Chiude l’album “Over The Stone”, un ultimo, bucolico, sereno inno a tutto ciò che lega l’Uomo alla sua Terra, ai suoi Amori, alle sue Speranze. Un rumore di onde, un canto di gabbiano chiude in maniera solenne e allo stesso tempo malinconica un lavoro che è destinato ad essere apprezzato col tempo.
E non perché ad un primo ascolto disorienti, anzi. Le sonorità, i temi, gli arrangiamenti ci sembrano così familiari da farci per un attimo credere di averli già sentiti in precedenza. È il pregio di quelle antiche nenie, di quei canti popolari, così scolpiti nella memoria collettiva, da sembrarci “nostri” già ad un primo ascolto. È il pregio che fu dei pezzi di Andreas Ritter e i suoi Forseti, ed è il pregio che, con Jordansfrost, ora appartiene anche ai Sonne Hagal.


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