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Tirreni, ovvero Etruschi (I)

By admin • Apr 25th, 2008 • Categoria: Articoli, Nero su Bianco

di Michele Piazzai

Τυρρηνοί (Tirreni) era l’antico nome attico per la popolazione che dominava con commerci e pirateria il mar Tirreno. Il termine deriva dal nome del mitologico Tirreno, principe lidio figlio di Telefo, che secondo Erodoto guidò la sua gente dall’Asia Minore nella penisola. Dai latini erano chiamati Tusci o Etrusci, la cui etimologia può collegarsi, come per il latino turris, alla parola greca τύρσις (torre). Erano dunque “coloro che costruiscono le torri”, dal momento che le loro dimore potevano apparire per gli standard romani più simili a torri che a case. Loro chiamavano sé stessi Rasenna, nome che veniva sincopato in Rasna, la cui derivazione, come tutto ciò che riguarda questo popolo, è misteriosa.

Le origini stesse degli Etruschi sono un interrogativo fin dall’antichità: Erodoto, come si è già accennato, teorizzò che fossero originari della Lidia, ed Ellanico arrivò ad identificarli con il mitico popolo dei Pelasgi, mentre Dionigi di Alicarnasso, storico augusteo, ipotizzò la loro origine autoctona. Non mancano speculazioni più recenti: nell’Ottocento si diffuse la tesi che fossero emigranti mitteleuropei, e Massimo Pallottino, pilastro dell’etruscologia del Novecento, afferma invece che non si possa parlare nettamente di “origine”, ma piuttosto di “formazione”, e che l’ipotesi più attendibile è che piccoli gruppi di emigranti provenienti dalla Lidia siano giunti sulle coste dell’Etruria e avrebbero “formato”, numericamente esigui ma culturalmente più evoluti, la popolazione indigena, ma che sarebbero ravvisabili anche elementi culturali di derivazione nordica e in alcuni casi propriamente autoctona.

Qualunque sia la risposta a questo dilemma, all’apice della loro potenza questo popolo controllava saldamente l’Etruria propria, in cui sorgevano le città principali, le più forti e prospere, come Vesna, Tarquinia, Vulci, Veio, Chiusi, Vetulonia, Cerveteri, Populonia e altre, che formavano la Dodecapoli, ossia una sorta di federazione alla cui testa veniva eletto ogni anno un capo riconosciuto, e che costituisce il grado più alto di unità nazionale che siano mai riusciti a raggiungere. Erano poi saldamente presenti nell’Etruria padana, che con città quali Felsina (l’odierna Bologna) e il porto adriatico di Spina, fungeva da riserva agricola e avamposto per i commerci con i Galli, finché gli stessi Galli non la invasero. Erano infine attestati in Etruria campana, attorno al loro principale centro di Capua, oltre che in Corsica dalla metà del VI secolo. L’Etruria campana era la loro frontiera verso i Greci, con i quali erano alternativamente partner commerciali e acerrimi nemici.

Cronologicamente, la civiltà etrusca risulta sufficientemente formata già dal IX secolo, anche se è plausibile retrodatare addirittura al X secolo. La parabola discendente iniziò nel III secolo, con le sconfitte a Sentino (295), al lago Vadimone (284) e la caduta dell’ultima roccaforte, Vesna (264). Perduta l’indipendenza politica, gli Etruschi conservarono una certa indipendenza culturale fino al I secolo quando ormai anche nell’espressione più intima e personale della loro identità, l’ambito funerario, si diffuse l’uso del latino. È però chiaro che la loro eredità fu una costante di tutta la parabola romana se si considera che all’epoca di Costantino ancora erano allestite alcune fiere tradizionali di derivazione etrusca, e l’Imperatore Giuliano, nella sua volontà di ripristinare la Tradizione romana, si accompagnava a due auguri etruschi (anche se nella seconda metà del IV secolo, di etrusco potevano avere poco più che l’origine geografica). La stessa disciplina augurale che tanta fortuna ebbe presso i Romani, era da loro conosciuta come disciplina etrusca. Molti elementi della civiltà etrusca diventarono poi di uso comune presso i Quiriti, come le selle curuli su cui gli ex consoli sedevano in Senato e addirittura i fasci littori, di cui sono emersi resti nella necropoli di Vetulonia.

Questo popolo etnicamente non indoeuropeo dell’Italia preromana, che assorbì molto dalla cultura greca e a cui Roma stessa, come si è accennato, deve tanto (a partire dalla religione e forse dalla lingua, perché è incerto se l’alfabeto romano, di tipo greco occidentale, sia stato mediato o meno da quello etrusco), poco conosciuto e tralasciato dagli studiosi almeno fino al Quattrocento, presenta segreti affascinanti. La loro natura, fanaticamente religiosa, è descritta ambiguamente come oltremodo aggressiva e bellicosa dai Greci, e come placida e godereccia dai Romani, anche se il giudizio romano risale in realtà all’età augustea, in cui l’Imperatore attuò sapientemente una riconciliazione fra tutti i popoli italici, tormentati ormai da secoli di guerre incessanti, attraverso l’attribuzione a ciascuno di caratteristiche peculiari e nel complesso complementari. Il pinguis etruscus venne quindi descritto come un commerciante pacifico, ma in modo del tutto arbitrario. La versione greca è pertanto più attendibile ed è confermata, oltre che da un avanzato apparato militare, dalle diffuse pratiche della pirateria e del sacrificio umano (attuato ai danni dei Greci, ma nel famigerato “eccidio di Tarquinia” del 358 a.C. anche su trecento Romani). Ci sono poi alcuni episodi particolarmente significativi: quando i Greci Focei tentarono di aggirare l’intermediazione etrusca per poter commerciare direttamente con i Celti, ad esempio, gli Etruschi reagirono ferocemente annientando le loro nuove città di Massalia e Alalia con la battaglia del Mar Sardo (540 a.C.).

La loro lingua è tuttora indecifrabile nonostante alcune preziose risorse come le lamine di Pyrgi, in cui il testo viene accompagnato, come nella stele di Rosetta, dalla sua traduzione in fenicio punico, per poter essere compreso dalla grande comunità cartaginese presente a Pyrgi, testimonianza fra l’altro degli stretti legami fra i due popoli, che combatterono anche assieme nella battaglia del Mar Sardo. Ad ogni modo, attività di ricerca in questo senso sono fortemente limitate dalla natura della quasi totalità dei testi epigrafici etruschi che ci sono pervenuti, che sono di ambito funerario e presentano quindi una varietà limitata di termini e schemi. Per il momento non è possibile infatti stabilire con certezza il significato che di una manciata di termini, e riconoscere la maggior parte dei nomi propri.

Il più grande rammarico che si possa avere è probabilmente la mancata conservazione della Tyrrhenica, la colossale opera dell’Imperatore Claudio, primo illustre etruscologo che dei Tusci descrisse la cultura e la lingua. La religione è di tipo greco e riflette lo schema indoeuropeo: la triade composta da Tinia (il Cielo), sua moglie Uni e la dea Cel (la Terra), dominano su un pantheon di divinità minori come Usil (il Sole), Tivr (la Luna), Turan (l’Amore) o Laran (la Guerra). Vennero inoltre assorbite divinità greche come Minerva (Menrva) o Artemide (Aritimi), e altre figure eroiche come Achille. Un’altra deità, l’alato demone femmineo dalle carni azzurre Vant, è un elemento ricorrente della pittura vascolare e parietale che raffigura l’oltretomba.

(1. - continua)


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