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Una giustizia troppo lenta

By admin • Set 25th, 2008 • Categoria: Editoriale


di Alessandra Colla

 

Oggi Gabriele Sandri avrebbe compiuto 27 anni. Oggi avrebbe dovuto avere inizio il processo a quello che ormai tutti riconoscono come il suo assassino — il poliziotto Luigi Spaccarotella che gli sparò, l’11 novembre dell’anno scorso, uccidendolo sul colpo.

Invece il processo è stato rinviato a data da destinarsi (presumibilmente un mese e mezzo, forse due) per uno di quei vizi procedurali che costellano tante vicende di malagiustizia italiana.

 

Se al posto di Luigi Spaccarotella ci fosse stato — che so? — un metalmeccanico o un ragioniere, è probabile che la canea mediatica si sarebbe scatenata accusandolo di latitanza e contumacia — nessuno l’ha mai visto in faccia, e anche oggi in aula c’erano soltanto i suoi difensori a lamentare il clima di profonda insicurezza in cui il loro assistito sarebbe costretto a vivere dopo quel maledetto 11 novembre.

 

La saggezza popolare troncava sul nascere certe speciose discussioni con un lapidario “chi la fa, l’aspetti”; e i nonni erano prodighi di consigli — “male non fare, paura non avere”. Beata ingenuità dei tempi andati! Care piccole cose di pessimo gusto eppure così adatte a piantar paletti per segnare la via alle generazioni in crescita…

 

Le quali odierne generazioni, invece, imparano alla svelta che nel Paese esistono e prosperano categorie di intoccabili: e non, come i paria dell’India castale, per tema di abominevoli contaminazioni — tutt’altro, per antico e usurpato diritto di lesa maestà.

 

Perché in Italia sembra sia sufficiente un briciolino, anzi un riflesso o addirittura un baluginìo di potere per sentirsi ed essere considerati un gradino al disopra degli altri: e quando quello smorto luccichio pertiene alla sfera delle istituzioni, non c’è partita — la metafora calza, se ne converrà.

 

Resta soltanto una certezza, triste: un ragazzo che non avrà mai ventisette anni è morto ammazzato per niente, e la sua memoria stenta ad avere giustizia. Tirare in ballo la sua fede calcistica è fare un altro e grave torto alla nuda constatazione dei fatti in tutto il loro squallore: c’erano dei ragazzi che andavano a una partita, c’era un poliziotto che giocava a fare il duro, è bastata una pallottola per spezzare una vita e quelle schegge hanno lacerato molte altre esistenze. Nient’altro.

 

Se Gabriele fosse qui, sarebbero in tanti a dirgli “buon compleanno”. Ora che lui non c’è, credo che a dirglielo siamo molti di più.

 


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